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Non aboliamo il sacerdozio. Redimiamolo

Purificare la chiesa attraverso l’amore appassionato

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Il sacerdozio non è un errore

Ma anche ora, anche nella Chiesa cattolica come si presenta nel 2019, sarebbe un serio errore abbandonare il sacerdozio. Sì, il sacerdozio ha una storia che è cambiata nel tempo; sicuramente continuerà anche a cambiare nel futuro. Ma non è semplicemente una propaggine estrinseca nemica al “vero” cristianesimo. I chierici medioevali non hanno inventato i sacramenti semplicemente per sostenere il loro potere o per rinchiudere il sacro solo in alcuni luoghi, tempi e cose. Il sacerdozio non è un errore imposto a un’ipotetica comunità pura e originale. Al contrario, è parte della comprensione comunitaria di essere la comunità santa di Dio, il Corpo di Cristo, attraverso i secoli.

La promessa di una permanente e ripetuta reale presenza di Cristo nello spezzare il pane ha spinto la Chiesa a trovare la sua strada attraverso il sacerdozio. Che la Chiesa abbia scoperto la funzione presbiterale è una grande conferma delle nostre radici in un giudaismo che non ha sbagliato nell’avere il sacerdozio. Che noi pure abbiamo i preti segna un terreno comune con le altre grandi religioni, come l’induismo, così ricco di templi, riti e azioni, anche dei sacerdoti.

Ignorare la continua fede dei cattolici

Ma ciò che più chiaramente distingue questi saggi è la decisione degli autori di portare tutto sul piano personale. Carroll ha spesso fatto riferimento al fatto che era un prete e ce lo ricorda pure sul pezzo nell’Atlantic; Orsi non è mai stato un prete, ma pure lui ci ricorda della sua convinta educazione cattolica e anche del lungo servizio della madre come membro stimato della Fordham University [l’Università dei gesuiti e New York, ndt].

Anche Wills ci rammenta i suoi «giorni in seminario». Dichiarare che una persona è cresciuta cattolica e ha delle memorie legate alla fede cattolica può essere edificante; il cattolicesimo può essere sempre la scelta migliore per le sue memorie e storie personali. Ma in questi casi, la biografia è utilizzata per dare credibilità alla seguente, devastante, critica: “io sono (o ero) un cattolico, quindi so di cosa sto parlando quando denuncio il sacerdozio”.

Ma la piega autobiografica, anche se si tratta di buon giornalismo, non è mai abbastanza. Queste storie indeboliscono gli argomenti portati, dal momento che pare ignorino la fede permanente dei cattolici, che è narrata nelle innumerevoli storie di persone che sono pure loro arrabbiate e scandalizzate, ma ancora vedono il valore della Chiesa cattolica, trovando nella sua vita sacramentale qualcosa di più profondo e più solido delle pretese della gerarchia e della malvagità di una parte del clero.

Come vedo nel week-end in parrocchia e al campus ad Harvard, le persone continuano ad andare in chiesa, non solo per una questione di abitudine, né per un anacronistico senso del dovere, né perché sono insensibili alla crisi attuale. Ci vengono perché vedono ancora il valore dei sacramenti, ancora trovano Dio presente nel suo culto, ancora venerano la presenza reale di Cristo nell’eucaristia e, sì, riescono ancora a vedere il loro prete come uno molto diverso dal gruppo di abusanti e dei loro ipocriti protettori.

Le persone vengono perché ancora trovano Dio a messa e possono ancora pregare con un prete umile abbastanza da guidare l’assemblea nella preghiera e nel culto. Sì, ci sono ancora molti preti che hanno fatto il loro lavoro, hanno celebrato i sacramenti, hanno predicato ancora e ancora il Vangelo, hanno mantenuto i propri voti e, nei nostri tempi, hanno pianto con coloro che piangono. Contro la lamentela che tutti i “buoni” preti sono in realtà dei cospiratori, le loro storie devono essere ascoltate come una più che adeguata replica alla posizione “guardami” di Carroll e di Orsi.

Con la mia storia ritengo di poter pure io controbattere al riferimento di Carroll e di Orsi alle proprie radici cattoliche: nato e cresciuto cattolico e, come ho scritto sopra, da più di 50 anni gesuita, da più di 40 anni prete. Se Carroll e Orsi vogliono ricordarci che sono cattolici che anelano ad un cattolicesimo senza preti, benché sacerdote e celibe sono riuscito a vivere nello stesso mondo reale di Carroll e Orsi e restare prete. Vedo le stesse cose che vedono loro, ciò nonostante continuo a pregare con la comunità la domenica e spesso durante la settimana. Alla mattina presto prego di fronte al Santissimo Sacramento.

