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Motu Proprio, Cei: forte spinta contro abusi

È uno stimolo a tutti i vescovi perché si diano da fare contro gli abusi.

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Per l’arcivescovo presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Chiesa italiana il documento “Vos estis lux mundi” è uno stimolo a tutti i vescovi perché si diano da fare contro gli abusi

Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Una nuova legge universale che va nella stessa direzione delle nuove Linee guida della Conferenza episcopale italiana che dovrebbero essere presto approvate. Un documento del Papa che costituisce una forte spinta per i vescovi di tutto il mondo affinché si muovano nella direzione soprattutto della prevenzione, superando alcune differenze di reazione che ancora sussistono tra le conferenze episcopali. Così, mons. Lorenzo Ghizzoni, Arcivescovo di Ravenna-Cervia e presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Chiesa italiana, definisce il Motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi”, pubblicato il 9 maggio. “La coscienza dei vescovi italiani – aggiunge – è ben orientata” nella lotta contro gli abusi e le loro coperture. Mons. Ghizzoni è intervenuto ai microfoni di Radio Vaticana Italia spiegando, prima di tutto, come la Cei ha accolto il testo:

R. – In buona parte, avevamo già individuato queste linee nella stesura delle nuove linee guida della Conferenza episcopale italiana, che saranno – speriamo – approvate proprio tra pochi giorni dall’Assemblea generale della Cei. Le nuove linee guida hanno in parte già recepito e in parte recepiranno le indicazioni che il Papa ha dato attraverso il Motu proprio “Vos estis lux mundi” a tutti i vescovi del mondo – quindi, anche a noi. Non sono quindi per noi particolarmente nuove perché già avevamo discusso queste indicazioni e già anche individuato alcune soluzioni che abbiamo messo nelle nostre nuove linee guida.

Ecco, questo proposito: ogni diocesi – stabilisce il Motu proprio – dovrà dotarsi entro giugno 2020 di un sistema facilmente accessibile al pubblico per ricevere segnalazioni. Avete già in mente delle scelte operative?

R. – Certo. Noi non avevamo stabilito questa data, che è una cosa nuova, ma nelle nuove linee guida chiederemo che ogni vescovo nomini un referente diocesano, un esperto che può essere anche un laico, una donna, può anche essere un sacerdote o un religioso, ma l’importante è che sia competente e che si offra per questo servizio così importante per la vita della Chiesa; un referente che potrà anche costituire una sua piccola équipe diocesana di esperti: per esempio, uno psicologo, uno psichiatra o un educatore, un canonista, un avvocato, uno che lavori nella pastorale giovanile o nella pastorale familiare, i due ambiti in cui si dovrà far partire un gran lavoro di prevenzione. Queste persone, assieme al referente diocesano, potranno essere di grande aiuto al vescovo proprio per accogliere le denunce e le segnalazioni, e anche per accompagnare eventualmente le persone che denunciano o le loro famiglie. Quindi, questo strumento noi lo avevamo già individuato e mi sembra che risponda bene alla richiesta della Santa Sede.

Viene introdotto poi l’obbligo per tutti i chierici, i religiosi e le religiose di denunciare gli abusi. Come valuta questo passo?

R.- Bisogna chiarire che il testo dice che i chierici e i religiosi sono tenuti a denunciare ai superiori, all’ordinario diocesano, all’ordinario del luogo e al loro superiore religioso perché faccia partire la procedura prevista già da tempo dalle norme della Chiesa. Fino ad adesso, infatti, era lasciato alla coscienza di ciascuno se denunciare o no. Adesso, invece, si chiarisce, i religiosi dovranno per forza rivolgersi ai loro superiori e dovranno far partire quindi le eventuali indagini. Poi, naturalmente, si vedrà se le denunce o le segnalazioni hanno una consistenza oppure no. Però, loro saranno obbligati a riferire ai superiori.

Vengono introdotte forti tutele per chi denuncia e per le vittime. Perché queste norme, secondo lei?

R. – Penso che questo derivi dall’esperienza, da ciò che abbiamo visto in diversi casi, dico la verità, soprattutto del passato. Ci sono state delle resistenze, delle chiusure, certe vittime non sono state ascoltate oppure le loro affermazioni sono state accettate solo in parte. Quindi non sono partiti i provvedimenti, oppure qualcuno anche si è sentito o è stato emarginato per la denuncia che ha fatto, per quello che ha detto. Tutto questo bisognerà che scompaia in modo che coloro che hanno avuto il coraggio e anche il senso morale di denunciare queste cose siano sicuri nelle loro denunce e siano protetti: in modo che non ci sia nessuno che possa prendere delle contromisure negative contro di loro. Insomma, la denuncia deve essere favorita.

