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HomeRubricheRisponde il teologoNè "fato" nè "caso": cosa intende un cristiano quando parla di destino

Nè “fato” nè “caso”: cosa intende un cristiano quando parla di destino

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia

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Un cristiano può usare la parola “destino”? Sì, a patto che sappia di cosa si parla. La spiegazione di padre Athos Turchi, docente di filosofia.

Mi capita spesso di usare, o di sentire, la parola «destino» per spiegare qualcosa di ineluttabile. Mi chiedevo se è corretto usarla per un cristiano, o se è un concetto estraneo rispetto al cristianesimo.

Simona Moretti

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia

Il termine «destino» deriva dalla radice sanscrita «STHA» che vuol dire «stare, esser fermo, esser fisso», perciò indica ciò che non può non esserci, qualcosa che inevitabilmente accade o accadrà. Nel tempo, nei popoli, nella storia ha assunto una pluralità di accezioni, nonostante faccia riferimento a questo unico significato. Così prima di demonizzarlo o approvarlo, sarà bene indagare in che «senso» viene usato.
Certamente non dobbiamo identificarlo con il «fato», che indica qualcosa che accadrà inesorabilmente e verso cui non possiamo fare niente. San Paolo, nella 2 Tessalonicesi 3.11, condanna quelle persone che pensando ormai prossima la venuta del Signore «vivevano senza far nulla e in continua agitazione», vivendo appunto da «fatalisti» la salvezza. Come dire: tanto ci pensa Gesù Cristo, noi che possiamo fare? A questo senso di ineluttabilità di quanto nella vita ci accade erano molto legate le culture antiche, non secondi a nessuno gli Etruschi, che ogni volta che c’era da fare qualche attività o intraprendere qualche iniziativa passavano sempre dagli indovini, àuguri, aruspici… Tutto era scritto dall’eternità e l’uomo non poteva cambiare nulla, perciò era necessario sapere in anticipo ciò che sarebbe accaduto.
Altre volte diciamo «destino» l’accadere di qualcosa di funesto nello sfidare leggi naturali: era destino che a forza di scalare montagne cadesse. Qui indica quelle probabilità che possono avverarsi in ragione di un comportamento al limite della prudenza.
Intendiamo, poi, come destino anche quando viviamo una vita complessa e difficile, e in ragione di ciò sentiamo che ci sovrasta qualche cosa che prima o poi metterà giustizia o si opporrà a quanto andiamo vivendo, per esempio: era destino che l’impresa fallisse.
Infine e in generale indichiamo il destino in quegli avvenimenti che non riusciamo a controllare, perché la nostra vita non dipende totalmente da noi, ma anche da altri fattori. Diciamo «il destino ha voluto che t’incontrassi», come dire: gli altri, le circostanze, lo stato di cose hanno fatto sì che ci si trovasse. Qui destino si avvicina al «caso», ma non è la stessa cosa, perché il «caso» significa ciò che per noi è sconosciuto e indecifrabile, mentre la situazione detta non è totalmente impossibile a sapere, per cui intediamo il destino come una fortuita congiuntura di più cose.
C’è un’ultima accezione cristiana, il destino inteso come quella conoscenza e presenza di Dio in tutta la nostra vita, come dice il salmo 139,16: «tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno». Spesso abbiamo sentito anche qualche difesa di Giuda: era destinato a tradire, perciò che colpa poteva avere?
Dunque se per destino intendiamo il «fato», per noi cristiani che crediamo alla provvidenza di Dio e alle responsabilità delle nostre scelte, non è corretto invocarlo, e anche se Dio è presente la nostra vita non vuol dire che Dio voglia quella. Infatti un conto è sapere e un conto è volere. Dio prima di tutto ci ama, e vuole per noi tutto e ogni bene possibile, che poi sarebbe la comunione con Lui stesso. Tuttavia gli uomini sono suoi figli e sono liberi di autodeterminare la loro vita, perciò il bene da perseguire è una loro scelta, come la mamma vuole ogni bene per il figlio, ma dipende anche dal figlio volerlo. Si pensi a Gesù in quanto uomo, era destinato da Dio a salvare l’umanità con la passione e la croce, ma – come dimostrano le tentazioni – poteva fare diversamente, tuttavia per tutta la sua vita ha sempre scelto e voluto quello che voleva il Padre, fino al Getsemani, nonostante potesse sfuggire alla volontà del Padre. L’uomo insomma può opporsi al bene che Dio vuole per lui, e questa è una sua responsabilità e non un «destino». Dio non «destina» nessuno al male, anche se sa come andranno le cose.
Così la nostra vita ha due movimenti: uno è la linea dell’autodeterminazione del valore, della santità, della dignità, del bene e del senso, tutte cose che dipendono da noi e dalle nostre scelte. L’altro, è la vita come la si vive: il lavoro, le amicizie, la famiglia, le vacanze… Questo secondo moto dipende molto dagli altri e da altro. Dio s’innesta nella nostra storia personale per raddrizzare qualche nostra scelta e accogliere qualche nostro desiderio, ma non sempre ci riesce, perché poi nello scegliere siamo sempre liberi. Comunque spesso i fatti ci vengono in aiuto, e lì si può dire «era destino», nel senso: Dio è intervenuto. San Paolo nella conversione visse questa irruzione di Dio nella sua storia: era destinato. Se questo intende il lettore penso non sia un’eresia.

