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Mr. Beaver (20/05/2011)

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mr beaverIo, Mel Gibson & il castoro.

Un pupazzo di peluche. Una favola nera sulla depressione. E un vecchio amico come protagonista. Sedici anni dopo la sua ultima regia, Jodie Foster torna dietro la macchina da presa con quello che potrebbe essere il suo miglior film.

Questo l’incipit dell’articolo di Marco Giovannini, pag.58, nel numero di CIAK del mese di maggio, dal quale come fedele lettrice del mensile e notevole ammiratrice di ambedue i protagonisti ho pertanto ricevuto l’impulso di affrettarmi a prendere una visione personale della pellicola.

Devo ammetterlo. È mio preciso dovere essere quanto più onesta possibile, e non intendo affatto nascondere l’imbarazzo di dover parlare di questa ultima opera acclamata della Foster. Tuttavia sono del parere che simili premesse siano necessarie in quanto legate più al desiderio di non farsi travolgere eccessivamente dalle emozioni che altro. Mi sono dunque presa il mio tempo, quindi, concedendomi il più ampio margine possibile di riflessione. È stato abbastanza? Forse no, ma non è necessariamente un male. Solo adesso, infatti, ancora stordita dalla visione della pellicola – Jodie Foster per il suo ritorno ha scelto una trama più complicata che non si poteva – mi sento di poter mettere nero su bianco quanto recepito, nei limiti delle mie possibilità, è chiaro. Questa disamina non giunge a seguito di chissà quale improvvisa “ispirazione”. Solo che è tutt’altro che agevole riuscire a trasmettere certe emozioni, dando loro una forma “assimilabile” quando si tratta di una realtà così diffusa, disconosciuta – palesemente sconfessata a qualsiasi livello – come lo può essere il problema della depressione. Non desidero indurvi a vedere alcuna auto-proclamazione di inadeguatezza in queste considerazioni. Al contrario, ora so di cosa dobbiamo parlare. Avevo solo bisogno di fare un po’ d’ordine.

Trama: Tormentato da demoni personali, Walter Black, ex manager di successo di una società che fabbrica giocattoli e padre di famiglia, soffre di una grave forma di depressione che gli impedisce di riprendere il controllo della propria vita. Ma un giorno in un cassonetto davanti al negozio di alcolici dove generalmente va ad ubriacarsi, Walter trova un pupazzo a forma di castoro che cambierà per sempre la sua vita.

Note: La Foster dopo due premi oscar nel 1989 e 1992, e una filmografia che conta al suo attivo più di cinquanta pellicole tra interprete- regia e produzione, torna dietro la macchia da presa dopo 16 anni e sulle scene – Il bello di essere mamma- dopo due.

Gibson torna a lavorare dopo la condanna a 36 mesi di libertà condizionata per le violenze contro la sua ex compagna. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes.

Basato su di una sceneggiatura originale di Kyle Killen, inclusa nella black list – una classifica delle 10 migliori sceneggiature non prodotte- del 2008, non poteva non essere scelto dalla Foster.

La Foster, dalla personalità estremamente discussa a causa delle sua vita privata, dimostra invece un attento contatto con il suo contesto culturale e storico e una singolare sensibilità nel cogliere le opportunità di riportare i mali dei suoi tempi sullo schermo e sceglie con cura e parsimonia il tema dei film da interpretare e quelli che lei vuole dirigere.

In questo la sensibilità di Gibson non dista molto dalla sua, entrambi cullano dei sogni – la Foster un biopic sulla vita di Leni Riefenstahl e Gibson un film sui Vichinghi in lingua sassone – e in Mr. Beaver si sono scelti a vicenda.

Gibson reduce da vicende private notevolmente complesse e laceranti, è già noto per i suoi ruoli impegnativi, questa volta supera se stesso in materia di immedesimazione.

