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Non aboliamo il sacerdozio. Redimiamolo

Purificare la chiesa attraverso l’amore appassionato

- Advertisement -
di: Francis X. Clooney

Alcuni mesi fa ho partecipato a una piccola conversazione nel campus universitario [Harvard, ndt] riguardo alla crisi degli abusi nella Chiesa cattolica. Un relatore protestante ha distolto la nostra attenzione per alcuni minuti offrendo una dettagliata critica del celibato come essenzialmente sbagliato e assolutamente intollerabile. Ha fatto l’elenco dei suoi numerosi difetti e mancanze, sottolineando la sua disumanità e l’impossibilità de facto, invocando la sua abolizione.

Mi ha colto di sorpresa. Avrei dovuto replicare, per lo meno evidenziare, che – come l’interlocutore avrebbe dovuto sapere – ho cercato di vivere tutto ciò per oltre cinquant’anni come gesuita, quarant’anni come prete, e in tutti questi anni come celibe. Ma nessuno ha reagito su questo tema e la conversazione è rapidamente tornata al tema principale.

Questo fatto, piccolo se vogliamo, è quantomeno singolare. Questo è stato un altro triste anno per le rivelazioni riguardo agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, doloroso per le vittime e i loro familiari, doloroso per tutti coloro, tra noi, a cui sta a cuore la Chiesa cattolica, deprimente per la gerarchia cattolica che ha coperto così tanto riguardo agli abusi per così tanti decenni. Le analisi di questa tragedia sono prevedibilmente parecchie, le denunce brucianti, i rimedi proposti innumerevoli. Alcuni saggisti e opinionisti vicini al mondo cattolico stanno diventando sempre più pungenti, proponendo soluzioni sempre più radicali e quindi lo stesso sacerdozio cattolico è ora un obiettivo frequente per manifestare indignazione. Aboliamolo!

Tre voci critiche

Ancora prevedibilmente, qui a Boston, dove vivo, le critiche al sacerdozio sono state forti. L’anno è cominciato con un articolo polemico di Garry Wills, apparso sul Boston Globe in gennaio, intitolato «Il celibato non è la causa della crisi degli abusi sessuali nella chiesa; lo è il sacerdozio», sostanzialmente un’adeguata ripresa del suo caustico libro Perché i preti?del 2013. La sua posizione è minimalista: ciò che non possiamo trovare nel Nuovo Testamento è illegittimo e questo include molto della struttura sacramentale e gerarchica della Chiesa; il sacerdozio non è mai stato voluto da Cristo e non può essere salvato: «non penso che potrebbe funzionare ancora. Il sacerdozio stesso è un affronto al vangelo».

Facendo eco a Wills, James Carroll, lui pure una voce familiare qui a Boston, ha pubblicato l’articolo «Abolire il sacerdozio» su The Atlantic del giugno 2019. Questo saggio confessionale si muove tra il rimpianto e la denuncia. Carroll parla in maniera commossa, triste, nella sua quasi disperazione per la situazione della Chiesa, della sua decisione di smettere di partecipare alla messa, della sua scelta di una sorta di «esilio interno», di una vita di protesta che né condona la Chiesa attuale né l’abbandona. Fin qui tutto bene. Se Carroll avesse semplicemente confessato il suo lamento, gli sarei stato grato per le sue parole. Ma ha in mente delle ambizioni più grandi: «se fossi rimasto prete, lo capisco ora, la mia fede, così com’era, sarebbe stata corrotta».

Nessun prete può essere innocente, dal momento che «una spregiudicata e immorale sottocultura clericale ha reso tutti i preti un gruppo che dissimula silenziosamente il profondo disordine della propria condizione». Ne segue, secondo Carroll, che «lo stesso sacerdozio è tossico». Carroll prega per una Chiesa migliore, illuminata dalle opere di misericordia, libera dalla gerarchia e che contempli «molte, non autorizzate espressioni di preghiera e di culto, ugualitarie, autentiche, ecumeniche. Una Chiesa che non ha nulla a che fare con le frontiere diocesane, i confini parrocchiali o il sacramento dell’ordine sacro».

