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Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16). Un’interpretazione del I capitolo della Lettera pastorale del vescovo De Luca.

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La fede - ci sembra di interpretare - è un appuntamento di movimenti: da un lato, lo spingersi dell’uomo verso Dio; dall’altro, il correre incontro di Dio, alla sua creatura. Spesso però - stregato dalla lotta nel superare il suo limite - l’uomo, corre il rischio di pensare di essere il primo locomotore, colui da cui nasce il desiderio di indirizzarsi verso il creatore. In realtà, tutto si comprende, nel primordiale anelito di Dio di “trasferirsi” presso l’uomo e, suscitare in lui, il desiderio di quel movimento di accoglienza.
La fede – ci sembra di interpretare – è un appuntamento di movimenti: da un lato, lo spingersi dell’uomo verso Dio; dall’altro, il correre incontro di Dio, alla sua creatura. Spesso però – stregato dalla lotta nel superare il suo limite – l’uomo, corre il rischio di pensare di essere il primo locomotore, colui da cui nasce il desiderio di indirizzarsi verso il creatore. In realtà, tutto si comprende, nel primordiale anelito di Dio di “trasferirsi” presso l’uomo e, suscitare in lui, il desiderio di quel movimento di accoglienza.

L’esperienza di fede del cristiano non si può collocare al di fuori della comunità: vero sitz im leben dell’incontro con Cristo, tessuto vivo e imprescindibile per la sua stessa maturazione. Sembra essere questo, l’architrave che sostiene tutta la lettera pastorale del vescovo De Luca, affidata alla Diocesi di Termoli-Larino, in occasione dell’Anno della Fede 2012-2013. Un argomento, inoltre, ricorrente in tutti i punti essenziali dello scritto: epicentro sempre denso di grandi e attuali tematiche.

A una prima lettura – nonostante un’impostazione e un linguaggio atipico per un documento “pastorale” – emerge con chiarezza, come il fit iniziale giunga proprio dal I capitolo: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16)», dal cui titolo è desunto anche quello dell’epistola. A questa pericope, tuttavia, sembrerebbe mancare qualcosa: appare, infatti, monca di una parte essenziale. A venire meno è il suo proseguo, il versetto descrittivo di tutta l’essenza del cristianesimo: «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16); evidentemente non un’amnesia, piuttosto l’intenzione di presentare il “Dio Amore”, come la “meta” di un percorso: l’orizzonte di un itinerario di fede.

Anche il I capitolo – come tutti quelli della lettera – si aprono con una lunga “chiamata in causa”, quasi a fare da apripista a ciò che sarà esposto in seguito. Qui è J. W. Goethe a rompere gli indugi: «Chi potrebbe mai descrivere quello che provai allora? La mia anima venne innalzata di slancio verso la Croce sulla quale un giorno Cristo spirò. Fu uno slancio – non lo posso chiamare altrimenti – del tutto simile a quello che conduce la nostra anima a un amato lontano, un ravvicinamento che probabilmente è assai più reale e più vero di quanto supponiamo. Così la mia anima si avvicinò a Colui che s’incarnò e mori sulla croce, e in quell’istante seppi cos’era la fede. “Questa è la fede!” – esclamai e balzai in piedi quasi atterrita. Cercai di essere certa di ciò che sentivo e vedevo, e in breve fui convinta che il mio spirito aveva acquistato la facoltà, affatto nuova, di alzarsi in volo» (Gli anni dell’apprendistato). Una bellissima citazione, narratrice di uno spessore di fede straordinario, ma sulla quale bisogna soffermarsi e riflettere. La fede è una dinamica che investe tutte le dimensioni della persona, non solo l’anima; è un moto nel quale s‘intendono partecipi a pieno titolo il corpo, l’anima e lo spirito. Questo concetto – in seguito – sarà puntualizzato da Mons. De Luca, tuttavia, aprire il capitolo con questo richiamo, sembra poco cauto.