Il protagonista soffre di una forma particolarmente acuta di depressione, che lo porta ad un allontanamento da tutto quello che è il suo mondo e la sua vita. Una vita fatta di eredità, di successi, di affetti stabili e ricambiati, di progetti e di prestigio. La malattia divora tutto con lentezza ma inesorabilmente, come un tritacarne che procede senza sosta anche con i pezzi più fibrosi e resistenti. La depressione viene tecnicamente definita come disturbo dell’umore, caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che nel loro insieme sono in grado di diminuire in modo lieve o compromettere totalmente il “funzionamento” di una persona e la sua vita sociale. La depressione ha senza alcun dubbio una eziologia biologica, la quale tuttavia non può alterarsi se non a seguito di cause chimiche. Le cause chimiche possono essere dirette – cioè l’assunzione di farmaci – o indirette attraverso gli stili di vita. I vari studi hanno confermato che eventi stressanti, soprattutto se prolungati, sono in grado di ridurre il tasso di alcuni neurotrasmettitori e di “iperattivare” l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con conseguente aumento del cortisolo nel sangue. La depressione in età adulta è strettamente correlata con esperienza di vita negative: la malattia, infatti, si può innescare dopo alcune fasi importanti della vita: un lutto, un licenziamento, un grande dispiacere ma anche l’abbandono della persona amata, perfino una grossa vincita; in generale qualsiasi cambiamento rilevante può indurre la manifestazione del disturbo.

Nel caso del nostro personaggio possiamo rinvenire sicuramente due degli elementi appena elencati, lo stress e l’eredità di una azienda all’apice del successo sul mercato. Ma forse c’è di più. Ed è questo ciò che ha richiesto il tempo di riflessione a cui facevo riferimento sopra. Una distonia tra l’Avere o l’Essere. Infatti nel corso di tutta la pellicola, e soprattutto nel breve ma inteso confronto nella cena di anniversario tra i due coniugi, Mrs. Beaver non chiede mai il ripristino del “system – status symbol” del marito; lei chiede che lui torni ad essere l’uomo intessuto d’amore soccorrevole e altruismo che era quando si sono conosciuti. Ma prima di ampliare questo punto di vista credo sia opportuno accennare al coinvolgimento che la l’autostima ha in tutto questo. È importante specificare che l’autostima è un fattore dinamico, che evolve – ma anche involve- nel tempo. Se una bassa autostima si dimostra un fattore di ostacolo nella vita di una persona, allo stesso modo un’autostima eccessiva può avere effetti deleteri. Come frequentemente accade la virtù sta nel mezzo. Una sana autostima si manifesta nella capacità di percepirsi e di rapportarsi a se stessi in modo realistico. Indipendentemente dagli atti vessatori che provengono dall’ambiente.

La sana autostima è indipendente dal giudizio degli altri, è caratterizzata da una profonda conoscenza di se stessi, aiuta a mantenere i punti di forza e a migliorare quelli di debolezza, promuove obbiettivi stimolanti ma non eccessivi, spinge la persona al confronto con se stessa e con gli altri. La prima cosa da fare per migliorare la propria autostima è lavorare sulle proprie percezioni. Il secondo passo riguarda il sé ideale. Si tratta di rivedere i propri ideali, le proprie ambizioni, le proprie aspirazioni. Di questi, come di ogni cosa nella vita, bisogna fare un inventario periodico. E come tutto nella vita, anche il risultato di questo inventario può risultare dinamico, evolvere o involvere, a seguito di vicende indipendenti dalla nostra volontà o dalle nostre capacità e virtù. Ad esempio le catastrofi naturali, sempre più frequenti, sono un elemento che azzerano l’inventario di milioni di persone. Ma come desideravo esporre più sopra, la autostima ha radici spesso molto più profonde nell’architettura mentale di un individuo. La modalità dell’Avere secondo Fromm, è il prolungamento del passato. La modalità dell’Essere, più emotiva, è rivolta all’osservazione delle cose, il tempo futuro riveste una maggiore importanza che il passato.

