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Missione: dialogica e post-coloniale

No, non è finita

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di: Gabriele Ferrari

Sembra evidente che esiste un programma diplomatico dietro i viaggi del papa nei paesi islamici inteso a riaprire i canali con l’islam dialogante in vista di un dialogo interreligioso sempre più fruttuoso e fattivo. Questo obiettivo ha determinato la firma del Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi lo scorso 5 febbraio 2019 con il Grande Imam di Al-Azhar e dell’Appello su Gerusalemme/Al Qods, Città santa, firmato il 30 marzo 2019 dal papa e dal re Mohammed VI.

Ma, nello stesso tempo, queste visite del papa sono incontri pastorali con le comunità cristiane in missione ad gentes. E, proprio come tali, hanno permesso al papa di aggiungere nuovi tasselli al mosaico della nuova missione ad gentes che, a partire da Evangelii gaudium, egli sta componendo per tutta la Chiesa.

Ad essere onesti, il papa non sta apportando nessuna novità rispetto alle impostazioni date dal concilio all’ecclesiologia e alla missione, ma degli accenti nuovi e delle parole incoraggianti per i missionari dopo le reiterate e preoccupate raccomandazioni a predicare il vangelo e a battezzare, rivolte loro negli anni passati.

Nei discorsi del papa attuale prevalgono i richiami ad una coraggiosa uscita verso il mondo, al dialogo e alla carità in risposta alla realtà delle Chiese che oggi tendono a rinchiudersi sulla cura dei cristiani già battezzati, dimenticando il vasto mondo dove l’annuncio del vangelo non è ancora arrivato o non fa più breccia. Pensiamo alle popolazioni dell’Asia o del mondo islamico dove la Chiesa, che pure è presente, deve accontentarsi di un incremento numerico statisticamente poco significativo. Quale tipo di missione si può prevedere in questi paesi? O si deve darla per finita?

No, non è finita

Non è certo questo il pensiero missionario di papa Francesco. La visita in Marocco, alla fine dello scorso marzo, dopo quella in Egitto e negli Emirati Arabi, non è stata solo una visita coraggiosa per l’attuale momento politico, ma l’occasione per dare nuovo impulso alla missione di quella Chiesa e, insieme, una parola coraggiosa e incoraggiante per i missionari che lavorano ad gentes.

Il papa, incontrando i sacerdoti e i consacrati/e a Rabat il 31 marzo scorso, ha fatto delle affermazioni che sicuramente fanno riflettere e magari discutere i missionari della vecchia missione e soprattutto quanti sperano un ritorno alla missione del passato.

Già Giovanni Paolo II aveva scosso la curia romana quando aveva incontrato i giovani islamici a Casablanca (19 agosto 1985) ai quali aveva parlato di un possibile dialogo tra cristiani e islamici sulla comune fede nell’unico Dio e più ancora quando aveva convocato ad Assisi i leader religiosi del mondo intero il 26 ottobre 1986. Era la fine della missione?

Questa volta Francesco a Rabat ha parlato direttamente ai sacerdoti, ai consacrati e ai dirigenti del Consiglio ecumenico delle Chiese. La realtà della Chiesa in Marocco gli ha suggerito alcune sottolineature che rinnovano la freschezza della missione – paradossalmente – in una terra dove l’attività missionaria non raggiunge le percentuali di nuovi cristiani come in altre terre dell’Africa.

Abbandonando quell’esagerata ansia missionaria che non ha diritto di essere perché dimentica che l’evangelizzazione è prima di tutto opera di Dio (lo diceva già Paolo VI in Evangelii nuntiandi), ha ricordato che «Gesù non ci ha scelti e mandati perché diventassimo i più numerosi! Ci ha chiamati per una missione. Ci ha messo nella società come quella piccola quantità di lievito: il lievito delle beatitudini e dell’amore fraterno».