La fede – ci sembra di interpretare – è un appuntamento di movimenti: da un lato, lo spingersi dell’uomo verso Dio; dall’altro, il correre incontro di Dio, alla sua creatura. Spesso però – stregato dalla lotta nel superare il suo limite – l’uomo, corre il rischio di pensare di essere il primo locomotore, colui da cui nasce il desiderio di indirizzarsi verso il creatore. In realtà, tutto si comprende, nel primordiale anelito di Dio di “trasferirsi” presso l’uomo e, suscitare in lui, il desiderio di quel movimento di accoglienza. Questa è la “grazia preveniente”, un “andare programmato” Dio verso l’uomo. In aggiunta – parafrasando Guardini – la fede, è un inizio non causato dalle predisposizioni dell’uomo, bensì tratto in essere da Dio e che appartiene a tutti.

È in questo sguardo, che l’affermazione di 1 Gv 4,16 diviene il fondamento del documento pastorale e del capitolo stesso. Anzitutto, l’atto del credere, si ricomprende nella contestualizzazione del pronome personale “noi”. Il richiamo a una pluralità – quella della comunità – è forte.

“Noi abbiamo”. Evidentemente, l’atto di fede, è una libera risposta di ogni uomo a Dio che si rivela. Il Concilio Ecumenico Vaticano I evidenzia, come attraverso le opere del creato, sia possibile giungere alla comprensione di Dio, ma ancor di più, il Vaticano II, metterà in risalto il ruolo preminente della parola di Dio: prima fonte della rivelazione e d’incontro. La Costituzione Dogmatica Dei Verbum addirittura affermerà «Deo revelanti praestanda est oboeditio fidei (cf. Rm 16, 26; coll. Rm 1, 5; 2 Cor 10, 5-6) (DV 5), sostenendo con forza, che a Dio che si rivela, si deve rispondere necessariamente con l’obbedienza della fede. Una fede – come già espresso – che si sorregge e si comprende nella comunità; dalla fede del singolo si originano incidenze sulla chiesa, ma che al tempo stesso, non si dà da sola. Il battesimo è il sacramento della fede, ed è nella chiesa che si amministra. Insomma, nessuno si dà la fede da solo, al pari dell’esistenza, dove il battesimo coincide con l’inizio dell’esistenza cristiana: figliolanza divina. In questa logica, la comunità è il terreno fertile in cui far crescere la propria fede, trasmetterla per contagio e portarla a maturazione, sull’esempio del giovane Timoteo, che la ricevette per trasmissione da sua madre Eunice alla quale fu testimoniata da sua madre Loide.

“Riconosciuto”. Ogni cristiano – per vocazione – è chiamato a riconoscere in Gesù Cristo il compimento della rivelazione e, allo stesso tempo, il suo contenuto pregnante. Per realizzare tale opera d’identificazione, si può cominciare dalle fasi più delicate della propria esistenza, non solo le più dolorose. Prendere atto della propria umanità, è il primo passo nel veder prender forma, la ri-scoperta dell’Amore di Dio.

“Creduto”. L’atto del credere, è il movimento attraverso il quale, tutta la persona umana resta coinvolta nell’abbraccio d’amore con Dio: nessuna estensione ne rimane estromessa. Lo spirito, l’anima e il corpo, tendenzialmente, si avviluppano lungo un equilibrio di processi, in modo tale che tutti e tre ne restino implicati “corresponsabilmente”. Motore di questa progressione, la grazia preveniente, che sprona l’uomo all’assenso di fede.

“All’amore che Dio ha per noi”. Il destinatario del nostro amore è Gesù Cristo, non un estraneo. Il nostro interlocutore non è il “dio ignoto” dell’areopago di Atene, bensì il Figlio di Dio incarnato, morto, risorto e asceso al cielo. Egli è il “tu” nel quale ogni relazione diventa possibile e vera fino in fondo. Solo alla luce dell’intera vita di Cristo, è pensabile educare se stessi: offrire il pieno assenso dell’intelletto e della volontà a Lui che si rivela.

La parola di Dio, pertanto, principio d’incontro con Dio e porta della fede, va bramata come il latte della mamma per il neonato; essa infatti, che è capace di trasformare da dentro, ci chiede prima di essere discepoli, poi apostoli.