Un “Avere” deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un “Essere” ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti. (Avere o Essere? 1976). Iniziamo con l’affermare che tutti, in varia misura, apparteniamo ad una delle due Distonie. Il “disequilibrio” verso uno dei due versanti fa parte della nostra personalità, la nostra capacità di relazionarci e fare delle scelte equilibrate, dipende da quanto amiamo desiderare o da quanto dobbiamo possedere. Come si forma la distonia? Quella dell’Avere: proviamo ad immaginarci un neonato. Ha fame e piange. Non può comprendere che deve attendere. Percepisce solo la mancanza.

Il bambino desidera spesso ma non ottiene quasi mai, inizia il percorso verso quello che viene definita la distonia dell’avere. Nel naturale e quotidiano trascorrere della relazione con i genitori, il bambino ha tanto dovuto desiderare, pur avendo tutte le attenzioni, che nel suo inconscio si forma l’esigenza del Possesso. Quali conseguenze avrà questa evoluzione’ Da adulto il suo comportamento sociale avrà i tratti di una persona che cerca di giungere in tempi brevi ai suoi obbiettivi, non amerà desiderare a lungo e si coinvolgerà a persone che appagheranno velocemente le sue esigenze. Per contro, una volta appagate le sue esigenze, incredibilmente non ne trarrà il piacere sperato e tenterà a de coinvolgersi ricercando nuove fonti di appagamento in un ruolo relazionale attivo, sempre alla ricerca di un nuovo possesso.

Se un bambino ha dovuto Desiderare troppo spesso per ottenere, da adulto e per tutta la vita apparterrà alla distonia dell’Avere.

Quella dell’Essere: proviamo ad immaginarci ora un’altra comune situazione del neonato. Non ha fame ma la mamma giunge ugualmente con la pappa, è ora di mangiare per crescere anche se il bambino fa storie e rifiuta il cibo. Piange perché non ha fame ma deve almeno assaggiare per riuscire a togliersi davanti agli occhi il biberon. Visto che ormai ha assaggiato, la mamma vorrebbe che continuasse e il bambino vede frustrata la sua esigenza di non mangiare, viene violato un suo desiderio: desidera altro, invece ottiene la pappa. Il bambino ha spesso posseduto che nel suo inconscio si forma l’esigenza del desiderio. Quali conseguenze avrà questa evoluzione? Da adulto il suo comportamento sociale avrà i tratti di una persona che giungerà in tempi più lunghi ai suoi obbiettivi, amerà desiderare più che ottenere e si coinvolgerà con persone che non appagheranno le sue esigenze. Per contro, finalmente appagate le sue esigenze, incredibilmente non ne trarrà il piacere sperato e tenderà a de coinvolgersi ricercando nuove fonti di desiderio in un ruolo relazionale passivo, dove saranno gli altri a condurre il gioco affinché possa desiderare il più a lungo possibile: la sua vera fonte di appagamento.

Se un bambino ha troppo ottenuto, da adulto e per tutta la vita apparterrà alla distonia dell’Essere.

Bisogna notare che il comportamento dei genitori è simile nei due casi, se è invadente  o gradito dipende solo da come il bambino percepisce. Nel formare una distonia i genitori svolgono solo un ruolo passivo e hanno la potenzialità di influenzare la formazione solo con gravi mancanze: come ignorare il bambino, scaricare su questo i propri problemi, o maltrattamenti vari ma senza indirizzarlo verso l’una o l’altra distonia. Ne mancheranno gli effetti nella vita adulta. Infatti. Tutti evolviamo naturalmente verso una predominanza di desiderio o di possesso, è una parte del nostro carattere. Tutti infatti amiamo desiderare e in altri momenti preferiamo possedere, mantenendo inalterata per tutta la vita  “l’Inconscia Preferenza”. La nostra distonia svolge un ruolo molto importante nelle scelte che facciamo e, come vedremo più avanti, influenza in modo determinante il gioco delle relazioni.