La seconda parte del documento introduce un’importante novità: anche i vescovi debbono ora rendere conto di omissioni, coperture, insabbiamenti. Una novità importante, sicuramente …

R. – Sì. C’era già una premessa di questo nel Motu Proprio “Come una madre amorevole” del giugno 2016 che si rivolgeva direttamente ai vescovi. Adesso qui viene definito in modo ancora più chiaro, ma questa responsabilità significativa dei vescovi e dei superiori, il Papa l’ha già chiesta tante volte, in varie occasioni. A questo punto, credo davvero che il documento sia una forte spinta, perché tutti gli episcopati si muovano. Attualmente ci sono ancora delle differenze nelle reazioni e nella stesura delle linee guida, nella costituzione di organismi che possano permettere di fare la famosa prevenzione che è, secondo noi, la vera arma con la quale possiamo combattere questi reati, questi peccati. La prevenzione, infatti, induce anche la società civile a porsi il problema e a mettere in atto anch’essa dei meccanismi di soluzione, di prevenzione e di formazione. Non dimentichiamo mai che la stragrandissima maggioranza dei casi di abuso non avviene nella Chiesa ma avviene nella società, nelle famiglie e in tutti gli altri ambienti di vita. Quindi è una spinta in più che ci viene data ma penso che ormai la coscienza dei vescovi, per esempio dei vescovi italiani, sia bene orientata. Noi lo abbiamo toccato con mano qualche giorno fa, quando abbiamo riunito i 16 vescovi italiani che sono responsabili nelle regioni ecclesiastiche italiane della costituzione di questi servizi a favore della prevenzione e della tutela dei minori: organismi regionali che dovranno sostenere tutti i referenti diocesani. I vescovi sono molto impegnati in questo senso e hanno già incominciato a organizzare il lavoro: abbiamo già programmato con loro due giorni di formazione, all’inizio di luglio, per poter lavorare insieme, approfondire tutti i temi, i problemi che sono in questione.

Originale: Vatican News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Motu Proprio, Cei: forte spinta contro abusi

È uno stimolo a tutti i vescovi perché si diano da fare contro gli abusi.

  

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Fabio Colagrande – Città del Vaticano

Una nuova legge universale che va nella stessa direzione delle nuove Linee guida della Conferenza episcopale italiana che dovrebbero essere presto approvate. Un documento del Papa che costituisce una forte spinta per i vescovi di tutto il mondo affinché si muovano nella direzione soprattutto della prevenzione, superando alcune differenze di reazione che ancora sussistono tra le conferenze episcopali. Così, mons. Lorenzo Ghizzoni, Arcivescovo di Ravenna-Cervia e presidente del Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili della Chiesa italiana, definisce il Motu proprio di Papa Francesco “Vos estis lux mundi”, pubblicato il 9 maggio. “La coscienza dei vescovi italiani – aggiunge – è ben orientata” nella lotta contro gli abusi e le loro coperture. Mons. Ghizzoni è intervenuto ai microfoni di Radio Vaticana Italia spiegando, prima di tutto, come la Cei ha accolto il testo:

R. – In buona parte, avevamo già individuato queste linee nella stesura delle nuove linee guida della Conferenza episcopale italiana, che saranno – speriamo – approvate proprio tra pochi giorni dall’Assemblea generale della Cei. Le nuove linee guida hanno in parte già recepito e in parte recepiranno le indicazioni che il Papa ha dato attraverso il Motu proprio “Vos estis lux mundi” a tutti i vescovi del mondo – quindi, anche a noi. Non sono quindi per noi particolarmente nuove perché già avevamo discusso queste indicazioni e già anche individuato alcune soluzioni che abbiamo messo nelle nostre nuove linee guida.

Ecco, questo proposito: ogni diocesi – stabilisce il Motu proprio – dovrà dotarsi entro giugno 2020 di un sistema facilmente accessibile al pubblico per ricevere segnalazioni. Avete già in mente delle scelte operative?

