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Non c’era posto per loro: il rifiuto del mondo alla donna del “sì”.

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Non è l’albero che sostiene le radici, bensì le radici che sostengono l’albero.
Non è l’albero che sostiene le radici, bensì le radici che sostengono l’albero.

Non è l’albero che sostiene le radici, bensì le radici che sostengono l’albero. Nel mistero dell’Incarnazione, sono poste le fondamenta del compimento della storia della salvezza; non un evento transitorio o scontato; neanche un valico obbligato – oltrepassato il quale – ci si può buttare tutto alle spalle. Nella vita del Cristo, radici e frutto, Incarnazione e Pasqua, sono due eventi fondanti, dotati di una speciale simmetria, che concorrono entrambi e in egual misura, al compimento della salvezza. In altre parole, tra le innumerevoli vie possibili e auspicabili per la redenzione, la più opportuna ed efficace, fu senz’altro quella del diventare come noi.

La shekinà del logos, vale a dire la parola di Dio che viene a stabilire una “tenda” in mezzo a noi, è uno degli eventi più straordinari mai registrati in tutta la storia dell’umanità; non a caso, lo stesso vangelo di Luca, ne dà risalto attraverso la minuzia di coordinate storico-geografiche: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide» (Lc 2,1-4). Il riferimento all’accampionamento, non è solo un richiamo all’antico peccato di Davide che, censendo il popolo appunto, si allontanò da Dio unico re e signore; ma anche la metafora per mostrare la regalità del “dominatore” (cfr. Michea, IV domenica di Avvento) che sta per nascere.

Tuttavia, senza paradossi, il Natale si fa maestro di contraddizione! Nessun dominatore, nessun sovrano; anzi, all’apparenza un senza tetto come tanti, un rifugiato. Non c’era posto per loro: il rifiuto del mondo alla donna del “sì”. A Natale, inizia la Pasqua di Gesù, la prima crocifissione con il primo rifiuto.

A Betlemme, il mistero della vocazione del Figlio di Dio: mentre ogni uomo sa che tappa obbligata della vita è anche la morte, Cristo nasce per morire! Il Natale è un evento di gioia, nella misura in cui lo si percepisce alla luce dei frutti che porterà. Queste radici, sono dell’albero della croce. Esso non può essere colto come un avvenimento emarginato e isolato; bensì, pienamente “invischiato” nel progetto salvifico di Dio preconizzatore di risurrezione. Non a caso la liturgia, nella “Messa della notte”, assume i toni briosi della liberazione dalla schiavitù: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian» (Is 9, 1-3).

Finalmente è giunto un affrancatore per tutti e di tutti; uno la cui dimora non metta soggezione e possa essere raggiunta da ognuno: anche dal più povero. «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2, 7), persino il particolare della mangiatoia fa del Natale un evento pasquale a tutti gli effetti. Il Cristo che nasce è lo stesso della passione, morte e resurrezione. La culla e le fasce sembrano richiamare alla perfezione un’atmosfera funebre, tant’è che nelle stesse rappresentazioni iconografiche, la culla è disegnata come un sepolcro e le fasce come quelle di un defunto; inoltre, nelle tradizioni cristiane successive, si è sempre più parlato di “grotta” di Betlem, paragonandola alla tomba di Cristo.  Siamo allora invitati a contemplare già nella nascita, la vita terrena di Gesù chiusa nel mistero di due grotte. Avvolto in fasce e avvolto in una sindone. Deposto nel legno della greppia e sul legno della croce. Qui è racchiuso il senso dell’incarnazione del Verbo: nasce assumendo fino in fondo la condizione umana, muore per dare al mondo la vita che il Padre gli restituirà nella resurrezione. La contemplazione di questo mistero ci apre a una visione teologica e spirituale, non solo delle realtà invisibili, ma lascia penetrare il soffio vitale che vivifica tutta la nostra esistenza. Potremo – come i pastori – tornare alla nostra vita «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito, com’era stato detto loro» (Lc 2, 20).