Solo l’eccesso di esigenza di desiderio o possesso può rientrare a pieno titolo nel campo delle patologie. Un adulto che sviluppa una eccessiva distonia avrà grandi difficoltà a esprimere la propria personalità. Inoltre i problemi della vita alterando gli elementi biologici del cervello avranno già preparato il terreno affinché  il sistema distruttivo della depressione possa azzerare esattamente come farebbe una catastrofe naturale.

Quindi, come lo stesso Mr. Beaver dovrà constatare nel corso della sua degenza psichiatrica post-operatoria, forse dovremmo imparare ad amarci – curarci e gestirci dall’interno. Imparare a conoscere come siamo stati ontologicamente costituiti, il nostro passato e tutto quello che ci ha reso la struttura che vediamo. Tale “malinconia”, come in tempi remoti si definiva questa patologia, ben si addice al fatto che la vita offre motivi di giubilo quanto di rimpianto, che la felicità non può essere sempre l’unica meta reale a cui giungere e che esistono abbastanza difficoltà e conflitti ma non sempre una quantità sufficiente di cose buone. Riflettere su queste intuizioni rappresenta un controllo sulla superficialità e sull’autocompiacimento – chiamato dai russi espressivamente poshlost – che minacciano di banalizzare la nostra vita più di quanto non stia già facendo da un secolo il consumismo.

Senza una costante presenza di spirito possiamo facilmente bloccare totalmente la nostra vita, nella semplicità delle parole di Thomas Fuller: basta una nuvola ad eclissare il sole.

La Foster è stata particolarmente brava nella regia di questa sceneggiatura, e la sua sensibilità femminile ha guidato la sua interpretazione a una totale fusione con quella magistrale di Gibson.

Trovo che le sue parole pronunciate in occasione della consegna del premio Oscar per il “Silenzio degli Innocenti”, sia come una sua firma che segue la conclusione di ogni sua opera, nella quale lei mette tutta se stessa senza riserve: “Alle donne che sono venute prima di me e che, a differenza di me, non hanno avuto nessuna chance, alle pioniere, alle sopravvissute, alle emarginate.”

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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Mr. Beaver (20/05/2011)

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mr beaverIo, Mel Gibson & il castoro.

Un pupazzo di peluche. Una favola nera sulla depressione. E un vecchio amico come protagonista. Sedici anni dopo la sua ultima regia, Jodie Foster torna dietro la macchina da presa con quello che potrebbe essere il suo miglior film.

Questo l’incipit dell’articolo di Marco Giovannini, pag.58, nel numero di CIAK del mese di maggio, dal quale come fedele lettrice del mensile e notevole ammiratrice di ambedue i protagonisti ho pertanto ricevuto l’impulso di affrettarmi a prendere una visione personale della pellicola.

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Devo ammetterlo. È mio preciso dovere essere quanto più onesta possibile, e non intendo affatto nascondere l’imbarazzo di dover parlare di questa ultima opera acclamata della Foster. Tuttavia sono del parere che simili premesse siano necessarie in quanto legate più al desiderio di non farsi travolgere eccessivamente dalle emozioni che altro. Mi sono dunque presa il mio tempo, quindi, concedendomi il più ampio margine possibile di riflessione. È stato abbastanza? Forse no, ma non è necessariamente un male. Solo adesso, infatti, ancora stordita dalla visione della pellicola – Jodie Foster per il suo ritorno ha scelto una trama più complicata che non si poteva – mi sento di poter mettere nero su bianco quanto recepito, nei limiti delle mie possibilità, è chiaro. Questa disamina non giunge a seguito di chissà quale improvvisa “ispirazione”. Solo che è tutt’altro che agevole riuscire a trasmettere certe emozioni, dando loro una forma “assimilabile” quando si tratta di una realtà così diffusa, disconosciuta – palesemente sconfessata a qualsiasi livello – come lo può essere il problema della depressione. Non desidero indurvi a vedere alcuna auto-proclamazione di inadeguatezza in queste considerazioni. Al contrario, ora so di cosa dobbiamo parlare. Avevo solo bisogno di fare un po’ d’ordine.

