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“No ai preti Google e Wikipedia”

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Il Papa a Genova incontra vescovi, clero e religiosi della Liguria: cacciare i seminaristi che chiacchierano, altrimenti «allevate corvi che vi mangeranno gli occhi»; no ai preti «che sanno tutto» e a quelli «imprenditori». Cita il cardinale Canestri: «La Chiesa è come un fiume, l’importante è essere dentro al fiume»

DOMENICO AGASSO JR
INVIATO A GENOVA

Responsabili dei seminari, «cacciate i seminaristi che chiacchierano, altrimenti “allevate corvi che vi mangeranno gli occhi”. Bisogna diffidare dai sacerdoti «che sanno tutto», che i bambini potrebbero chiamare «preti Google e Wikipedia», perché sono dannosi, così come quelli «imprenditori» che non sono aperti alle sorprese di Dio. Papa Francesco lo dice questa mattina, 27 maggio 2017, nella cattedrale di San Lorenzo, dove incontra i vescovi della Liguria, il clero e i religiosi della regione, i collaboratori laici della Curia e i rappresentanti di altre confessioni, nella seconda tappa della sua visita a Genova. Il Pontefice cita il cardinale Giovanni Canestri: «La Chiesa è come un fiume, l’importante è essere dentro al fiume». 

 

 

Dopo il saluto dell’arcivescovo cardinale Angelo Bagnasco, il Vescovo di Roma risponde ad alcune domande che gli sono rivolte. Ma prima, appena prende la parola, chiede di «pregare insieme per i nostri fratelli copti egiziani che sono stati uccisi perché non volevano rinnegare la fede», riferendosi all’attentato avvenuto in Egitto ieri; invita a «pregare insieme in silenzio, e poi con un’Ave Maria». E «Non dimentichiamo che oggi i martiri cristiani sono di più che i primi tempi della Chiesa». 

 

«Padre Santo, chiediamo a Lei i criteri per vivere un’intensa vita spirituale nel nostro ministero che, nella complessità della vita moderna e dei compiti anche amministrativi, tende a farci vivere dispersi e frantumati».  

 

«Dirò che più imitiamo lo stile di Gesù, più faremo bene il nostro lavoro di pastori. Questo è il criterio fondamentale, lo stile di Gesù. Sempre Gesù era in cammino, in mezzo alla gente, la folla dice il Vangelo, che distingue bene tra discepoli, folla, dottori della legge. Possiamo intuire che la maggior parte del tempo Gesù lo passava sulla strada: questo vuol dire vicinanza ai problemi della gente, non si nascondeva; poi la sera si nascondeva a pregare. Questo è utile a noi, che andiamo sempre di fretta, guardando l’orologio perché c’è da fare presto; però questo nostro comportamento non è pastorale, Gesù non faceva questo. Gesù mai è stato fermo, e come tutti quelli che camminano è esposto a tensioni. 

 

La paura più grande che dobbiamo avere è una vita statica, del prete che ha tutto ben risolto, in ordine, strutturato, tutto è al suo posto. Io ho paura del prete statico, anche quando è statico nella preghiera, da tal ora a tal ora: ma non ti viene voglia di passare col Signore un’ora di più? Una vita così tanto strutturata non è una vita cristiana. Forse quel parroco è un buon imprenditore, ma è cristiano? O almeno vive come cristiano? Sì, celebra la messa, ma lo stile? È cristiano o da imprenditore? Gesù sempre è stato un uomo di strada, di cammino, aperto alle sorprese di Dio, invece il sacerdote che ha tutto pianificato, tutto strutturato, generalmente è chiuso alle sorprese di Dio, e si perde quella gioia della sorpresa dell’incontro. Il Signore ti sorprende quando non lo aspetti ma sei aperto. Non avere paura di questa tensione che ci tocca vivere, noi siamo in strada e il mondo è così, un educatore, un genitore, un prete è esposto a questa tensione, un cuore che ama sempre vivrà esposto a questa tensione. Se guardiamo Gesù nei Vangeli ci fanno vedere due momenti forti, che sono il fondamento: l’incontro col Padre e l’incontro con le persone, tutte, anche quelle più disagiate e scomode, come i lebbrosi. 