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16). Un’interpretazione del I capitolo della Lettera pastorale del vescovo De Luca.

  

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La fede - ci sembra di interpretare - è un appuntamento di movimenti: da un lato, lo spingersi dell’uomo verso Dio; dall’altro, il correre incontro di Dio, alla sua creatura. Spesso però - stregato dalla lotta nel superare il suo limite - l’uomo, corre il rischio di pensare di essere il primo locomotore, colui da cui nasce il desiderio di indirizzarsi verso il creatore. In realtà, tutto si comprende, nel primordiale anelito di Dio di “trasferirsi” presso l’uomo e, suscitare in lui, il desiderio di quel movimento di accoglienza.
La fede – ci sembra di interpretare – è un appuntamento di movimenti: da un lato, lo spingersi dell’uomo verso Dio; dall’altro, il correre incontro di Dio, alla sua creatura. Spesso però – stregato dalla lotta nel superare il suo limite – l’uomo, corre il rischio di pensare di essere il primo locomotore, colui da cui nasce il desiderio di indirizzarsi verso il creatore. In realtà, tutto si comprende, nel primordiale anelito di Dio di “trasferirsi” presso l’uomo e, suscitare in lui, il desiderio di quel movimento di accoglienza.

L’esperienza di fede del cristiano non si può collocare al di fuori della comunità: vero sitz im leben dell’incontro con Cristo, tessuto vivo e imprescindibile per la sua stessa maturazione. Sembra essere questo, l’architrave che sostiene tutta la lettera pastorale del vescovo De Luca, affidata alla Diocesi di Termoli-Larino, in occasione dell’Anno della Fede 2012-2013. Un argomento, inoltre, ricorrente in tutti i punti essenziali dello scritto: epicentro sempre denso di grandi e attuali tematiche.

A una prima lettura – nonostante un’impostazione e un linguaggio atipico per un documento “pastorale” – emerge con chiarezza, come il fit iniziale giunga proprio dal I capitolo: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi (1Gv 4,16)», dal cui titolo è desunto anche quello dell’epistola. A questa pericope, tuttavia, sembrerebbe mancare qualcosa: appare, infatti, monca di una parte essenziale. A venire meno è il suo proseguo, il versetto descrittivo di tutta l’essenza del cristianesimo: «Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui» (1Gv 4,16); evidentemente non un’amnesia, piuttosto l’intenzione di presentare il “Dio Amore”, come la “meta” di un percorso: l’orizzonte di un itinerario di fede.

Anche il I capitolo – come tutti quelli della lettera – si aprono con una lunga “chiamata in causa”, quasi a fare da apripista a ciò che sarà esposto in seguito. Qui è J. W. Goethe a rompere gli indugi: «Chi potrebbe mai descrivere quello che provai allora? La mia anima venne innalzata di slancio verso la Croce sulla quale un giorno Cristo spirò. Fu uno slancio – non lo posso chiamare altrimenti – del tutto simile a quello che conduce la nostra anima a un amato lontano, un ravvicinamento che probabilmente è assai più reale e più vero di quanto supponiamo. Così la mia anima si avvicinò a Colui che s’incarnò e mori sulla croce, e in quell’istante seppi cos’era la fede. “Questa è la fede!” – esclamai e balzai in piedi quasi atterrita. Cercai di essere certa di ciò che sentivo e vedevo, e in breve fui convinta che il mio spirito aveva acquistato la facoltà, affatto nuova, di alzarsi in volo» (Gli anni dell’apprendistato). Una bellissima citazione, narratrice di uno spessore di fede straordinario, ma sulla quale bisogna soffermarsi e riflettere. La fede è una dinamica che investe tutte le dimensioni della persona, non solo l’anima; è un moto nel quale s‘intendono partecipi a pieno titolo il corpo, l’anima e lo spirito. Questo concetto – in seguito – sarà puntualizzato da Mons. De Luca, tuttavia, aprire il capitolo con questo richiamo, sembra poco cauto.