R. – Certo. Noi non avevamo stabilito questa data, che è una cosa nuova, ma nelle nuove linee guida chiederemo che ogni vescovo nomini un referente diocesano, un esperto che può essere anche un laico, una donna, può anche essere un sacerdote o un religioso, ma l’importante è che sia competente e che si offra per questo servizio così importante per la vita della Chiesa; un referente che potrà anche costituire una sua piccola équipe diocesana di esperti: per esempio, uno psicologo, uno psichiatra o un educatore, un canonista, un avvocato, uno che lavori nella pastorale giovanile o nella pastorale familiare, i due ambiti in cui si dovrà far partire un gran lavoro di prevenzione. Queste persone, assieme al referente diocesano, potranno essere di grande aiuto al vescovo proprio per accogliere le denunce e le segnalazioni, e anche per accompagnare eventualmente le persone che denunciano o le loro famiglie. Quindi, questo strumento noi lo avevamo già individuato e mi sembra che risponda bene alla richiesta della Santa Sede.

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Viene introdotto poi l’obbligo per tutti i chierici, i religiosi e le religiose di denunciare gli abusi. Come valuta questo passo?

R.- Bisogna chiarire che il testo dice che i chierici e i religiosi sono tenuti a denunciare ai superiori, all’ordinario diocesano, all’ordinario del luogo e al loro superiore religioso perché faccia partire la procedura prevista già da tempo dalle norme della Chiesa. Fino ad adesso, infatti, era lasciato alla coscienza di ciascuno se denunciare o no. Adesso, invece, si chiarisce, i religiosi dovranno per forza rivolgersi ai loro superiori e dovranno far partire quindi le eventuali indagini. Poi, naturalmente, si vedrà se le denunce o le segnalazioni hanno una consistenza oppure no. Però, loro saranno obbligati a riferire ai superiori.

Vengono introdotte forti tutele per chi denuncia e per le vittime. Perché queste norme, secondo lei?

R. – Penso che questo derivi dall’esperienza, da ciò che abbiamo visto in diversi casi, dico la verità, soprattutto del passato. Ci sono state delle resistenze, delle chiusure, certe vittime non sono state ascoltate oppure le loro affermazioni sono state accettate solo in parte. Quindi non sono partiti i provvedimenti, oppure qualcuno anche si è sentito o è stato emarginato per la denuncia che ha fatto, per quello che ha detto. Tutto questo bisognerà che scompaia in modo che coloro che hanno avuto il coraggio e anche il senso morale di denunciare queste cose siano sicuri nelle loro denunce e siano protetti: in modo che non ci sia nessuno che possa prendere delle contromisure negative contro di loro. Insomma, la denuncia deve essere favorita.

La seconda parte del documento introduce un’importante novità: anche i vescovi debbono ora rendere conto di omissioni, coperture, insabbiamenti. Una novità importante, sicuramente …

R. – Sì. C’era già una premessa di questo nel Motu Proprio “Come una madre amorevole” del giugno 2016 che si rivolgeva direttamente ai vescovi. Adesso qui viene definito in modo ancora più chiaro, ma questa responsabilità significativa dei vescovi e dei superiori, il Papa l’ha già chiesta tante volte, in varie occasioni. A questo punto, credo davvero che il documento sia una forte spinta, perché tutti gli episcopati si muovano. Attualmente ci sono ancora delle differenze nelle reazioni e nella stesura delle linee guida, nella costituzione di organismi che possano permettere di fare la famosa prevenzione che è, secondo noi, la vera arma con la quale possiamo combattere questi reati, questi peccati. La prevenzione, infatti, induce anche la società civile a porsi il problema e a mettere in atto anch’essa dei meccanismi di soluzione, di prevenzione e di formazione. Non dimentichiamo mai che la stragrandissima maggioranza dei casi di abuso non avviene nella Chiesa ma avviene nella società, nelle famiglie e in tutti gli altri ambienti di vita. Quindi è una spinta in più che ci viene data ma penso che ormai la coscienza dei vescovi, per esempio dei vescovi italiani, sia bene orientata. Noi lo abbiamo toccato con mano qualche giorno fa, quando abbiamo riunito i 16 vescovi italiani che sono responsabili nelle regioni ecclesiastiche italiane della costituzione di questi servizi a favore della prevenzione e della tutela dei minori: organismi regionali che dovranno sostenere tutti i referenti diocesani. I vescovi sono molto impegnati in questo senso e hanno già incominciato a organizzare il lavoro: abbiamo già programmato con loro due giorni di formazione, all’inizio di luglio, per poter lavorare insieme, approfondire tutti i temi, i problemi che sono in questione.

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