 

La preghiera: tu puoi pregare come un pappagallo, ma non è il modo giusto: invece incontra il Signore, stai zitto, lasciati guardare, dì una cosa al Signore… incontro. Con la gente lo stesso. Noi preti sappiamo quanto soffre la gente quando viene a chiedere consiglio e noi rispondiamo, di fretta: “Adesso non ho tempo”. Di fretta e non in cammino. Certo, stare con la gente stanca e stufa, ma è il popolo di Dio! Ma pensate a Gesù! Bisogna lasciarsi stancare dalla gente, non difendere troppo la propria tranquillità. Il sacerdote poi noni deve parlare troppo di se stesso, non deve sentire il bisogno di specchiarsi. La stanchezza che serve è quella della santità, e non deve di autoreferenzialità. Occorre chiedersi: “Sono uomo di strada? Di orecchio che sa ascoltare? Mi lascio stancare dalla gente? Questo era Gesù, non ci sono altre formule. Farà bene a tutti i preti ricordare che solo Gesù è il Salvatore, non ci sono altri salvatori. E pensare che Gesù mai si è legato alle strutture, ma sempre si legava ai rapporti. Se un sacerdote vede che è legato alle strutture, qualcosa non va. Una volta ho sentito un uomo di Dio – possibile beato – che diceva che nella Chiesa si deve vivere al minimo di strutture e massimo di vita, e non il contrario. Senza il rapporto con Dio e con il prossimo niente ha senso nella vita di un prete: farai carriera, andrai in quella parrocchia che ti piace, ma il cuore rimarrà vuoto, perché il tuo cuore è legato alle strutture e non ai rapporti essenziali, con il Padre e con Gesù e con le persone». 

 

Vorremmo vivere meglio la fraternità sacerdotale tanto raccomandata dal nostro i Cardinale Arcivescovo e promossa con incontri diocesani, vicariali, pellegrinaggi, ritiri ed esercizi spirituali, settimane di comunità. Ci può dare qualche indicazione?  

 

«Quanti anni ha lei? (81, ndr) Siamo coetanei Le faccio una confessione, sentendolo parlare così, le avrei dato 20 anni di meno (risate generali, ndr). Fraternità è una bella parola, ma non si quota nella borsa dei valori, è una parola, è tanto difficile la fraternità fra noi, è un lavoro di tutti i giorni nella fratellanza presbiterale. Noi abbiamo un pericolo, di avere creato quell’immagine di prete che sa tutto, non ha bisogno di consigli. I bambini possono dire: ma questo è un prete Google e Wikipedia! E questo fa tanto male alla vita presbiterale… Perché perdere tempo nelle riunioni? E quante volte nelle riunioni io sono in orbita e non ascolto il mio fratello prete che parla? Se il vescovo dicesse: voi sapete che l’anno prossimo aumenta l’otto per mille, lì l’orbita (l’attenzione, ndr) avanza! (risate generali, ndr) Ci sono domande da farci mentre nelle riunioni non ascolto l’altro che parla: perché non mi interessa? Perché non mi interessa quello che sta dicendo il mio fratello prete? Occorre ascoltarsi, pregare insieme, un buon pranzo, e fare festa insieme, i preti giovani una partita di calcio insieme, questo fa bene; essere fratelli, la fratellanza tanto umana. I “fratelli” sono una ricchezza uno per l’altro. 

 

I preti e i vescovi non siamo il Signore, noi siamo i discepoli del Signore, dobbiamo aiutarci, anche litigare, come i discepoli che litigavano per chi fosse il più grande tra loro, però non sparlare, dire “da dietro”: “Hai sentito che cosa ha detto quello scemo?”; no a mormorazioni e competizioni. Ho pensato tre volte se posso dirlo, non so se devo dirlo, ma posso dirlo (risate, ndr). Per fare una nomina di vescovo si chiedono informazioni a sacerdoti, fedeli, consacrati: a volte si trovano delle calunnie, o opinioni che senza essere gravi svalutano il prete, e si capisce subito che dietro c’è la gelosia. Quando non c’è fratellanza sacerdotale c’è il tradimento del fratello. Per andare, crescere, si spella il fratello. Il nemico grande contro la fratellanza sacerdotale sono l’invidia e la gelosie. Capita che sia più importante l’ideologia che la fratellanza, e anche della dottrina. Ma dove siamo arrivati? Può aiutare a sapere che nessuno di noi è il tutto, tutti siamo parti di un corpo, la Chiesa di Cristo. La pretesa di avere sempre ragione porta a sbagliare, ma questo si impara dal seminario.  