Ciò che conta, quindi, è la qualità della presenza di cristiani nel mondo non cristiano o in quello agnostico e indifferente di oggi. La missione «non è determinata particolarmente dal numero o dalla quantità di spazi che si occupano, ma dalla capacità che abbiamo di suscitare cambiamento, stupore e compassione». E, con un’inusuale insistenza, Francesco afferma che le vie della missione «non passano per il proselitismo. Per favore, non passano attraverso il proselitismo!».

Francesco richiama la parola di Benedetto XVI già detta in Evangelii gaudium 14: «La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione, per testimonianza». Per questo la missione non consiste nel conquistare adepti alla Chiesa e alla religione e le statistiche, se ancora si debbono o si vogliono fare, non dovrebbero riguardare il numero dei cristiani e dei sacramenti amministrati, ma la capacità di attrazione o di irradiazione cristiana, il  «nostro modo di essere con Gesù e con gli altri». Il pericolo, ma anche la sfida della missione «non è essere [o diventare] poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cf. Mt 5,13-15)».

Opera di Dio e dialogo

Il secondo tema missionario su cui il papa ha insistito a Rabat è il dialogo nella missione della Chiesa. Richiamando la parola di Paolo VI sulla Chiesa che per evangelizzare il mondo si fa parola, colloquio, dialogo (cf. Ecclesiam suam n. 67), Francesco afferma che la Chiesa nella sua missione «deve entrare in dialogo, non per una moda né come strategia» per aumentare il numero dei suoi membri, ma «per fedeltà al suo Signore e Maestro che, fin dall’inizio, mosso dall’amore, ha voluto entrare in dialogo come amico e invitarci a partecipare della sua amicizia (cf. Dei Verbum, 2)».

La missione in Marocco, come negli altri paesi dove la Chiesa è minoritaria, mostra che «il cristiano impara ad essere sacramento vivo del dialogo che Dio vuole intavolare con ciascun uomo e donna, in qualunque condizione viva». Sarà un dialogo da realizzare «alla maniera di Gesù, mite e umile di cuore (cf. Mt 11,29), con un amore fervente e disinteressato, senza calcoli e senza limiti, nel rispetto della libertà delle persone».

Questa maniera di essere nel mondo richiama l’esempio del dialogo ante litteram praticato da san Francesco d’Assisi che, in piena crociata, andò ad incontrare il sultano al-Malik al-Kamil; dal beato Charles de Foucault che, nella solitudine di Tamanrasset, viveva in comunione con i Tuareg e adorava Gesù per essere un «fratello universale»; dai martiri dell’Algeria che hanno scelto di essere solidali con il popolo fino al dono della propria vita rivelando così quell’amore di Cristo che va fino alla fine (cf. Gv 13,1; 19,30).

Carità e preghiera

Il papa invita ad «essere missione» prima che a «fare missione» e allora la comunione di vita e il dialogo diventano preghiera in nome di quella «fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali. In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini» (cf. Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi il 4 febbraio 2019).

La missione si fa preghiera «che non distingue, non separa e non emargina, ma che si fa eco della vita del prossimo; preghiera d’intercessione capace di dire al Padre: «venga il tuo regno»; una preghiera che converte la missione perché proceda «non con la violenza, non con l’odio, né con la supremazia etnica, religiosa, economica e così via, ma con la forza della compassione riversata sulla Croce per tutti gli uomini».

Francesco incoraggia i missionari a continuare la loro presenza «senza altro desiderio che di rendere visibile la presenza e l’amore di Cristo che si è fatto povero per noi per arricchirci con la sua povertà (cf. 2Cor 8,9)», a farsi «prossimi di coloro che sono spesso lasciati indietro, dei piccoli e dei poveri, dei prigionieri e dei migranti», perseguendo quell’ecumenismo della carità che è «via di comunione tra i cristiani di tutte le confessioni», e anche «una via di dialogo e di cooperazione con i nostri fratelli e sorelle musulmani e con tutte le persone di buona volontà».

La carità disinteressata, specialmente verso i più deboli, [è] la migliore opportunità che abbiamo per continuare a «lavorare in favore di una «cultura dell’incontro».