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Non c’era posto per loro: il rifiuto del mondo alla donna del “sì”.

  

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Non è l’albero che sostiene le radici, bensì le radici che sostengono l’albero.
Non è l’albero che sostiene le radici, bensì le radici che sostengono l’albero.

Non è l’albero che sostiene le radici, bensì le radici che sostengono l’albero. Nel mistero dell’Incarnazione, sono poste le fondamenta del compimento della storia della salvezza; non un evento transitorio o scontato; neanche un valico obbligato – oltrepassato il quale – ci si può buttare tutto alle spalle. Nella vita del Cristo, radici e frutto, Incarnazione e Pasqua, sono due eventi fondanti, dotati di una speciale simmetria, che concorrono entrambi e in egual misura, al compimento della salvezza. In altre parole, tra le innumerevoli vie possibili e auspicabili per la redenzione, la più opportuna ed efficace, fu senz’altro quella del diventare come noi.

La shekinà del logos, vale a dire la parola di Dio che viene a stabilire una “tenda” in mezzo a noi, è uno degli eventi più straordinari mai registrati in tutta la storia dell’umanità; non a caso, lo stesso vangelo di Luca, ne dà risalto attraverso la minuzia di coordinate storico-geografiche: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide» (Lc 2,1-4). Il riferimento all’accampionamento, non è solo un richiamo all’antico peccato di Davide che, censendo il popolo appunto, si allontanò da Dio unico re e signore; ma anche la metafora per mostrare la regalità del “dominatore” (cfr. Michea, IV domenica di Avvento) che sta per nascere.

Tuttavia, senza paradossi, il Natale si fa maestro di contraddizione! Nessun dominatore, nessun sovrano; anzi, all’apparenza un senza tetto come tanti, un rifugiato. Non c’era posto per loro: il rifiuto del mondo alla donna del “sì”. A Natale, inizia la Pasqua di Gesù, la prima crocifissione con il primo rifiuto.

A Betlemme, il mistero della vocazione del Figlio di Dio: mentre ogni uomo sa che tappa obbligata della vita è anche la morte, Cristo nasce per morire! Il Natale è un evento di gioia, nella misura in cui lo si percepisce alla luce dei frutti che porterà. Queste radici, sono dell’albero della croce. Esso non può essere colto come un avvenimento emarginato e isolato; bensì, pienamente “invischiato” nel progetto salvifico di Dio preconizzatore di risurrezione. Non a caso la liturgia, nella “Messa della notte”, assume i toni briosi della liberazione dalla schiavitù: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian» (Is 9, 1-3).

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Finalmente è giunto un affrancatore per tutti e di tutti; uno la cui dimora non metta soggezione e possa essere raggiunta da ognuno: anche dal più povero. «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2, 7), persino il particolare della mangiatoia fa del Natale un evento pasquale a tutti gli effetti. Il Cristo che nasce è lo stesso della passione, morte e resurrezione. La culla e le fasce sembrano richiamare alla perfezione un’atmosfera funebre, tant’è che nelle stesse rappresentazioni iconografiche, la culla è disegnata come un sepolcro e le fasce come quelle di un defunto; inoltre, nelle tradizioni cristiane successive, si è sempre più parlato di “grotta” di Betlem, paragonandola alla tomba di Cristo.  Siamo allora invitati a contemplare già nella nascita, la vita terrena di Gesù chiusa nel mistero di due grotte. Avvolto in fasce e avvolto in una sindone. Deposto nel legno della greppia e sul legno della croce. Qui è racchiuso il senso dell’incarnazione del Verbo: nasce assumendo fino in fondo la condizione umana, muore per dare al mondo la vita che il Padre gli restituirà nella resurrezione. La contemplazione di questo mistero ci apre a una visione teologica e spirituale, non solo delle realtà invisibili, ma lascia penetrare il soffio vitale che vivifica tutta la nostra esistenza. Potremo – come i pastori – tornare alla nostra vita «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano visto e udito, com’era stato detto loro» (Lc 2, 20).

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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