 

Un bravo arcivescovo vostro, il cardinale Canestri, diceva che “la Chiesa è come un fiume, l’importante è essere dentro al fiume”, ma essere a destra o a sinistra del fiume è una varietà lecita, l’importante è essere dentro il fiume. E tante volte noi vogliamo che il fiume diventi piccolo e solo dalla nostra parte, e condanniamo gli altri, e questo non è fratellanza. Tutti dentro il fiume. Questo si impara nel seminario, e io consiglio ai formatori: se voi vedete un seminarista bravo, intelligente, ma che è un chiacchierone, cacciatelo via: sarà un’ipoteca per la fratellanza. C’è un detto: alleva corvi e ti mangeranno gli occhi; se allevi corvi nel seminario distruggeranno qualsiasi fratellanza nel presbiterio. E poi c’è il parroco e il viceparroco, a volte vanno d’accordo, a volte sono da due parti diverse del fiume: fate uno sforzo di capirvi e parlarvi, l’importante è essere dentro il fiume e non chiacchierare, serve cercare l’unità; dobbiamo prendere doni, carismi, luci di ognuno. Una volta alcuni monaci sono andati a da abbà Pafnuzio: preoccupati per i peccati di un loro, chiedono aiuto a lui: “Sì ho visto alla riva del fiume un uomo nel fango fino alle ginocchia, alcuni fratelli volevano dargli una mano, e invece lo hanno fatto scendere con il fango fino al collo; ci sono alcuni aiuti che in realtà cercano di distruggere, travestiti da aiuti. Una cosa che ci aiuterà tanto quando ci troviamo davanti ai peccati e alle cose brutte dei nostri fratelli che cercano di rompere la fratellanza è chiedersi: quante volte io sono stato perdonato?». 

 

Lei ha vissuto una lunga vita consacrata in diverse situazioni e con diversi ruoli di responsabilità. Cosa può dirci per vivere la nostra consacrazione con crescente intensità, fedeli al nostro carisma, al nostro apostolato e alla diocesi? (Domanda di madre Rosangela Sala, presidente Usmi ligure, ndr)  

 

«Madre Rosangela la conosco da anni, è brava, ma guida ai 140 kmh (risate, ndr).  

La diocesi è quella porzione del popolo di Dio che ha la faccia. Ha fatto, fa e farà storia. Tutti siamo inseriti nella diocesi. Ci aiuta affinché la nostra fede non sia teorica. E voi consacrate e consacrati siete un regalo per la Chiesa, ogni carisma è un regalo per la Chiesa universale, ma sempre è interessante vedere come tutti i carismi nascono in un posto concreto ed sono uniti alla vita della diocesi concreta, non nascono nell’aria. Posto concreto che poi cresce e ha un carattere universale, ma nelle origini sempre hanno una concretezza. È bello fare memoria di come non c’è carisma senza un’esperienza fondante concreta, radici concrete. Pensiamo ai francescani: il posto che ci viene in mente è subito Assisi subito, “ma siamo universali”, sì è vero, ma l’origine concreta prevale. Il carisma è per essere incarnato, nasce in un posto concreto poi cresce. Ma bisogna sempre cercare dove è nato. Questo ci insegna ad amare la gente nei posti concreti. Concretamente. La concretezza della Chiesa la dà la diocesanità. Questo non vuol dire uccidere il carisma, no, aiuta il carisma a farsi più reale, visibile, vicino. Quando l’universalità di un istituto si dimentica di inserirsi nei posti concreti, nelle diocesi concrete, quest’ordine alla fine si dimentica dove è nato. Sì universalizza, ma non c’è quella concretezza della diocesanità. Istituti religiosi volanti non esistono, e se qualcuno avrà quella pretesa finirà male. 

E pensare all’universalità senza concretezza porterà all’autoreferenzialità. Poi sottolineo la disponibilità. Disponibilità ad andare dove c’è più rischio, bisogno, necessità; occorre donare il carisma, inserirsi dove c’è più necessità, in tutte le periferie. Queste periferie sono il riflesso dei posti dove è nato il carisma primordiale. E quando dico disponibilità anche dico revisione delle opere: a volte si fanno perché non c’è personale; ma anche quando c’è personale è bene chiedersi: il nostro carisma è necessario qui? Bisogna essere disponibili, con prudenza di governo, ma senza paura del rischio».  