La missione che il papa auspica si caratterizza per la mitezza, la semplicità, la povertà, sarà una missione che cerca non di conquistare, ma di attirare con la bellezza della vita secondo il Vangelo, che dialoga, ascolta e che non intende sedurre con la potenza delle opere, ma si fa compagna delle persone che incontra, solidale e compassionevole con i poveri dai quali sa che può essere evangelizzata.

Spirito e statistiche

Leggendo il discorso del papa a Rabat si potrebbe pensare che egli dimentichi la missione dei due ultimi secoli… Non è così. Anzi ricorda ai missionari, sacerdoti o religiosi/e presenti a Rabat, che sono eredi e «testimoni di una storia che è gloriosa perché è storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso». E, richiamandosi a Vita consecrata  n. 110, afferma che i missionari e i religiosi non hanno solo una storia gloriosa da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! «Guardate al futuro – frequentate il futuro – nel quale lo Spirito vi proietta per continuare ad essere segno vivo di quella fraternità alla quale il Padre ci ha chiamato, senza volontarismi e rassegnazione, ma come credenti che sanno che il Signore sempre ci precede e apre spazi di speranza dove qualcosa o qualcuno sembrava perduto».

Così Francesco a Rabat ha dato un ulteriore colpo alla missione di stile coloniale, caratteristica della storia della Chiesa nei due secoli passati, assicurando nello stesso tempo che la missione, attenta alla storia, continua anche e soprattutto là dove essa non sembra procedere di successo in successo, libera dal trionfalismo mondano delle statistiche. Non sarà la missione delle grandi opere, ma della presenza mite e umile, del servizio fraterno alla comunione.

Rabat segna un ulteriore passo sulla strada della missione così come l’ha progettata il concilio Vaticano II e come la vuole attualizzare papa Francesco.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Sembra evidente che esiste un programma diplomatico dietro i viaggi del papa nei paesi islamici inteso a riaprire i canali con l’islam dialogante in vista di un dialogo interreligioso sempre più fruttuoso e fattivo. Questo obiettivo ha determinato la firma del Documento sulla fratellanza umana firmato ad Abu Dhabi lo scorso 5 febbraio 2019 con il Grande Imam di Al-Azhar e dell’Appello su Gerusalemme/Al Qods, Città santa, firmato il 30 marzo 2019 dal papa e dal re Mohammed VI.

Ma, nello stesso tempo, queste visite del papa sono incontri pastorali con le comunità cristiane in missione ad gentes. E, proprio come tali, hanno permesso al papa di aggiungere nuovi tasselli al mosaico della nuova missione ad gentes che, a partire da Evangelii gaudium, egli sta componendo per tutta la Chiesa.

Ad essere onesti, il papa non sta apportando nessuna novità rispetto alle impostazioni date dal concilio all’ecclesiologia e alla missione, ma degli accenti nuovi e delle parole incoraggianti per i missionari dopo le reiterate e preoccupate raccomandazioni a predicare il vangelo e a battezzare, rivolte loro negli anni passati.

Nei discorsi del papa attuale prevalgono i richiami ad una coraggiosa uscita verso il mondo, al dialogo e alla carità in risposta alla realtà delle Chiese che oggi tendono a rinchiudersi sulla cura dei cristiani già battezzati, dimenticando il vasto mondo dove l’annuncio del vangelo non è ancora arrivato o non fa più breccia. Pensiamo alle popolazioni dell’Asia o del mondo islamico dove la Chiesa, che pure è presente, deve accontentarsi di un incremento numerico statisticamente poco significativo. Quale tipo di missione si può prevedere in questi paesi? O si deve darla per finita?

No, non è finita

Non è certo questo il pensiero missionario di papa Francesco. La visita in Marocco, alla fine dello scorso marzo, dopo quella in Egitto e negli Emirati Arabi, non è stata solo una visita coraggiosa per l’attuale momento politico, ma l’occasione per dare nuovo impulso alla missione di quella Chiesa e, insieme, una parola coraggiosa e incoraggiante per i missionari che lavorano ad gentes.