Nello stesso periodo in cui è apparso il pezzo di Carroll, l’Harvard Divinity Bullettin della mia stessa scuola ha pubblicato l’articolo di Robert Orsi «Lo studio della religione dall’altro lato del disgusto». Anche Orsi è noto qua, dal momento che ha insegnato ad Harvard per alcuni anni. Benché apparentemente si tratti di un saggio nella categoria del “disgusto” negli studi religiosi – forse simile a proposte già viste riguardanti l’invidia religiosa, il rimpianto religioso e altro ancora – il vero focus di Orsi è racchiuso nel sottotitolo: «la moderna sessualità cattolica è un paesaggio oscuro e travagliato». Il saggio è un manifesto rivolto alla Chiesa cattolica, la religione della sua giovinezza, che è ora l’oggetto del suo disgusto.

Il suo obiettivo è molto più ampio dell’abuso e del suo insabbiamento da parte di prelati ipocriti, dal momento che anche la presenza reale di Cristo nell’eucaristia è soggetto della disputa: «forse il disgusto è un’emozione propriamente cattolica, dato che l’atto di culto centrale nel cattolicesimo, il sacramento della reale presenza di Dio, consiste nella recezione, ingestione e digestione del pane e del vino consacrati, che sono detti essere il corpo e il sangue di Dio, nella comunità che si raduna ed è costituita da questa pratica».

Purificare la chiesa attraverso l’amore appassionato

A questo punto Orsi poteva argomentare più in profondità il sacro scandalo dell’eucaristia (come in Gv 6), dal momento che alcuni scandali, le pietre di inciampo di Dio, sono rivelatori. Invece si precipita velocemente verso una conclusione più roboante: «non sorprende che io, come cattolico, sia disgustato dal cattolicesimo» nel suo insieme e dal sacerdozio in particolare. Nessun prete – ci informa – nemmeno un ipotetico «buon prete» è innocente: ognuno sicuramente «sapeva che cosa stava succedendo con i suoi “fratelli preti”» e, sempre sicuramente, «ha colluso nei discorsi, nelle pratiche e nei privilegi che hanno trasformato le persone vulnerabili in vittime».

Riportando la statistiche che al massimo un prete su due è fedele al celibato, Orsi conclude con sbalorditiva certezza che «i preti e i prelati sono sempre in possesso di questioni sessuali sporche, l’uno dell’altro. Ciò rende ogni prete intimamente vulnerabile di fronte alla rete dei “fratelli preti”, ma dà ai preti una certa misura di controllo su tale rete». Noi preti siamo tutti parte della cospirazione.

Ma c’è ancora di più: «per favore non sbagliatevi riguardo a questo: è impossibile separare la “religione”, qui, dallo stupro dei bambini, dei giovani, di donne, di seminaristi e di novizie». Tutto questo sempre essere il disgusto di una persona che ha abbandonato non solo i preti e non solo il cattolicesimo, ma l’intera religione.

Wills, Carroll e Orsi, ognuno scrivendo a suo modo, esprimono tutti rabbia e il sacerdozio è il loro obiettivo. Sono parole dure da parte di tali autori e faremmo tutti bene ad ascoltare e percepire il fuoco di un tale rimprovero. Gli abusi, l’insensibilità per le vittime, l’insabbiamento sono stati scandalosi. Chi non ne sarebbe scandalizzato? E la riforma non è semplicemente una questione di più regole e più commissioni, né  una Chiesa salvata dagli avvocati.