Originale: Toscana Oggi
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Mi capita spesso di usare, o di sentire, la parola «destino» per spiegare qualcosa di ineluttabile. Mi chiedevo se è corretto usarla per un cristiano, o se è un concetto estraneo rispetto al cristianesimo.

Simona Moretti

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia

Il termine «destino» deriva dalla radice sanscrita «STHA» che vuol dire «stare, esser fermo, esser fisso», perciò indica ciò che non può non esserci, qualcosa che inevitabilmente accade o accadrà. Nel tempo, nei popoli, nella storia ha assunto una pluralità di accezioni, nonostante faccia riferimento a questo unico significato. Così prima di demonizzarlo o approvarlo, sarà bene indagare in che «senso» viene usato.
Certamente non dobbiamo identificarlo con il «fato», che indica qualcosa che accadrà inesorabilmente e verso cui non possiamo fare niente. San Paolo, nella 2 Tessalonicesi 3.11, condanna quelle persone che pensando ormai prossima la venuta del Signore «vivevano senza far nulla e in continua agitazione», vivendo appunto da «fatalisti» la salvezza. Come dire: tanto ci pensa Gesù Cristo, noi che possiamo fare? A questo senso di ineluttabilità di quanto nella vita ci accade erano molto legate le culture antiche, non secondi a nessuno gli Etruschi, che ogni volta che c’era da fare qualche attività o intraprendere qualche iniziativa passavano sempre dagli indovini, àuguri, aruspici… Tutto era scritto dall’eternità e l’uomo non poteva cambiare nulla, perciò era necessario sapere in anticipo ciò che sarebbe accaduto.
Altre volte diciamo «destino» l’accadere di qualcosa di funesto nello sfidare leggi naturali: era destino che a forza di scalare montagne cadesse. Qui indica quelle probabilità che possono avverarsi in ragione di un comportamento al limite della prudenza.
Intendiamo, poi, come destino anche quando viviamo una vita complessa e difficile, e in ragione di ciò sentiamo che ci sovrasta qualche cosa che prima o poi metterà giustizia o si opporrà a quanto andiamo vivendo, per esempio: era destino che l’impresa fallisse.
Infine e in generale indichiamo il destino in quegli avvenimenti che non riusciamo a controllare, perché la nostra vita non dipende totalmente da noi, ma anche da altri fattori. Diciamo «il destino ha voluto che t’incontrassi», come dire: gli altri, le circostanze, lo stato di cose hanno fatto sì che ci si trovasse. Qui destino si avvicina al «caso», ma non è la stessa cosa, perché il «caso» significa ciò che per noi è sconosciuto e indecifrabile, mentre la situazione detta non è totalmente impossibile a sapere, per cui intediamo il destino come una fortuita congiuntura di più cose.
C’è un’ultima accezione cristiana, il destino inteso come quella conoscenza e presenza di Dio in tutta la nostra vita, come dice il salmo 139,16: «tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno». Spesso abbiamo sentito anche qualche difesa di Giuda: era destinato a tradire, perciò che colpa poteva avere?
Dunque se per destino intendiamo il «fato», per noi cristiani che crediamo alla provvidenza di Dio e alle responsabilità delle nostre scelte, non è corretto invocarlo, e anche se Dio è presente la nostra vita non vuol dire che Dio voglia quella. Infatti un conto è sapere e un conto è volere. Dio prima di tutto ci ama, e vuole per noi tutto e ogni bene possibile, che poi sarebbe la comunione con Lui stesso. Tuttavia gli uomini sono suoi figli e sono liberi di autodeterminare la loro vita, perciò il bene da perseguire è una loro scelta, come la mamma vuole ogni bene per il figlio, ma dipende anche dal figlio volerlo. Si pensi a Gesù in quanto uomo, era destinato da Dio a salvare l’umanità con la passione e la croce, ma – come dimostrano le tentazioni – poteva fare diversamente, tuttavia per tutta la sua vita ha sempre scelto e voluto quello che voleva il Padre, fino al Getsemani, nonostante potesse sfuggire alla volontà del Padre. L’uomo insomma può opporsi al bene che Dio vuole per lui, e questa è una sua responsabilità e non un «destino». Dio non «destina» nessuno al male, anche se sa come andranno le cose.
Così la nostra vita ha due movimenti: uno è la linea dell’autodeterminazione del valore, della santità, della dignità, del bene e del senso, tutte cose che dipendono da noi e dalle nostre scelte. L’altro, è la vita come la si vive: il lavoro, le amicizie, la famiglia, le vacanze… Questo secondo moto dipende molto dagli altri e da altro. Dio s’innesta nella nostra storia personale per raddrizzare qualche nostra scelta e accogliere qualche nostro desiderio, ma non sempre ci riesce, perché poi nello scegliere siamo sempre liberi. Comunque spesso i fatti ci vengono in aiuto, e lì si può dire «era destino», nel senso: Dio è intervenuto. San Paolo nella conversione visse questa irruzione di Dio nella sua storia: era destinato. Se questo intende il lettore penso non sia un’eresia.

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