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Home Rubriche Risponde il teologo Nell’Aldilà potremo ritrovare le persone care?

Nell’Aldilà potremo ritrovare le persone care?

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Dopo la morte, chiede un lettore, «davvero potremo ritrovare le persone care e riabbracciarle?». Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

So che nessuno può raccontare, per esperienza, come è fatto l’Aldilà. Mi chiedo però se davvero potremo ritrovare le persone care e riabbracciarle, oppure se questa è una proiezione che ci piace immaginare, e nell’Aldilà invece tutto vive in una dimensione in cui saremo uniti a Dio e a tutte le anime beate, senza avere particolari legami con l’una o con l’altra.

Enrico Zambelli

Alla morte di ogni individuo umano si danno 2 possibilità: o tornare al nulla dal quale siamo venuti, o entrare nella vita eterna, come insegnano le religioni e in particolare quella cristiana.

Come giustamente dice il lettore delle due possibilità sappiamo ben poco. Tornare al nulla sarebbe l’ammissione del non senso della vita. Entrare nell’eternità ci fa chiedere allora che senso possa avere la vita nel tempo. Il cristianesimo sostiene che il senso della vita terrena è vivere nell’amore reciproco: saremo giudicati sull’amore, dice S.Giovanni della Croce. Se questo è vero, come lo è, dato che l’unico comandamento lasciatoci da Gesù è di amare gli altri come se stessi, allora la vita eterna è fondata sull’amore, perché, per contrario, sarebbe impensabile che ci si salvi coll’amore e andassimo poi in un luogo di odio eterno dal quale vogliamo essere liberati fin da qui.

Dunque la vita eterna si può intendere come un luogo di comunione e d’amore reciproco sia con Dio, che è il fulcro del luogo, sia con le persone (anime) ivi presenti. Il fatto di sapere che è comunione di amore ci permette di immaginare con fondamento reale e vero che, sebbene non sappiamo descrivere i modi, tuttavia vi sarà una interrelazione tra le anime altrimenti che comunione sarebbe… sarebbe come andare in palestra dove dovessimo stare fermi, e che palestra è?

Di più, se la comunione è relazione, è necessario allora che vi siano anime distinte che s’incrociano e si riconoscono nella loro individua identità, altrimenti sarebbe un’ammucchiata spirituale aggrovigliata e confusa. E se poi la relazione è d’amore, significa che nell’anima ci sarà, in qualche modo, una forza di «affetto» per l’altra persona, forza che sarà capace di esprimere amore anziché odio, altrimenti sarebbe inutile dire che è una relazione d’amore, se non fosse diversa dall’odio.

Abbiamo così stabilito che le anime, nell’al di là, non solo sono capaci di esprimere l’amore verso l’altro, ma anche di riconoscere l’altro, sebbene in questo caso sarà amato chiunque esso sia, ancor fosse stato nella vita terrena un nostro aguzzino.

La ragione di questa interrelazione di comunione d’amore è determinata dal fatto che principalmente le anime sono in comunione con Dio, dal quale ricevono la forza eterna della vita. La parabola del tralcio e della vite detta da Gesù è illuminativa: la vita eterna viene immessa nel tralcio dalla sorgente della vita che è Dio stesso, perciò nell’al di là ogni anima è innestata in Dio e ne riceve vita, amore, pace per l’eternità. Con questa linfa vitale è impossibile che l’anima possa «odiare» un’altra cosa e tanto meno un’altra anima, perciò la comunione che le anime vivono nell’al di là sarà sempre una comunione d’amore.

Infine ritroveremo esattamente le anime, e poi si spera anche i corpi quando avverrà la fine del tempo, delle persone che sono vissute nel mondo, perché sarebbe cosa senza senso dire che si resuscita nel corpo personale e poi scoprire che quando andiamo nella vita eterna non siamo più noi ma un’altra cosa. Se così fosse lasciamo perdere religioni, cristianesimo e quant’altro. Perciò se il cristianesimo dice il vero, nella vita eterna siamo noi stessi, anzi direi più conoscibili e identificabili di quanto possiamo esserlo qui sulla terra, perché ora il corpo in qualche modo fa da schermo alla nostra vera identità, ma nell’al di là, come vedremo Dio faccia a faccia, così vedremo gli altri e noi stessi nella piena umanità e personalità, senza veli e senza menzogne. E questo è il bello della vita eterna: che è un luogo di estrema verità e conoscibilità perché sarà impossibile nascondersi, ed è anche il bello della comunione in quanto sarà possibile esprimere tutta la forza dell’amore di cui siamo in possesso verso l’altro e verso Dio.

Ho volutamente evitato di citare, rimandare, commentare testi ufficiali della Chiesa e di tanti santi che parlano di questi argomenti, testi ai quali rimando il lettore in quanto basta una semplice indagine su internet. E di questo mi scuso.