Dobbiamo riformare la Chiesa andando molto più in profondità e più seriamente, spogliando il clericalismo, la mentalità da club di vecchi ragazzi e l’ignoranza dei funzionari della Chiesa, che sembrano incapaci di parlare di cattolici ordinari. Tutto ciò deve cambiare. Per purificare la Chiesa cattolica dobbiamo andare oltre la rabbia, facendo leva su un amore ancora più appassionato.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Non aboliamo il sacerdozio. Redimiamolo

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Alcuni mesi fa ho partecipato a una piccola conversazione nel campus universitario [Harvard, ndt] riguardo alla crisi degli abusi nella Chiesa cattolica. Un relatore protestante ha distolto la nostra attenzione per alcuni minuti offrendo una dettagliata critica del celibato come essenzialmente sbagliato e assolutamente intollerabile. Ha fatto l’elenco dei suoi numerosi difetti e mancanze, sottolineando la sua disumanità e l’impossibilità de facto, invocando la sua abolizione.

Mi ha colto di sorpresa. Avrei dovuto replicare, per lo meno evidenziare, che – come l’interlocutore avrebbe dovuto sapere – ho cercato di vivere tutto ciò per oltre cinquant’anni come gesuita, quarant’anni come prete, e in tutti questi anni come celibe. Ma nessuno ha reagito su questo tema e la conversazione è rapidamente tornata al tema principale.

Questo fatto, piccolo se vogliamo, è quantomeno singolare. Questo è stato un altro triste anno per le rivelazioni riguardo agli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, doloroso per le vittime e i loro familiari, doloroso per tutti coloro, tra noi, a cui sta a cuore la Chiesa cattolica, deprimente per la gerarchia cattolica che ha coperto così tanto riguardo agli abusi per così tanti decenni. Le analisi di questa tragedia sono prevedibilmente parecchie, le denunce brucianti, i rimedi proposti innumerevoli. Alcuni saggisti e opinionisti vicini al mondo cattolico stanno diventando sempre più pungenti, proponendo soluzioni sempre più radicali e quindi lo stesso sacerdozio cattolico è ora un obiettivo frequente per manifestare indignazione. Aboliamolo!

Tre voci critiche

Ancora prevedibilmente, qui a Boston, dove vivo, le critiche al sacerdozio sono state forti. L’anno è cominciato con un articolo polemico di Garry Wills, apparso sul Boston Globe in gennaio, intitolato «Il celibato non è la causa della crisi degli abusi sessuali nella chiesa; lo è il sacerdozio», sostanzialmente un’adeguata ripresa del suo caustico libro Perché i preti?del 2013. La sua posizione è minimalista: ciò che non possiamo trovare nel Nuovo Testamento è illegittimo e questo include molto della struttura sacramentale e gerarchica della Chiesa; il sacerdozio non è mai stato voluto da Cristo e non può essere salvato: «non penso che potrebbe funzionare ancora. Il sacerdozio stesso è un affronto al vangelo».

Facendo eco a Wills, James Carroll, lui pure una voce familiare qui a Boston, ha pubblicato l’articolo «Abolire il sacerdozio» su The Atlantic del giugno 2019. Questo saggio confessionale si muove tra il rimpianto e la denuncia. Carroll parla in maniera commossa, triste, nella sua quasi disperazione per la situazione della Chiesa, della sua decisione di smettere di partecipare alla messa, della sua scelta di una sorta di «esilio interno», di una vita di protesta che né condona la Chiesa attuale né l’abbandona. Fin qui tutto bene. Se Carroll avesse semplicemente confessato il suo lamento, gli sarei stato grato per le sue parole. Ma ha in mente delle ambizioni più grandi: «se fossi rimasto prete, lo capisco ora, la mia fede, così com’era, sarebbe stata corrotta».

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Nessun prete può essere innocente, dal momento che «una spregiudicata e immorale sottocultura clericale ha reso tutti i preti un gruppo che dissimula silenziosamente il profondo disordine della propria condizione». Ne segue, secondo Carroll, che «lo stesso sacerdozio è tossico». Carroll prega per una Chiesa migliore, illuminata dalle opere di misericordia, libera dalla gerarchia e che contempli «molte, non autorizzate espressioni di preghiera e di culto, ugualitarie, autentiche, ecumeniche. Una Chiesa che non ha nulla a che fare con le frontiere diocesane, i confini parrocchiali o il sacramento dell’ordine sacro».