 

Come vivere e affrontate il generale calo di vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata?  

«C’è un problema demografico, nell’Italia siamo sotto zero. Se non ci sono ragazzi non ci sono vocazioni, era più facile in tempi di famiglie numerose. È più facile convivere con un gatto e con il cane che con il figlio, perché così mi assicuro l’amore programmato, mi sento accompagnato dal gatto o dal cane. In ogni epoca dobbiamo vedere le cose che succedono come un passaggio del Signore: oggi il Signore passa da noi è dobbiamo chiederci che cosa succede. C’è anche la crisi vocazionale matrimoniale, non si sposano i giovani, preferiscono convivere. È una crisi trasversale. Una crisi trasversale che come tale è un tempo per domandare al Signore: cosa dobbiamo fare, cambiare? Affrontare i problemi è necessario, imparare dai problemi è una cosa obbligatoria. Bisogna cercare una risposta a questo, che non sia riduttiva, di conquista. Ricordo come fosse adesso: “La tratta delle novizie”, un titolo del Corriere della Sera mi sembra di alcuni anni fa. Fu uno scandalo. Una congregazione che prendeva il bus, andava in posti poveri, convinceva le ragazze a venire a Buenos Aires a farsi novizie, e le cose non andavano bene. E questo è un dato di quindici anni fa, ma è capitato anche a Roma, congregazioni che andavano in paesi extracomunitari, poveri: trovavano persone che non avevano vocazioni, ma non volevano stare lì in quei posti disagiati, allora venivano qui, non si consacravano, magari alcuni trovavano lavoro, ma altri finivano altre sul marciapiede. È difficile il lavoro vocazionale, è una sfida, ma dobbiamo essere creativi, va affrontata. 

 

Quando ci sono congregazioni che sono fedeli al carisma vocazionale con quell’amore che fa vedere attualità e bellezza del carisma, attirano. La testimonianza: se noi vogliamo consacrati e preti dobbiamo dare testimonianza che siamo felici, e che finiamo la nostra vita felici della scelta che Gesù ha fato per noi, testimonianza di gioia anche del modo di vivere; ci sono vescovi che vivono da pagani, e i giovani li vedono e dicono: “Così io non voglio”. È importante poi la conversione pastorale e missionaria. I giovani oggi cercano la missionarietà, lo zelo apostolico, persone che non vivono per se stesse, ma per gli altri, che danno la vita. Una volta, appena diventato vescovo ausiliare, ho saputo che suore del posto, zona di Buenos Aires, stavano rifacendo la casa: avevano ragione, era un po’ mal messa; l’hanno fatto bene, con bagni privati… alla fine hanno fatto un palazzo di lusso per le suore, e in ognuna delle stanze delle suore c’era una tv: risultato: dalle 2 alle 4 del pomeriggio tu non trovavi una sola suora nel collegio, tutte erano in stanza guardando la telenovela. La mondanità spirituale. I giovani chiedono testimonianza di autenticità, armonia col carisma. Noi dobbiamo capire che con questi comportamenti siamo noi a causare certe crisi vocazionali, siamo stati noi stessi. Ci vuole una conversione pastorale, missionaria, testimonianza che attira vocazioni. 

 

Le vocazioni ci sono, Dio le dà, ma se tu prete o suora sei sempre occupato e non hai tempo di ascoltare i giovani che vengono (”che a volte sono noiosi”), non le si coglie; i giovani sono in movimento: bisogna fare loro proposte missionarie, facendo queste opere di bene con loro il Signore parla a loro. La testimonianza si fa anche senza parole. Finisco con aneddoto: nella zona in cui ero vescovo ausiliare, in un ospedale vicino al vicariato c’erano 3 suorette anziane malate di una congregazione che non aveva gente da mandare: la madre generale con buon senso le ha richiamate; un sacerdote chiama la madre generale di una congregazione Corea, chiedendo aiuto. Arrivano tre suore coreane, e dopo dopo alcuni giorni gli ammalati erano felici: “Che suore brave!”. Ma che cosa dicono, come le capite che non parlano una parola di spagnolo? “Il sorriso”, il linguaggio dei gesti, della testimonianza dell’amore: anche senza parole si può attrarre gente. La testimonianza è la chiave delle vocazioni». 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il Papa a Genova incontra vescovi, clero e religiosi della Liguria: cacciare i seminaristi che chiacchierano, altrimenti «allevate corvi che vi mangeranno gli occhi»; no ai preti «che sanno tutto» e a quelli «imprenditori». Cita il cardinale Canestri: «La Chiesa è come un fiume, l’importante è essere dentro al fiume»

