“Non c’è missione senza prossimitàˮ

Missioni


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Il colloquio del Papa con un gruppo di gesuiti durante il viaggio in Myanmar. «Il fondamentalismo cristiano nega l’Incarnazione»
 
ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO
 

«Credo che non si possa pensare una missione — lo dico non soltanto da gesuita, ma da cristiano — senza il mistero dell’Incarnazione». Papa Francesco al termine della prima giornata di incontri ufficiali in Myanmar ha dialogato con un gruppo di gesuiti. La trascrizione di ciò che si sono detti viene pubblicata su La Civiltà Cattolica e stralci sono stati anticipati nell’edizione odierna del Corriere della Sera. 

 

 

Alla domanda su che cosa il Papa si aspetti dai gesuiti, Francesco ha risposto con accenni e accenti che non sono limitati soltanto alla Compagnia di Gesù. «Credo che non si possa pensare una missione — lo dico non soltanto da gesuita, ma da cristiano — senza il mistero dell’Incarnazione. Il gesuita è colui che deve sempre approssimarsi, come si è avvicinato il Verbo fatto carne. Le sfide non sono dietro, sono avanti. In questo il beato papa Paolo VI ha aiutato molto la Compagnia, e il 3 dicembre 1974 ci ha rivolto un discorso che resta pienamente attuale. Dice, per esempio: “Ovunque, nei crocevia della storia vi sono i gesuiti”. E per andare ai crocevia della storia bisogna pregare!». È un altro modo per dire e testimoniare quella “prossimitàˮ che sta al cuore del messaggio di Francesco 

 

Sui rifugiati, Papa Bergoglio ha detto: «Ho visitato finora quattro campi di rifugiati. Tre enormi: Lampedusa, Lesbo e Bologna. E là il lavoro è di vicinanza. A volte sono veri campi di concentramento, carceri. Io cerco di visitare, parlo chiaro, soprattutto con i Paesi che chiudono le loro frontiere. Purtroppo in Europa ci sono Paesi che hanno scelto di chiudere le frontiere. La cosa più dolorosa è che per prendere questa decisione hanno dovuto chiudere il cuore.E il nostro lavoro missionario deve raggiungere anche quei cuori che sono chiusi all’accoglienza degli altri. Queste cose non arrivano ai salotti delle nostre grandi città. Abbiamo l’obbligo di denunciare e di rendere pubbliche le tragedie umane che si cerca di silenziare». 

 

A una domanda sui musulmani e il fondamentalismo, il Pontefice – dopo aver ricordato come ha già fatto più volte che i fondamentalisti ci sono in ogni religione – ha risposto che il fondamentalismo «è un atteggiamento dell’anima che si erge a giudice degli altri e di chi condivide la sua religione. È un andare all’essenziale — pretendere di andare all’essenziale — della religione, ma a un punto tale da dimenticarsi di ciò che è esistenziale. Dimentica le conseguenze. Gli atteggiamenti fondamentalisti prendono diverse forme, ma hanno il fondo comune di sottolineare molto l’essenziale, negando l’esistenziale. Il fondamentalista nega la storia, la persona. E il fondamentalismo cristiano nega l’Incarnazione». 

 

Francesco ha quindi parlato dei Rohingya. «Gesù Cristo oggi si chiama Rohingya. Penso a san Pedro Claver, che mi è molto caro. Lui ha lavorato con gli schiavi del suo tempo. E pensare che alcuni teologi di allora — non tanti, grazie a Dio — discutevano se loro avessero un’anima o no! La sua vita è stata una profezia, e ha aiutato i suoi fratelli e le sue sorelle che vivevano in una condizione vergognosa. Ma questa vergogna oggi non è finita. Oggi si discute tanto su come salvare le banche. Il problema è la salvezza delle banche. Ma chi salva la dignità di uomini e donne oggi? La gente che va in rovina non interessa più a nessuno. Il diavolo riesce ad agire così nel mondo di oggi. Se noi avessimo un po’ di senso del reale, dovrebbe scandalizzarci. Lo scandalo mediatico oggi riguarda le banche e non le persone. Davanti a tutto questo dobbiamo chiedere una grazia: di piangere. Il mondo ha perso il dono delle lacrime. La sfacciataggine del nostro mondo è tale che l’unica soluzione è pregare e chiedere la grazia delle lacrime. Davanti a quella povera gente che ho incontrato ho sentito vergogna! Ho sentito vergogna per me stesso, per il mondo intero! Scusate, sto solo cercando di condividere con voi i miei sentimenti…». 

 

Infine, il Papa ha spiegato lo sguardo all’origine delle sue scelte nelle nomine dei nuovi porporati. «Nominando i cardinali, ho cercato di guardare alle piccole Chiese. Non per dare consolazione, ma per lanciare un chiaro messaggio: le piccole Chiese che crescono in periferia e sono senza antiche tradizioni cattoliche oggi devono parlare alla Chiesa universale. Sento chiaramente che hanno qualcosa da insegnarci». 

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