Nello stesso periodo in cui è apparso il pezzo di Carroll, l’Harvard Divinity Bullettin della mia stessa scuola ha pubblicato l’articolo di Robert Orsi «Lo studio della religione dall’altro lato del disgusto». Anche Orsi è noto qua, dal momento che ha insegnato ad Harvard per alcuni anni. Benché apparentemente si tratti di un saggio nella categoria del “disgusto” negli studi religiosi – forse simile a proposte già viste riguardanti l’invidia religiosa, il rimpianto religioso e altro ancora – il vero focus di Orsi è racchiuso nel sottotitolo: «la moderna sessualità cattolica è un paesaggio oscuro e travagliato». Il saggio è un manifesto rivolto alla Chiesa cattolica, la religione della sua giovinezza, che è ora l’oggetto del suo disgusto.

Il suo obiettivo è molto più ampio dell’abuso e del suo insabbiamento da parte di prelati ipocriti, dal momento che anche la presenza reale di Cristo nell’eucaristia è soggetto della disputa: «forse il disgusto è un’emozione propriamente cattolica, dato che l’atto di culto centrale nel cattolicesimo, il sacramento della reale presenza di Dio, consiste nella recezione, ingestione e digestione del pane e del vino consacrati, che sono detti essere il corpo e il sangue di Dio, nella comunità che si raduna ed è costituita da questa pratica».

Purificare la chiesa attraverso l’amore appassionato

A questo punto Orsi poteva argomentare più in profondità il sacro scandalo dell’eucaristia (come in Gv 6), dal momento che alcuni scandali, le pietre di inciampo di Dio, sono rivelatori. Invece si precipita velocemente verso una conclusione più roboante: «non sorprende che io, come cattolico, sia disgustato dal cattolicesimo» nel suo insieme e dal sacerdozio in particolare. Nessun prete – ci informa – nemmeno un ipotetico «buon prete» è innocente: ognuno sicuramente «sapeva che cosa stava succedendo con i suoi “fratelli preti”» e, sempre sicuramente, «ha colluso nei discorsi, nelle pratiche e nei privilegi che hanno trasformato le persone vulnerabili in vittime».

Riportando la statistiche che al massimo un prete su due è fedele al celibato, Orsi conclude con sbalorditiva certezza che «i preti e i prelati sono sempre in possesso di questioni sessuali sporche, l’uno dell’altro. Ciò rende ogni prete intimamente vulnerabile di fronte alla rete dei “fratelli preti”, ma dà ai preti una certa misura di controllo su tale rete». Noi preti siamo tutti parte della cospirazione.

Ma c’è ancora di più: «per favore non sbagliatevi riguardo a questo: è impossibile separare la “religione”, qui, dallo stupro dei bambini, dei giovani, di donne, di seminaristi e di novizie». Tutto questo sempre essere il disgusto di una persona che ha abbandonato non solo i preti e non solo il cattolicesimo, ma l’intera religione.

Wills, Carroll e Orsi, ognuno scrivendo a suo modo, esprimono tutti rabbia e il sacerdozio è il loro obiettivo. Sono parole dure da parte di tali autori e faremmo tutti bene ad ascoltare e percepire il fuoco di un tale rimprovero. Gli abusi, l’insensibilità per le vittime, l’insabbiamento sono stati scandalosi. Chi non ne sarebbe scandalizzato? E la riforma non è semplicemente una questione di più regole e più commissioni, né  una Chiesa salvata dagli avvocati.

Dobbiamo riformare la Chiesa andando molto più in profondità e più seriamente, spogliando il clericalismo, la mentalità da club di vecchi ragazzi e l’ignoranza dei funzionari della Chiesa, che sembrano incapaci di parlare di cattolici ordinari. Tutto ciò deve cambiare. Per purificare la Chiesa cattolica dobbiamo andare oltre la rabbia, facendo leva su un amore ancora più appassionato.

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