DOMENICO AGASSO JR
INVIATO A GENOVA

Responsabili dei seminari, «cacciate i seminaristi che chiacchierano, altrimenti “allevate corvi che vi mangeranno gli occhi”. Bisogna diffidare dai sacerdoti «che sanno tutto», che i bambini potrebbero chiamare «preti Google e Wikipedia», perché sono dannosi, così come quelli «imprenditori» che non sono aperti alle sorprese di Dio. Papa Francesco lo dice questa mattina, 27 maggio 2017, nella cattedrale di San Lorenzo, dove incontra i vescovi della Liguria, il clero e i religiosi della regione, i collaboratori laici della Curia e i rappresentanti di altre confessioni, nella seconda tappa della sua visita a Genova. Il Pontefice cita il cardinale Giovanni Canestri: «La Chiesa è come un fiume, l’importante è essere dentro al fiume». 

 

 

Dopo il saluto dell’arcivescovo cardinale Angelo Bagnasco, il Vescovo di Roma risponde ad alcune domande che gli sono rivolte. Ma prima, appena prende la parola, chiede di «pregare insieme per i nostri fratelli copti egiziani che sono stati uccisi perché non volevano rinnegare la fede», riferendosi all’attentato avvenuto in Egitto ieri; invita a «pregare insieme in silenzio, e poi con un’Ave Maria». E «Non dimentichiamo che oggi i martiri cristiani sono di più che i primi tempi della Chiesa». 

 

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«Padre Santo, chiediamo a Lei i criteri per vivere un’intensa vita spirituale nel nostro ministero che, nella complessità della vita moderna e dei compiti anche amministrativi, tende a farci vivere dispersi e frantumati».  

 

«Dirò che più imitiamo lo stile di Gesù, più faremo bene il nostro lavoro di pastori. Questo è il criterio fondamentale, lo stile di Gesù. Sempre Gesù era in cammino, in mezzo alla gente, la folla dice il Vangelo, che distingue bene tra discepoli, folla, dottori della legge. Possiamo intuire che la maggior parte del tempo Gesù lo passava sulla strada: questo vuol dire vicinanza ai problemi della gente, non si nascondeva; poi la sera si nascondeva a pregare. Questo è utile a noi, che andiamo sempre di fretta, guardando l’orologio perché c’è da fare presto; però questo nostro comportamento non è pastorale, Gesù non faceva questo. Gesù mai è stato fermo, e come tutti quelli che camminano è esposto a tensioni. 

 

La paura più grande che dobbiamo avere è una vita statica, del prete che ha tutto ben risolto, in ordine, strutturato, tutto è al suo posto. Io ho paura del prete statico, anche quando è statico nella preghiera, da tal ora a tal ora: ma non ti viene voglia di passare col Signore un’ora di più? Una vita così tanto strutturata non è una vita cristiana. Forse quel parroco è un buon imprenditore, ma è cristiano? O almeno vive come cristiano? Sì, celebra la messa, ma lo stile? È cristiano o da imprenditore? Gesù sempre è stato un uomo di strada, di cammino, aperto alle sorprese di Dio, invece il sacerdote che ha tutto pianificato, tutto strutturato, generalmente è chiuso alle sorprese di Dio, e si perde quella gioia della sorpresa dell’incontro. Il Signore ti sorprende quando non lo aspetti ma sei aperto. Non avere paura di questa tensione che ci tocca vivere, noi siamo in strada e il mondo è così, un educatore, un genitore, un prete è esposto a questa tensione, un cuore che ama sempre vivrà esposto a questa tensione. Se guardiamo Gesù nei Vangeli ci fanno vedere due momenti forti, che sono il fondamento: l’incontro col Padre e l’incontro con le persone, tutte, anche quelle più disagiate e scomode, come i lebbrosi. 