Ho qui voluto suggerire una riflessione che nasce da una semplice considerazione di alcune linee e criteri che ci provengono da quanto viviamo quotidianamente e di cui ne abbiamo una piena esperienza, e seguendone un po’ la logica possiamo estendere la nostra conoscenza anche verso realtà non visibili.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Dopo la morte, chiede un lettore, «davvero potremo ritrovare le persone care e riabbracciarle?». Risponde padre Athos Turchi, docente di Filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

So che nessuno può raccontare, per esperienza, come è fatto l’Aldilà. Mi chiedo però se davvero potremo ritrovare le persone care e riabbracciarle, oppure se questa è una proiezione che ci piace immaginare, e nell’Aldilà invece tutto vive in una dimensione in cui saremo uniti a Dio e a tutte le anime beate, senza avere particolari legami con l’una o con l’altra.

Enrico Zambelli

Alla morte di ogni individuo umano si danno 2 possibilità: o tornare al nulla dal quale siamo venuti, o entrare nella vita eterna, come insegnano le religioni e in particolare quella cristiana.

Come giustamente dice il lettore delle due possibilità sappiamo ben poco. Tornare al nulla sarebbe l’ammissione del non senso della vita. Entrare nell’eternità ci fa chiedere allora che senso possa avere la vita nel tempo. Il cristianesimo sostiene che il senso della vita terrena è vivere nell’amore reciproco: saremo giudicati sull’amore, dice S.Giovanni della Croce. Se questo è vero, come lo è, dato che l’unico comandamento lasciatoci da Gesù è di amare gli altri come se stessi, allora la vita eterna è fondata sull’amore, perché, per contrario, sarebbe impensabile che ci si salvi coll’amore e andassimo poi in un luogo di odio eterno dal quale vogliamo essere liberati fin da qui.

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Di più, se la comunione è relazione, è necessario allora che vi siano anime distinte che s’incrociano e si riconoscono nella loro individua identità, altrimenti sarebbe un’ammucchiata spirituale aggrovigliata e confusa. E se poi la relazione è d’amore, significa che nell’anima ci sarà, in qualche modo, una forza di «affetto» per l’altra persona, forza che sarà capace di esprimere amore anziché odio, altrimenti sarebbe inutile dire che è una relazione d’amore, se non fosse diversa dall’odio.

Abbiamo così stabilito che le anime, nell’al di là, non solo sono capaci di esprimere l’amore verso l’altro, ma anche di riconoscere l’altro, sebbene in questo caso sarà amato chiunque esso sia, ancor fosse stato nella vita terrena un nostro aguzzino.

La ragione di questa interrelazione di comunione d’amore è determinata dal fatto che principalmente le anime sono in comunione con Dio, dal quale ricevono la forza eterna della vita. La parabola del tralcio e della vite detta da Gesù è illuminativa: la vita eterna viene immessa nel tralcio dalla sorgente della vita che è Dio stesso, perciò nell’al di là ogni anima è innestata in Dio e ne riceve vita, amore, pace per l’eternità. Con questa linfa vitale è impossibile che l’anima possa «odiare» un’altra cosa e tanto meno un’altra anima, perciò la comunione che le anime vivono nell’al di là sarà sempre una comunione d’amore.

Infine ritroveremo esattamente le anime, e poi si spera anche i corpi quando avverrà la fine del tempo, delle persone che sono vissute nel mondo, perché sarebbe cosa senza senso dire che si resuscita nel corpo personale e poi scoprire che quando andiamo nella vita eterna non siamo più noi ma un’altra cosa. Se così fosse lasciamo perdere religioni, cristianesimo e quant’altro. Perciò se il cristianesimo dice il vero, nella vita eterna siamo noi stessi, anzi direi più conoscibili e identificabili di quanto possiamo esserlo qui sulla terra, perché ora il corpo in qualche modo fa da schermo alla nostra vera identità, ma nell’al di là, come vedremo Dio faccia a faccia, così vedremo gli altri e noi stessi nella piena umanità e personalità, senza veli e senza menzogne. E questo è il bello della vita eterna: che è un luogo di estrema verità e conoscibilità perché sarà impossibile nascondersi, ed è anche il bello della comunione in quanto sarà possibile esprimere tutta la forza dell’amore di cui siamo in possesso verso l’altro e verso Dio.

Ho volutamente evitato di citare, rimandare, commentare testi ufficiali della Chiesa e di tanti santi che parlano di questi argomenti, testi ai quali rimando il lettore in quanto basta una semplice indagine su internet. E di questo mi scuso.

Ho qui voluto suggerire una riflessione che nasce da una semplice considerazione di alcune linee e criteri che ci provengono da quanto viviamo quotidianamente e di cui ne abbiamo una piena esperienza, e seguendone un po’ la logica possiamo estendere la nostra conoscenza anche verso realtà non visibili.

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