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Il papa, incontrando i sacerdoti e i consacrati/e a Rabat il 31 marzo scorso, ha fatto delle affermazioni che sicuramente fanno riflettere e magari discutere i missionari della vecchia missione e soprattutto quanti sperano un ritorno alla missione del passato.

Già Giovanni Paolo II aveva scosso la curia romana quando aveva incontrato i giovani islamici a Casablanca (19 agosto 1985) ai quali aveva parlato di un possibile dialogo tra cristiani e islamici sulla comune fede nell’unico Dio e più ancora quando aveva convocato ad Assisi i leader religiosi del mondo intero il 26 ottobre 1986. Era la fine della missione?

Questa volta Francesco a Rabat ha parlato direttamente ai sacerdoti, ai consacrati e ai dirigenti del Consiglio ecumenico delle Chiese. La realtà della Chiesa in Marocco gli ha suggerito alcune sottolineature che rinnovano la freschezza della missione – paradossalmente – in una terra dove l’attività missionaria non raggiunge le percentuali di nuovi cristiani come in altre terre dell’Africa.

Abbandonando quell’esagerata ansia missionaria che non ha diritto di essere perché dimentica che l’evangelizzazione è prima di tutto opera di Dio (lo diceva già Paolo VI in Evangelii nuntiandi), ha ricordato che «Gesù non ci ha scelti e mandati perché diventassimo i più numerosi! Ci ha chiamati per una missione. Ci ha messo nella società come quella piccola quantità di lievito: il lievito delle beatitudini e dell’amore fraterno».

Ciò che conta, quindi, è la qualità della presenza di cristiani nel mondo non cristiano o in quello agnostico e indifferente di oggi. La missione «non è determinata particolarmente dal numero o dalla quantità di spazi che si occupano, ma dalla capacità che abbiamo di suscitare cambiamento, stupore e compassione». E, con un’inusuale insistenza, Francesco afferma che le vie della missione «non passano per il proselitismo. Per favore, non passano attraverso il proselitismo!».

Francesco richiama la parola di Benedetto XVI già detta in Evangelii gaudium 14: «La Chiesa cresce non per proselitismo, ma per attrazione, per testimonianza». Per questo la missione non consiste nel conquistare adepti alla Chiesa e alla religione e le statistiche, se ancora si debbono o si vogliono fare, non dovrebbero riguardare il numero dei cristiani e dei sacramenti amministrati, ma la capacità di attrazione o di irradiazione cristiana, il  «nostro modo di essere con Gesù e con gli altri». Il pericolo, ma anche la sfida della missione «non è essere [o diventare] poco numerosi, ma essere insignificanti, diventare un sale che non ha più il sapore del Vangelo – questo è il problema! – o una luce che non illumina più niente (cf. Mt 5,13-15)».

Opera di Dio e dialogo

Il secondo tema missionario su cui il papa ha insistito a Rabat è il dialogo nella missione della Chiesa. Richiamando la parola di Paolo VI sulla Chiesa che per evangelizzare il mondo si fa parola, colloquio, dialogo (cf. Ecclesiam suam n. 67), Francesco afferma che la Chiesa nella sua missione «deve entrare in dialogo, non per una moda né come strategia» per aumentare il numero dei suoi membri, ma «per fedeltà al suo Signore e Maestro che, fin dall’inizio, mosso dall’amore, ha voluto entrare in dialogo come amico e invitarci a partecipare della sua amicizia (cf. Dei Verbum, 2)».

La missione in Marocco, come negli altri paesi dove la Chiesa è minoritaria, mostra che «il cristiano impara ad essere sacramento vivo del dialogo che Dio vuole intavolare con ciascun uomo e donna, in qualunque condizione viva». Sarà un dialogo da realizzare «alla maniera di Gesù, mite e umile di cuore (cf. Mt 11,29), con un amore fervente e disinteressato, senza calcoli e senza limiti, nel rispetto della libertà delle persone».