 

La preghiera: tu puoi pregare come un pappagallo, ma non è il modo giusto: invece incontra il Signore, stai zitto, lasciati guardare, dì una cosa al Signore… incontro. Con la gente lo stesso. Noi preti sappiamo quanto soffre la gente quando viene a chiedere consiglio e noi rispondiamo, di fretta: “Adesso non ho tempo”. Di fretta e non in cammino. Certo, stare con la gente stanca e stufa, ma è il popolo di Dio! Ma pensate a Gesù! Bisogna lasciarsi stancare dalla gente, non difendere troppo la propria tranquillità. Il sacerdote poi noni deve parlare troppo di se stesso, non deve sentire il bisogno di specchiarsi. La stanchezza che serve è quella della santità, e non deve di autoreferenzialità. Occorre chiedersi: “Sono uomo di strada? Di orecchio che sa ascoltare? Mi lascio stancare dalla gente? Questo era Gesù, non ci sono altre formule. Farà bene a tutti i preti ricordare che solo Gesù è il Salvatore, non ci sono altri salvatori. E pensare che Gesù mai si è legato alle strutture, ma sempre si legava ai rapporti. Se un sacerdote vede che è legato alle strutture, qualcosa non va. Una volta ho sentito un uomo di Dio – possibile beato – che diceva che nella Chiesa si deve vivere al minimo di strutture e massimo di vita, e non il contrario. Senza il rapporto con Dio e con il prossimo niente ha senso nella vita di un prete: farai carriera, andrai in quella parrocchia che ti piace, ma il cuore rimarrà vuoto, perché il tuo cuore è legato alle strutture e non ai rapporti essenziali, con il Padre e con Gesù e con le persone». 

 

Vorremmo vivere meglio la fraternità sacerdotale tanto raccomandata dal nostro i Cardinale Arcivescovo e promossa con incontri diocesani, vicariali, pellegrinaggi, ritiri ed esercizi spirituali, settimane di comunità. Ci può dare qualche indicazione?  

 

«Quanti anni ha lei? (81, ndr) Siamo coetanei Le faccio una confessione, sentendolo parlare così, le avrei dato 20 anni di meno (risate generali, ndr). Fraternità è una bella parola, ma non si quota nella borsa dei valori, è una parola, è tanto difficile la fraternità fra noi, è un lavoro di tutti i giorni nella fratellanza presbiterale. Noi abbiamo un pericolo, di avere creato quell’immagine di prete che sa tutto, non ha bisogno di consigli. I bambini possono dire: ma questo è un prete Google e Wikipedia! E questo fa tanto male alla vita presbiterale… Perché perdere tempo nelle riunioni? E quante volte nelle riunioni io sono in orbita e non ascolto il mio fratello prete che parla? Se il vescovo dicesse: voi sapete che l’anno prossimo aumenta l’otto per mille, lì l’orbita (l’attenzione, ndr) avanza! (risate generali, ndr) Ci sono domande da farci mentre nelle riunioni non ascolto l’altro che parla: perché non mi interessa? Perché non mi interessa quello che sta dicendo il mio fratello prete? Occorre ascoltarsi, pregare insieme, un buon pranzo, e fare festa insieme, i preti giovani una partita di calcio insieme, questo fa bene; essere fratelli, la fratellanza tanto umana. I “fratelli” sono una ricchezza uno per l’altro. 

 

I preti e i vescovi non siamo il Signore, noi siamo i discepoli del Signore, dobbiamo aiutarci, anche litigare, come i discepoli che litigavano per chi fosse il più grande tra loro, però non sparlare, dire “da dietro”: “Hai sentito che cosa ha detto quello scemo?”; no a mormorazioni e competizioni. Ho pensato tre volte se posso dirlo, non so se devo dirlo, ma posso dirlo (risate, ndr). Per fare una nomina di vescovo si chiedono informazioni a sacerdoti, fedeli, consacrati: a volte si trovano delle calunnie, o opinioni che senza essere gravi svalutano il prete, e si capisce subito che dietro c’è la gelosia. Quando non c’è fratellanza sacerdotale c’è il tradimento del fratello. Per andare, crescere, si spella il fratello. Il nemico grande contro la fratellanza sacerdotale sono l’invidia e la gelosie. Capita che sia più importante l’ideologia che la fratellanza, e anche della dottrina. Ma dove siamo arrivati? Può aiutare a sapere che nessuno di noi è il tutto, tutti siamo parti di un corpo, la Chiesa di Cristo. La pretesa di avere sempre ragione porta a sbagliare, ma questo si impara dal seminario.  