Anch’io ho scritto libri accademici. Anche io posseggo una cattedra da professore (non benché sia prete, ma come prete). Resto nella Chiesa non per pigrizia o per ignoranza riguardo alla grandezza della crisi, né perché ho sbagliato a comprendere la “religione” correttamente, né certamente perché non ho altre opzioni. Resto un vero credente: Dio ancora viene a noi; i sacramenti ancora funzionano; la gente ancora crede e prega; i preti, anche quando siamo meno santi dei nostri parrocchiani e studenti, hanno un ruolo necessario da giocare nella santa Chiesa di Dio. Non è più onesto o acuto chiedere l’abolizione del sacerdozio piuttosto che insistere sulla sua redenzione.

Compagnia radicale

Eliminare il ruolo del prete sarebbe dimenticare che la Chiesa è essenzialmente una comunità sacramentale, nella quale Dio ha infuso la sua santità. Dio rende la Chiesa santa nella sua materialità, nelle cose di questo mondo, così come sono: sempre peccatrice, mai perfetta, tuttavia sempre e ancora un luogo reso santo dalla scelta di Dio di abitarvi. Pane comune e vino comune diventano il corpo e sangue di Cristo; una comune comunità umana si sorprende di scoprirsi (ancora) il Corpo di Cristo che ci consegna il suo corpo e il suo sangue, non per disgustarci ma per inserirci in una radicale compagnia con Dio e tra di noi, una partecipazione dalla quale non è facile tornare indietro.

Persone ordinarie diventano preti perché sono chiamate da Dio e dalla comunità per prendere questo ruolo. Essere un prete e un celibe è un modo per essere santi in un mondo che ha un bisogno disperato di tale testimonianza. Che tutto il popolo di Dio sia santo e capace di parlare e agire in nome di Dio non esautora questo speciale, duraturo ruolo nella comunità. Che ci sia un sacerdozio non significa che i preti abbiano la licenza di limitare o controllare il sacro, come se proteggessero la presenza di Dio dalla gente. Il sacro è in ogni caso ben oltre il potere dei burocrati.

Redimere il sacerdozio, sì. Riconnetterlo alla santità di Dio e incominciare seriamente a immaginare una Chiesa cattolica nella quale chiunque del popolo di Dio può essere chiamato a questo privilegio e a questo fardello. Questa è la nostra speranza contro ogni speranza, andando ben oltre le proposte appassionate (pur tuttavia incapaci) di bandire del tutto il sacerdozio.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Non aboliamo il sacerdozio. Redimiamolo

Purificare la chiesa attraverso l’amore appassionato

  

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Il sacerdozio non è un errore

Ma anche ora, anche nella Chiesa cattolica come si presenta nel 2019, sarebbe un serio errore abbandonare il sacerdozio. Sì, il sacerdozio ha una storia che è cambiata nel tempo; sicuramente continuerà anche a cambiare nel futuro. Ma non è semplicemente una propaggine estrinseca nemica al “vero” cristianesimo. I chierici medioevali non hanno inventato i sacramenti semplicemente per sostenere il loro potere o per rinchiudere il sacro solo in alcuni luoghi, tempi e cose. Il sacerdozio non è un errore imposto a un’ipotetica comunità pura e originale. Al contrario, è parte della comprensione comunitaria di essere la comunità santa di Dio, il Corpo di Cristo, attraverso i secoli.

La promessa di una permanente e ripetuta reale presenza di Cristo nello spezzare il pane ha spinto la Chiesa a trovare la sua strada attraverso il sacerdozio. Che la Chiesa abbia scoperto la funzione presbiterale è una grande conferma delle nostre radici in un giudaismo che non ha sbagliato nell’avere il sacerdozio. Che noi pure abbiamo i preti segna un terreno comune con le altre grandi religioni, come l’induismo, così ricco di templi, riti e azioni, anche dei sacerdoti.

Ignorare la continua fede dei cattolici

Ma ciò che più chiaramente distingue questi saggi è la decisione degli autori di portare tutto sul piano personale. Carroll ha spesso fatto riferimento al fatto che era un prete e ce lo ricorda pure sul pezzo nell’Atlantic; Orsi non è mai stato un prete, ma pure lui ci ricorda della sua convinta educazione cattolica e anche del lungo servizio della madre come membro stimato della Fordham University [l’Università dei gesuiti e New York, ndt].

Anche Wills ci rammenta i suoi «giorni in seminario». Dichiarare che una persona è cresciuta cattolica e ha delle memorie legate alla fede cattolica può essere edificante; il cattolicesimo può essere sempre la scelta migliore per le sue memorie e storie personali. Ma in questi casi, la biografia è utilizzata per dare credibilità alla seguente, devastante, critica: “io sono (o ero) un cattolico, quindi so di cosa sto parlando quando denuncio il sacerdozio”.

