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Home Argomenti Vita cristiana Nella fine del Messia l'inizio della speranza dell'uomo.

Nella fine del Messia l’inizio della speranza dell’uomo.

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crocifissione

La croce – come la morte – è un grande, anzi, il più grande mistero dell’uomo; essa pone infatti, una serie di interrogativi senza risposta.

Inoltre, se la sola prospettiva della morte crea angoscia, questa diventa persino insopportabile quando diventa violenta, specialmente poi, quando a fare violenza è proprio un altro uomo.

Gesù è stato l’unico uomo a conoscere, con certezza e con largo anticipo, la propria fine: «c’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato finché non sia compiuto» (Lc 12,50); morì veramente sulla croce: fu crocifisso da un picchetto di soldati romani che poi montarono la guardia anche agli altri due crocifissi.

Quello che non finisce di stupire è la crudeltà delle torture inflitte al Signore, così il terribile epilogo della sua vita. La fine del Messia è, però, l’inizio della speranza dell’uomo e, se nell’incarnazione «si è in certo modo unito ad ogni uomo» (GS 22), con la sua morte è germogliato un seme di speranza e di resurrezione.

Il Nazareno ha conquistato un Regno sulla croce e attraverso di essa è stato costituito giudice dei vivi e dei morti. La conclusione della vicenda umana di Gesù ci dice questo: è l’unico uomo che morendo ha vinto la morte.

Da qui l’esaltazione della croce.

Don Roberto Antonucci

 

 

R. Antonucci
Sacerdote dell'Arcidiocesi Metropolitana di Chieti-Vasto. Ordinato presbitero il 29 giugno 2011, è attualmente Parroco delle Parrocchie di Santa Maria ad Nives a Filetto e di San Cristinziano Martire a San Martino sulla Marrucina. Oltre agli studi filosofico-teologici, ha compiuto con successo il curriculum accademico in Giurisprudenza.
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Nella fine del Messia l’inizio della speranza dell’uomo.

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La croce – come la morte – è un grande, anzi, il più grande mistero dell’uomo; essa pone infatti, una serie di interrogativi senza risposta.

Inoltre, se la sola prospettiva della morte crea angoscia, questa diventa persino insopportabile quando diventa violenta, specialmente poi, quando a fare violenza è proprio un altro uomo.

Gesù è stato l’unico uomo a conoscere, con certezza e con largo anticipo, la propria fine: «c’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato finché non sia compiuto» (Lc 12,50); morì veramente sulla croce: fu crocifisso da un picchetto di soldati romani che poi montarono la guardia anche agli altri due crocifissi.

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Quello che non finisce di stupire è la crudeltà delle torture inflitte al Signore, così il terribile epilogo della sua vita. La fine del Messia è, però, l’inizio della speranza dell’uomo e, se nell’incarnazione «si è in certo modo unito ad ogni uomo» (GS 22), con la sua morte è germogliato un seme di speranza e di resurrezione.

Il Nazareno ha conquistato un Regno sulla croce e attraverso di essa è stato costituito giudice dei vivi e dei morti. La conclusione della vicenda umana di Gesù ci dice questo: è l’unico uomo che morendo ha vinto la morte.

Da qui l’esaltazione della croce.

Don Roberto Antonucci

 

 

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R. Antonucci
Sacerdote dell'Arcidiocesi Metropolitana di Chieti-Vasto. Ordinato presbitero il 29 giugno 2011, è attualmente Parroco delle Parrocchie di Santa Maria ad Nives a Filetto e di San Cristinziano Martire a San Martino sulla Marrucina. Oltre agli studi filosofico-teologici, ha compiuto con successo il curriculum accademico in Giurisprudenza.
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