 

Un bravo arcivescovo vostro, il cardinale Canestri, diceva che “la Chiesa è come un fiume, l’importante è essere dentro al fiume”, ma essere a destra o a sinistra del fiume è una varietà lecita, l’importante è essere dentro il fiume. E tante volte noi vogliamo che il fiume diventi piccolo e solo dalla nostra parte, e condanniamo gli altri, e questo non è fratellanza. Tutti dentro il fiume. Questo si impara nel seminario, e io consiglio ai formatori: se voi vedete un seminarista bravo, intelligente, ma che è un chiacchierone, cacciatelo via: sarà un’ipoteca per la fratellanza. C’è un detto: alleva corvi e ti mangeranno gli occhi; se allevi corvi nel seminario distruggeranno qualsiasi fratellanza nel presbiterio. E poi c’è il parroco e il viceparroco, a volte vanno d’accordo, a volte sono da due parti diverse del fiume: fate uno sforzo di capirvi e parlarvi, l’importante è essere dentro il fiume e non chiacchierare, serve cercare l’unità; dobbiamo prendere doni, carismi, luci di ognuno. Una volta alcuni monaci sono andati a da abbà Pafnuzio: preoccupati per i peccati di un loro, chiedono aiuto a lui: “Sì ho visto alla riva del fiume un uomo nel fango fino alle ginocchia, alcuni fratelli volevano dargli una mano, e invece lo hanno fatto scendere con il fango fino al collo; ci sono alcuni aiuti che in realtà cercano di distruggere, travestiti da aiuti. Una cosa che ci aiuterà tanto quando ci troviamo davanti ai peccati e alle cose brutte dei nostri fratelli che cercano di rompere la fratellanza è chiedersi: quante volte io sono stato perdonato?». 

 

Lei ha vissuto una lunga vita consacrata in diverse situazioni e con diversi ruoli di responsabilità. Cosa può dirci per vivere la nostra consacrazione con crescente intensità, fedeli al nostro carisma, al nostro apostolato e alla diocesi? (Domanda di madre Rosangela Sala, presidente Usmi ligure, ndr)  

 

«Madre Rosangela la conosco da anni, è brava, ma guida ai 140 kmh (risate, ndr).  

La diocesi è quella porzione del popolo di Dio che ha la faccia. Ha fatto, fa e farà storia. Tutti siamo inseriti nella diocesi. Ci aiuta affinché la nostra fede non sia teorica. E voi consacrate e consacrati siete un regalo per la Chiesa, ogni carisma è un regalo per la Chiesa universale, ma sempre è interessante vedere come tutti i carismi nascono in un posto concreto ed sono uniti alla vita della diocesi concreta, non nascono nell’aria. Posto concreto che poi cresce e ha un carattere universale, ma nelle origini sempre hanno una concretezza. È bello fare memoria di come non c’è carisma senza un’esperienza fondante concreta, radici concrete. Pensiamo ai francescani: il posto che ci viene in mente è subito Assisi subito, “ma siamo universali”, sì è vero, ma l’origine concreta prevale. Il carisma è per essere incarnato, nasce in un posto concreto poi cresce. Ma bisogna sempre cercare dove è nato. Questo ci insegna ad amare la gente nei posti concreti. Concretamente. La concretezza della Chiesa la dà la diocesanità. Questo non vuol dire uccidere il carisma, no, aiuta il carisma a farsi più reale, visibile, vicino. Quando l’universalità di un istituto si dimentica di inserirsi nei posti concreti, nelle diocesi concrete, quest’ordine alla fine si dimentica dove è nato. Sì universalizza, ma non c’è quella concretezza della diocesanità. Istituti religiosi volanti non esistono, e se qualcuno avrà quella pretesa finirà male. 

E pensare all’universalità senza concretezza porterà all’autoreferenzialità. Poi sottolineo la disponibilità. Disponibilità ad andare dove c’è più rischio, bisogno, necessità; occorre donare il carisma, inserirsi dove c’è più necessità, in tutte le periferie. Queste periferie sono il riflesso dei posti dove è nato il carisma primordiale. E quando dico disponibilità anche dico revisione delle opere: a volte si fanno perché non c’è personale; ma anche quando c’è personale è bene chiedersi: il nostro carisma è necessario qui? Bisogna essere disponibili, con prudenza di governo, ma senza paura del rischio».  