Trama: Tormentato da demoni personali, Walter Black, ex manager di successo di una società che fabbrica giocattoli e padre di famiglia, soffre di una grave forma di depressione che gli impedisce di riprendere il controllo della propria vita. Ma un giorno in un cassonetto davanti al negozio di alcolici dove generalmente va ad ubriacarsi, Walter trova un pupazzo a forma di castoro che cambierà per sempre la sua vita.

Note: La Foster dopo due premi oscar nel 1989 e 1992, e una filmografia che conta al suo attivo più di cinquanta pellicole tra interprete- regia e produzione, torna dietro la macchia da presa dopo 16 anni e sulle scene – Il bello di essere mamma- dopo due.

Gibson torna a lavorare dopo la condanna a 36 mesi di libertà condizionata per le violenze contro la sua ex compagna. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes.

Basato su di una sceneggiatura originale di Kyle Killen, inclusa nella black list – una classifica delle 10 migliori sceneggiature non prodotte- del 2008, non poteva non essere scelto dalla Foster.

La Foster, dalla personalità estremamente discussa a causa delle sua vita privata, dimostra invece un attento contatto con il suo contesto culturale e storico e una singolare sensibilità nel cogliere le opportunità di riportare i mali dei suoi tempi sullo schermo e sceglie con cura e parsimonia il tema dei film da interpretare e quelli che lei vuole dirigere.

In questo la sensibilità di Gibson non dista molto dalla sua, entrambi cullano dei sogni – la Foster un biopic sulla vita di Leni Riefenstahl e Gibson un film sui Vichinghi in lingua sassone – e in Mr. Beaver si sono scelti a vicenda.

Gibson reduce da vicende private notevolmente complesse e laceranti, è già noto per i suoi ruoli impegnativi, questa volta supera se stesso in materia di immedesimazione.

Il protagonista soffre di una forma particolarmente acuta di depressione, che lo porta ad un allontanamento da tutto quello che è il suo mondo e la sua vita. Una vita fatta di eredità, di successi, di affetti stabili e ricambiati, di progetti e di prestigio. La malattia divora tutto con lentezza ma inesorabilmente, come un tritacarne che procede senza sosta anche con i pezzi più fibrosi e resistenti. La depressione viene tecnicamente definita come disturbo dell’umore, caratterizzata da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici ed affettivi che nel loro insieme sono in grado di diminuire in modo lieve o compromettere totalmente il “funzionamento” di una persona e la sua vita sociale. La depressione ha senza alcun dubbio una eziologia biologica, la quale tuttavia non può alterarsi se non a seguito di cause chimiche. Le cause chimiche possono essere dirette – cioè l’assunzione di farmaci – o indirette attraverso gli stili di vita. I vari studi hanno confermato che eventi stressanti, soprattutto se prolungati, sono in grado di ridurre il tasso di alcuni neurotrasmettitori e di “iperattivare” l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene con conseguente aumento del cortisolo nel sangue. La depressione in età adulta è strettamente correlata con esperienza di vita negative: la malattia, infatti, si può innescare dopo alcune fasi importanti della vita: un lutto, un licenziamento, un grande dispiacere ma anche l’abbandono della persona amata, perfino una grossa vincita; in generale qualsiasi cambiamento rilevante può indurre la manifestazione del disturbo.

Nel caso del nostro personaggio possiamo rinvenire sicuramente due degli elementi appena elencati, lo stress e l’eredità di una azienda all’apice del successo sul mercato. Ma forse c’è di più. Ed è questo ciò che ha richiesto il tempo di riflessione a cui facevo riferimento sopra. Una distonia tra l’Avere o l’Essere. Infatti nel corso di tutta la pellicola, e soprattutto nel breve ma inteso confronto nella cena di anniversario tra i due coniugi, Mrs. Beaver non chiede mai il ripristino del “system – status symbol” del marito; lei chiede che lui torni ad essere l’uomo intessuto d’amore soccorrevole e altruismo che era quando si sono conosciuti. Ma prima di ampliare questo punto di vista credo sia opportuno accennare al coinvolgimento che la l’autostima ha in tutto questo. È importante specificare che l’autostima è un fattore dinamico, che evolve – ma anche involve- nel tempo. Se una bassa autostima si dimostra un fattore di ostacolo nella vita di una persona, allo stesso modo un’autostima eccessiva può avere effetti deleteri. Come frequentemente accade la virtù sta nel mezzo. Una sana autostima si manifesta nella capacità di percepirsi e di rapportarsi a se stessi in modo realistico. Indipendentemente dagli atti vessatori che provengono dall’ambiente.