Questa maniera di essere nel mondo richiama l’esempio del dialogo ante litteram praticato da san Francesco d’Assisi che, in piena crociata, andò ad incontrare il sultano al-Malik al-Kamil; dal beato Charles de Foucault che, nella solitudine di Tamanrasset, viveva in comunione con i Tuareg e adorava Gesù per essere un «fratello universale»; dai martiri dell’Algeria che hanno scelto di essere solidali con il popolo fino al dono della propria vita rivelando così quell’amore di Cristo che va fino alla fine (cf. Gv 13,1; 19,30).

Carità e preghiera

Il papa invita ad «essere missione» prima che a «fare missione» e allora la comunione di vita e il dialogo diventano preghiera in nome di quella «fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali. In nome di questa fratellanza lacerata dalle politiche di integralismo e divisione e dai sistemi di guadagno smodato e dalle tendenze ideologiche odiose, che manipolano le azioni e i destini degli uomini» (cf. Documento sulla fratellanza umana, Abu Dhabi il 4 febbraio 2019).

La missione si fa preghiera «che non distingue, non separa e non emargina, ma che si fa eco della vita del prossimo; preghiera d’intercessione capace di dire al Padre: «venga il tuo regno»; una preghiera che converte la missione perché proceda «non con la violenza, non con l’odio, né con la supremazia etnica, religiosa, economica e così via, ma con la forza della compassione riversata sulla Croce per tutti gli uomini».

Francesco incoraggia i missionari a continuare la loro presenza «senza altro desiderio che di rendere visibile la presenza e l’amore di Cristo che si è fatto povero per noi per arricchirci con la sua povertà (cf. 2Cor 8,9)», a farsi «prossimi di coloro che sono spesso lasciati indietro, dei piccoli e dei poveri, dei prigionieri e dei migranti», perseguendo quell’ecumenismo della carità che è «via di comunione tra i cristiani di tutte le confessioni», e anche «una via di dialogo e di cooperazione con i nostri fratelli e sorelle musulmani e con tutte le persone di buona volontà».

La carità disinteressata, specialmente verso i più deboli, [è] la migliore opportunità che abbiamo per continuare a «lavorare in favore di una «cultura dell’incontro».

La missione che il papa auspica si caratterizza per la mitezza, la semplicità, la povertà, sarà una missione che cerca non di conquistare, ma di attirare con la bellezza della vita secondo il Vangelo, che dialoga, ascolta e che non intende sedurre con la potenza delle opere, ma si fa compagna delle persone che incontra, solidale e compassionevole con i poveri dai quali sa che può essere evangelizzata.

Spirito e statistiche

Leggendo il discorso del papa a Rabat si potrebbe pensare che egli dimentichi la missione dei due ultimi secoli… Non è così. Anzi ricorda ai missionari, sacerdoti o religiosi/e presenti a Rabat, che sono eredi e «testimoni di una storia che è gloriosa perché è storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso». E, richiamandosi a Vita consecrata  n. 110, afferma che i missionari e i religiosi non hanno solo una storia gloriosa da ricordare e da raccontare, ma una grande storia da costruire! «Guardate al futuro – frequentate il futuro – nel quale lo Spirito vi proietta per continuare ad essere segno vivo di quella fraternità alla quale il Padre ci ha chiamato, senza volontarismi e rassegnazione, ma come credenti che sanno che il Signore sempre ci precede e apre spazi di speranza dove qualcosa o qualcuno sembrava perduto».

Così Francesco a Rabat ha dato un ulteriore colpo alla missione di stile coloniale, caratteristica della storia della Chiesa nei due secoli passati, assicurando nello stesso tempo che la missione, attenta alla storia, continua anche e soprattutto là dove essa non sembra procedere di successo in successo, libera dal trionfalismo mondano delle statistiche. Non sarà la missione delle grandi opere, ma della presenza mite e umile, del servizio fraterno alla comunione.

Rabat segna un ulteriore passo sulla strada della missione così come l’ha progettata il concilio Vaticano II e come la vuole attualizzare papa Francesco.

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