 

Come vivere e affrontate il generale calo di vocazioni alla vita sacerdotale e consacrata?  

«C’è un problema demografico, nell’Italia siamo sotto zero. Se non ci sono ragazzi non ci sono vocazioni, era più facile in tempi di famiglie numerose. È più facile convivere con un gatto e con il cane che con il figlio, perché così mi assicuro l’amore programmato, mi sento accompagnato dal gatto o dal cane. In ogni epoca dobbiamo vedere le cose che succedono come un passaggio del Signore: oggi il Signore passa da noi è dobbiamo chiederci che cosa succede. C’è anche la crisi vocazionale matrimoniale, non si sposano i giovani, preferiscono convivere. È una crisi trasversale. Una crisi trasversale che come tale è un tempo per domandare al Signore: cosa dobbiamo fare, cambiare? Affrontare i problemi è necessario, imparare dai problemi è una cosa obbligatoria. Bisogna cercare una risposta a questo, che non sia riduttiva, di conquista. Ricordo come fosse adesso: “La tratta delle novizie”, un titolo del Corriere della Sera mi sembra di alcuni anni fa. Fu uno scandalo. Una congregazione che prendeva il bus, andava in posti poveri, convinceva le ragazze a venire a Buenos Aires a farsi novizie, e le cose non andavano bene. E questo è un dato di quindici anni fa, ma è capitato anche a Roma, congregazioni che andavano in paesi extracomunitari, poveri: trovavano persone che non avevano vocazioni, ma non volevano stare lì in quei posti disagiati, allora venivano qui, non si consacravano, magari alcuni trovavano lavoro, ma altri finivano altre sul marciapiede. È difficile il lavoro vocazionale, è una sfida, ma dobbiamo essere creativi, va affrontata. 

 

Quando ci sono congregazioni che sono fedeli al carisma vocazionale con quell’amore che fa vedere attualità e bellezza del carisma, attirano. La testimonianza: se noi vogliamo consacrati e preti dobbiamo dare testimonianza che siamo felici, e che finiamo la nostra vita felici della scelta che Gesù ha fato per noi, testimonianza di gioia anche del modo di vivere; ci sono vescovi che vivono da pagani, e i giovani li vedono e dicono: “Così io non voglio”. È importante poi la conversione pastorale e missionaria. I giovani oggi cercano la missionarietà, lo zelo apostolico, persone che non vivono per se stesse, ma per gli altri, che danno la vita. Una volta, appena diventato vescovo ausiliare, ho saputo che suore del posto, zona di Buenos Aires, stavano rifacendo la casa: avevano ragione, era un po’ mal messa; l’hanno fatto bene, con bagni privati… alla fine hanno fatto un palazzo di lusso per le suore, e in ognuna delle stanze delle suore c’era una tv: risultato: dalle 2 alle 4 del pomeriggio tu non trovavi una sola suora nel collegio, tutte erano in stanza guardando la telenovela. La mondanità spirituale. I giovani chiedono testimonianza di autenticità, armonia col carisma. Noi dobbiamo capire che con questi comportamenti siamo noi a causare certe crisi vocazionali, siamo stati noi stessi. Ci vuole una conversione pastorale, missionaria, testimonianza che attira vocazioni. 

 

Le vocazioni ci sono, Dio le dà, ma se tu prete o suora sei sempre occupato e non hai tempo di ascoltare i giovani che vengono (”che a volte sono noiosi”), non le si coglie; i giovani sono in movimento: bisogna fare loro proposte missionarie, facendo queste opere di bene con loro il Signore parla a loro. La testimonianza si fa anche senza parole. Finisco con aneddoto: nella zona in cui ero vescovo ausiliare, in un ospedale vicino al vicariato c’erano 3 suorette anziane malate di una congregazione che non aveva gente da mandare: la madre generale con buon senso le ha richiamate; un sacerdote chiama la madre generale di una congregazione Corea, chiedendo aiuto. Arrivano tre suore coreane, e dopo dopo alcuni giorni gli ammalati erano felici: “Che suore brave!”. Ma che cosa dicono, come le capite che non parlano una parola di spagnolo? “Il sorriso”, il linguaggio dei gesti, della testimonianza dell’amore: anche senza parole si può attrarre gente. La testimonianza è la chiave delle vocazioni». 

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