La sana autostima è indipendente dal giudizio degli altri, è caratterizzata da una profonda conoscenza di se stessi, aiuta a mantenere i punti di forza e a migliorare quelli di debolezza, promuove obbiettivi stimolanti ma non eccessivi, spinge la persona al confronto con se stessa e con gli altri. La prima cosa da fare per migliorare la propria autostima è lavorare sulle proprie percezioni. Il secondo passo riguarda il sé ideale. Si tratta di rivedere i propri ideali, le proprie ambizioni, le proprie aspirazioni. Di questi, come di ogni cosa nella vita, bisogna fare un inventario periodico. E come tutto nella vita, anche il risultato di questo inventario può risultare dinamico, evolvere o involvere, a seguito di vicende indipendenti dalla nostra volontà o dalle nostre capacità e virtù. Ad esempio le catastrofi naturali, sempre più frequenti, sono un elemento che azzerano l’inventario di milioni di persone. Ma come desideravo esporre più sopra, la autostima ha radici spesso molto più profonde nell’architettura mentale di un individuo. La modalità dell’Avere secondo Fromm, è il prolungamento del passato. La modalità dell’Essere, più emotiva, è rivolta all’osservazione delle cose, il tempo futuro riveste una maggiore importanza che il passato.

Un “Avere” deve possedere un fiore, lo coglie, lo fa suo. Un “Essere” ne contempla la bellezza, godendo di questo, percependolo per immaginare altri orizzonti. (Avere o Essere? 1976). Iniziamo con l’affermare che tutti, in varia misura, apparteniamo ad una delle due Distonie. Il “disequilibrio” verso uno dei due versanti fa parte della nostra personalità, la nostra capacità di relazionarci e fare delle scelte equilibrate, dipende da quanto amiamo desiderare o da quanto dobbiamo possedere. Come si forma la distonia? Quella dell’Avere: proviamo ad immaginarci un neonato. Ha fame e piange. Non può comprendere che deve attendere. Percepisce solo la mancanza.

Il bambino desidera spesso ma non ottiene quasi mai, inizia il percorso verso quello che viene definita la distonia dell’avere. Nel naturale e quotidiano trascorrere della relazione con i genitori, il bambino ha tanto dovuto desiderare, pur avendo tutte le attenzioni, che nel suo inconscio si forma l’esigenza del Possesso. Quali conseguenze avrà questa evoluzione’ Da adulto il suo comportamento sociale avrà i tratti di una persona che cerca di giungere in tempi brevi ai suoi obbiettivi, non amerà desiderare a lungo e si coinvolgerà a persone che appagheranno velocemente le sue esigenze. Per contro, una volta appagate le sue esigenze, incredibilmente non ne trarrà il piacere sperato e tenterà a de coinvolgersi ricercando nuove fonti di appagamento in un ruolo relazionale attivo, sempre alla ricerca di un nuovo possesso.

Se un bambino ha dovuto Desiderare troppo spesso per ottenere, da adulto e per tutta la vita apparterrà alla distonia dell’Avere.