Ma la piega autobiografica, anche se si tratta di buon giornalismo, non è mai abbastanza. Queste storie indeboliscono gli argomenti portati, dal momento che pare ignorino la fede permanente dei cattolici, che è narrata nelle innumerevoli storie di persone che sono pure loro arrabbiate e scandalizzate, ma ancora vedono il valore della Chiesa cattolica, trovando nella sua vita sacramentale qualcosa di più profondo e più solido delle pretese della gerarchia e della malvagità di una parte del clero.

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Come vedo nel week-end in parrocchia e al campus ad Harvard, le persone continuano ad andare in chiesa, non solo per una questione di abitudine, né per un anacronistico senso del dovere, né perché sono insensibili alla crisi attuale. Ci vengono perché vedono ancora il valore dei sacramenti, ancora trovano Dio presente nel suo culto, ancora venerano la presenza reale di Cristo nell’eucaristia e, sì, riescono ancora a vedere il loro prete come uno molto diverso dal gruppo di abusanti e dei loro ipocriti protettori.

Le persone vengono perché ancora trovano Dio a messa e possono ancora pregare con un prete umile abbastanza da guidare l’assemblea nella preghiera e nel culto. Sì, ci sono ancora molti preti che hanno fatto il loro lavoro, hanno celebrato i sacramenti, hanno predicato ancora e ancora il Vangelo, hanno mantenuto i propri voti e, nei nostri tempi, hanno pianto con coloro che piangono. Contro la lamentela che tutti i “buoni” preti sono in realtà dei cospiratori, le loro storie devono essere ascoltate come una più che adeguata replica alla posizione “guardami” di Carroll e di Orsi.

Con la mia storia ritengo di poter pure io controbattere al riferimento di Carroll e di Orsi alle proprie radici cattoliche: nato e cresciuto cattolico e, come ho scritto sopra, da più di 50 anni gesuita, da più di 40 anni prete. Se Carroll e Orsi vogliono ricordarci che sono cattolici che anelano ad un cattolicesimo senza preti, benché sacerdote e celibe sono riuscito a vivere nello stesso mondo reale di Carroll e Orsi e restare prete. Vedo le stesse cose che vedono loro, ciò nonostante continuo a pregare con la comunità la domenica e spesso durante la settimana. Alla mattina presto prego di fronte al Santissimo Sacramento.

Anch’io ho scritto libri accademici. Anche io posseggo una cattedra da professore (non benché sia prete, ma come prete). Resto nella Chiesa non per pigrizia o per ignoranza riguardo alla grandezza della crisi, né perché ho sbagliato a comprendere la “religione” correttamente, né certamente perché non ho altre opzioni. Resto un vero credente: Dio ancora viene a noi; i sacramenti ancora funzionano; la gente ancora crede e prega; i preti, anche quando siamo meno santi dei nostri parrocchiani e studenti, hanno un ruolo necessario da giocare nella santa Chiesa di Dio. Non è più onesto o acuto chiedere l’abolizione del sacerdozio piuttosto che insistere sulla sua redenzione.

Compagnia radicale

Eliminare il ruolo del prete sarebbe dimenticare che la Chiesa è essenzialmente una comunità sacramentale, nella quale Dio ha infuso la sua santità. Dio rende la Chiesa santa nella sua materialità, nelle cose di questo mondo, così come sono: sempre peccatrice, mai perfetta, tuttavia sempre e ancora un luogo reso santo dalla scelta di Dio di abitarvi. Pane comune e vino comune diventano il corpo e sangue di Cristo; una comune comunità umana si sorprende di scoprirsi (ancora) il Corpo di Cristo che ci consegna il suo corpo e il suo sangue, non per disgustarci ma per inserirci in una radicale compagnia con Dio e tra di noi, una partecipazione dalla quale non è facile tornare indietro.

Persone ordinarie diventano preti perché sono chiamate da Dio e dalla comunità per prendere questo ruolo. Essere un prete e un celibe è un modo per essere santi in un mondo che ha un bisogno disperato di tale testimonianza. Che tutto il popolo di Dio sia santo e capace di parlare e agire in nome di Dio non esautora questo speciale, duraturo ruolo nella comunità. Che ci sia un sacerdozio non significa che i preti abbiano la licenza di limitare o controllare il sacro, come se proteggessero la presenza di Dio dalla gente. Il sacro è in ogni caso ben oltre il potere dei burocrati.

Redimere il sacerdozio, sì. Riconnetterlo alla santità di Dio e incominciare seriamente a immaginare una Chiesa cattolica nella quale chiunque del popolo di Dio può essere chiamato a questo privilegio e a questo fardello. Questa è la nostra speranza contro ogni speranza, andando ben oltre le proposte appassionate (pur tuttavia incapaci) di bandire del tutto il sacerdozio.

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