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La fede – ci sembra di interpretare – è un appuntamento di movimenti: da un lato, lo spingersi dell’uomo verso Dio; dall’altro, il correre incontro di Dio, alla sua creatura. Spesso però – stregato dalla lotta nel superare il suo limite – l’uomo, corre il rischio di pensare di essere il primo locomotore, colui da cui nasce il desiderio di indirizzarsi verso il creatore. In realtà, tutto si comprende, nel primordiale anelito di Dio di “trasferirsi” presso l’uomo e, suscitare in lui, il desiderio di quel movimento di accoglienza. Questa è la “grazia preveniente”, un “andare programmato” Dio verso l’uomo. In aggiunta – parafrasando Guardini – la fede, è un inizio non causato dalle predisposizioni dell’uomo, bensì tratto in essere da Dio e che appartiene a tutti.

È in questo sguardo, che l’affermazione di 1 Gv 4,16 diviene il fondamento del documento pastorale e del capitolo stesso. Anzitutto, l’atto del credere, si ricomprende nella contestualizzazione del pronome personale “noi”. Il richiamo a una pluralità – quella della comunità – è forte.

“Noi abbiamo”. Evidentemente, l’atto di fede, è una libera risposta di ogni uomo a Dio che si rivela. Il Concilio Ecumenico Vaticano I evidenzia, come attraverso le opere del creato, sia possibile giungere alla comprensione di Dio, ma ancor di più, il Vaticano II, metterà in risalto il ruolo preminente della parola di Dio: prima fonte della rivelazione e d’incontro. La Costituzione Dogmatica Dei Verbum addirittura affermerà «Deo revelanti praestanda est oboeditio fidei (cf. Rm 16, 26; coll. Rm 1, 5; 2 Cor 10, 5-6) (DV 5), sostenendo con forza, che a Dio che si rivela, si deve rispondere necessariamente con l’obbedienza della fede. Una fede – come già espresso – che si sorregge e si comprende nella comunità; dalla fede del singolo si originano incidenze sulla chiesa, ma che al tempo stesso, non si dà da sola. Il battesimo è il sacramento della fede, ed è nella chiesa che si amministra. Insomma, nessuno si dà la fede da solo, al pari dell’esistenza, dove il battesimo coincide con l’inizio dell’esistenza cristiana: figliolanza divina. In questa logica, la comunità è il terreno fertile in cui far crescere la propria fede, trasmetterla per contagio e portarla a maturazione, sull’esempio del giovane Timoteo, che la ricevette per trasmissione da sua madre Eunice alla quale fu testimoniata da sua madre Loide.

“Riconosciuto”. Ogni cristiano – per vocazione – è chiamato a riconoscere in Gesù Cristo il compimento della rivelazione e, allo stesso tempo, il suo contenuto pregnante. Per realizzare tale opera d’identificazione, si può cominciare dalle fasi più delicate della propria esistenza, non solo le più dolorose. Prendere atto della propria umanità, è il primo passo nel veder prender forma, la ri-scoperta dell’Amore di Dio.

“Creduto”. L’atto del credere, è il movimento attraverso il quale, tutta la persona umana resta coinvolta nell’abbraccio d’amore con Dio: nessuna estensione ne rimane estromessa. Lo spirito, l’anima e il corpo, tendenzialmente, si avviluppano lungo un equilibrio di processi, in modo tale che tutti e tre ne restino implicati “corresponsabilmente”. Motore di questa progressione, la grazia preveniente, che sprona l’uomo all’assenso di fede.

“All’amore che Dio ha per noi”. Il destinatario del nostro amore è Gesù Cristo, non un estraneo. Il nostro interlocutore non è il “dio ignoto” dell’areopago di Atene, bensì il Figlio di Dio incarnato, morto, risorto e asceso al cielo. Egli è il “tu” nel quale ogni relazione diventa possibile e vera fino in fondo. Solo alla luce dell’intera vita di Cristo, è pensabile educare se stessi: offrire il pieno assenso dell’intelletto e della volontà a Lui che si rivela.

La parola di Dio, pertanto, principio d’incontro con Dio e porta della fede, va bramata come il latte della mamma per il neonato; essa infatti, che è capace di trasformare da dentro, ci chiede prima di essere discepoli, poi apostoli.

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