Quella dell’Essere: proviamo ad immaginarci ora un’altra comune situazione del neonato. Non ha fame ma la mamma giunge ugualmente con la pappa, è ora di mangiare per crescere anche se il bambino fa storie e rifiuta il cibo. Piange perché non ha fame ma deve almeno assaggiare per riuscire a togliersi davanti agli occhi il biberon. Visto che ormai ha assaggiato, la mamma vorrebbe che continuasse e il bambino vede frustrata la sua esigenza di non mangiare, viene violato un suo desiderio: desidera altro, invece ottiene la pappa. Il bambino ha spesso posseduto che nel suo inconscio si forma l’esigenza del desiderio. Quali conseguenze avrà questa evoluzione? Da adulto il suo comportamento sociale avrà i tratti di una persona che giungerà in tempi più lunghi ai suoi obbiettivi, amerà desiderare più che ottenere e si coinvolgerà con persone che non appagheranno le sue esigenze. Per contro, finalmente appagate le sue esigenze, incredibilmente non ne trarrà il piacere sperato e tenderà a de coinvolgersi ricercando nuove fonti di desiderio in un ruolo relazionale passivo, dove saranno gli altri a condurre il gioco affinché possa desiderare il più a lungo possibile: la sua vera fonte di appagamento.

Se un bambino ha troppo ottenuto, da adulto e per tutta la vita apparterrà alla distonia dell’Essere.

Bisogna notare che il comportamento dei genitori è simile nei due casi, se è invadente  o gradito dipende solo da come il bambino percepisce. Nel formare una distonia i genitori svolgono solo un ruolo passivo e hanno la potenzialità di influenzare la formazione solo con gravi mancanze: come ignorare il bambino, scaricare su questo i propri problemi, o maltrattamenti vari ma senza indirizzarlo verso l’una o l’altra distonia. Ne mancheranno gli effetti nella vita adulta. Infatti. Tutti evolviamo naturalmente verso una predominanza di desiderio o di possesso, è una parte del nostro carattere. Tutti infatti amiamo desiderare e in altri momenti preferiamo possedere, mantenendo inalterata per tutta la vita  “l’Inconscia Preferenza”. La nostra distonia svolge un ruolo molto importante nelle scelte che facciamo e, come vedremo più avanti, influenza in modo determinante il gioco delle relazioni.

Solo l’eccesso di esigenza di desiderio o possesso può rientrare a pieno titolo nel campo delle patologie. Un adulto che sviluppa una eccessiva distonia avrà grandi difficoltà a esprimere la propria personalità. Inoltre i problemi della vita alterando gli elementi biologici del cervello avranno già preparato il terreno affinché  il sistema distruttivo della depressione possa azzerare esattamente come farebbe una catastrofe naturale.

Quindi, come lo stesso Mr. Beaver dovrà constatare nel corso della sua degenza psichiatrica post-operatoria, forse dovremmo imparare ad amarci – curarci e gestirci dall’interno. Imparare a conoscere come siamo stati ontologicamente costituiti, il nostro passato e tutto quello che ci ha reso la struttura che vediamo. Tale “malinconia”, come in tempi remoti si definiva questa patologia, ben si addice al fatto che la vita offre motivi di giubilo quanto di rimpianto, che la felicità non può essere sempre l’unica meta reale a cui giungere e che esistono abbastanza difficoltà e conflitti ma non sempre una quantità sufficiente di cose buone. Riflettere su queste intuizioni rappresenta un controllo sulla superficialità e sull’autocompiacimento – chiamato dai russi espressivamente poshlost – che minacciano di banalizzare la nostra vita più di quanto non stia già facendo da un secolo il consumismo.

Senza una costante presenza di spirito possiamo facilmente bloccare totalmente la nostra vita, nella semplicità delle parole di Thomas Fuller: basta una nuvola ad eclissare il sole.

La Foster è stata particolarmente brava nella regia di questa sceneggiatura, e la sua sensibilità femminile ha guidato la sua interpretazione a una totale fusione con quella magistrale di Gibson.

Trovo che le sue parole pronunciate in occasione della consegna del premio Oscar per il “Silenzio degli Innocenti”, sia come una sua firma che segue la conclusione di ogni sua opera, nella quale lei mette tutta se stessa senza riserve: “Alle donne che sono venute prima di me e che, a differenza di me, non hanno avuto nessuna chance, alle pioniere, alle sopravvissute, alle emarginate.”

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E. Simonetti
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