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Matrimonio e diaconato

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di: Luca Garbinetto

Per affrontare il tema del rapporto tra i sacramenti del matrimonio e dell’ordine nell’esperienza degli sposati diaconi, dobbiamo tener conto dell’attuale situazione della riflessione teologica nel contesto della Chiesa cattolica.

Non abbiamo qui la pretesa di essere esaustivi, né consideriamo che gli aspetti che metteremo in luce siano validi in ogni realtà ecclesiale del pianeta.

Nodi teologici non risolti

Tuttavia, ci pare di poter individuare alcuni nodi che, come delle grandi questioni da affrontare, rimangono in generale irrisolti nel dialogo fra la riflessione e la prassi in gran parte delle Chiese locali del mondo. Ve ne sono certamente altri, ma questi ci sembrano particolarmente significativi per il nostro discorso. Ne evidenziamo tre.

  1. La teologia del ministero ordinato, ancora molto centrata su una visione sacerdotale del sacramento, quindi partendo dalla concezione dei poteri concessi all’ordinato. Una visione “dall’alto al basso”, cultuale, e soprattutto che favorisce la comprensione di una separazione tra il “sacro” e il “profano”.
  2. La comprensione diffusa nell’immaginario ecclesiale dell’identificazione tra sacerdozio e celibato, poiché la sessualità viene più o meno inconsciamente compresa come una realtà “profana”, non adatta al ministro del “sacro”, quindi al culto e alla mediazione tra Dio e l’uomo. Si tratta, oltre che di un problema antropologico e pastorale, anche di una questione teologica perché si fonda su una comprensione errata dell’immagine di Dio (il Dio di Gesù Cristo non separa, ma unisce; Gesù Cristo è l’unico mediatore, il sommo sacerdote; il sacerdozio di Cristo è la sua offerta della vita e non un atto di sacrificio di culto) e perché non riesce a giustificare delle realtà già presenti nella Chiesa di oriente, sia cattolica che ortodossa (i “preti sposati”).
  3. L’approfondimento del sacramento del matrimonio nella sua identità teologica profonda. La comprensione del matrimonio come finalizzato all’unione tra gli sposi e alla fecondità e, inoltre, l’assunzione della dimensione ministeriale dei coniugi in relazione alla famiglia, alla Chiesa e alla società sono ancora deboli (c’è ancora chi pensa che il ministro del sacramento del matrimonio sia il presbitero o il diacono che benedice le nozze: i ministri sono invece gli sposi!).

Di fronte a questi nodi teologici irrisolti, il diaconato costituisce un forte elemento di rottura. Non è un caso che, nel dibattito conciliare, ci siano state forti resistenze al ripristino del diaconato permanente legate alla prospettiva che degli uomini sposati accedessero al ministero ordinato (con la paura che tale concessione fosse solo l’anticamera dell’ammissione di sposati al ministero sacerdotale nella Chiesa cattolica latina).

Vino nuovo in otri nuovi

In una comprensione teologica tuttora ancorata nelle visioni sopra accennate (alle quali corrisponde una precisa comprensione del modo di concepire e di essere Chiesa, assai piramidale, clericale e sacrale) non c’è posto per gli sposati diaconi né tanto meno per il diaconato (da una teologia che si muove dalla prospettiva dei “poteri” concessi all’ordinato, sgorgano le consuete obiezioni sul ministero diaconale che in sé non ha nessun potere in più rispetto a un laico).

Ma, in una concezione teologica nuova del ministero ordinato, si possono comprendere meglio le enormi risorse racchiuse nell’esperienza di una “doppia sacramentalità” insita nel mistero degli sposati diaconi. Sarebbe necessario richiamare il fondamento battesimale e le notevoli implicazioni ecclesiologiche insite in questa prospettiva, ma qui non abbiamo spazio. È sufficiente dare un’indicazione di prospettiva nuova.

Accenniamo brevissimamente alla proposta teologica sistematica. Il cuore della riflessione nasce dalla riscoperta del senso originario del ministero dell’ordine, il quale esiste per volontà divina con due finalità (ben descritte in vari passi del Nuovo Testamento):

– custodire l’apostolicità del messaggio evangelico (garantire cioè che quello che la Chiesa e ogni battezzato annunciano, vivono, testimoniano è fedele all’insegnamento originale degli apostoli, cioè al kerigma);
– custodire l’unità della Chiesa, favorendo la crescita della comunione nella comunità cristiana (in tutti i suoi membri, ognuno con i propri doni e carismi, vocazioni e missioni, ruoli e competenze).

A partire da questa prospettiva, e ricordando d’altro canto che il ministero degli sposi è intimamente radicato nell’unione fra i coniugi e nell’apertura alla vita per una fecondità della Chiesa, ci pare di poter suggerire queste piste di approfondimento per comprendere che cosa rende il diaconato degli sposati una straordinaria opportunità e un grande contributo al rinnovamento della Chiesa tutta.

Proposte per una prospettiva diversa

In primo luogo, la questione fondamentale è quella di non comprendere la condizione dell’ordinato diacono come quella di uno “scisso in casa propria”. In altre parole, il diaconato come vocazione e grazia viene ricevuto da un uomo che è già sposato e rimane tale, non solo come condizione sociologica, ma come realtà teologica. Quindi è pericoloso partire da una comprensione che divide le due realtà, che le affianca in maniera giustapposta, addirittura che le contrappone fra loro.

Se vi è questa implicita comprensione di fondo (alimentata appunto da concezioni errate della realtà, quasi a dire che il ministero ordinato riguarda le cose di Dio e il sacro, mentre il matrimonio ha a che vedere con cose profane, necessarie ma possibilmente da evitare – la sessualità, i soldi ecc.), naturalmente sarà vissuto come un problema e addirittura come una questione cruciale la necessaria ricerca di equilibrio tra i tempi “dedicati al ministero” e i tempi “dedicati alla famiglia” (il terzo incomodo sarebbe il lavoro, ma non mi dilungo su di esso… si può intuire che anch’esso rientrerebbe, per me, in una nuova visione di unità).

Se, invece, si parte dalla comprensione dell’unità profonda esistente fra le due realtà, legata al fatto di essere vissute dalla stessa persona, nel contesto delle proprie relazioni, allora la dimensione del diaconato diventerà un ulteriore dono e una nuova opportunità a partire dal modo di comprendersi e di vivere la propria vita matrimoniale e familiare. Si è diaconi sempre, e quindi anche in camera da letto e in cucina!

Il fulcro su cui probabilmente va concentrata l’attenzione è il modo in cui si vivono le relazioni, partendo da una riscoperta della persona come “essere in relazione”, e non come “monade” che poi si mette in relazione con chi gli capita di incontrare. Il sacramento del diaconato va vissuto in casa come in parrocchia, al lavoro come al supermercato, per strada come in chiesa. Lo stesso naturalmente si deve dire al contrario e primariamente dell’essere sposo ed eventualmente padre.

Naturalmente questo comporta un’assunzione ancora più seria del processo di discernimento, che prepara a un vissuto del ministero in cui il ruolo della sposa è imprescindibile. Teologicamente questo esige un ripensamento del modo in cui viene intesa la vocazione, che siamo abituati a considerare una realtà non personale (la persona è sempre relazione), bensì individuale. Del tipo: “mio marito sente la vocazione al diaconato, io mi adeguo”; oppure, “se non ci fosse mia moglie, potrei essere diacono anch’io”. La vocazione è relazionale, e non può esistere una vocazione che contraddica una precedente vocazione.

Domandiamoci: abbiamo sviluppato nella Chiesa la capacità di accompagnare nel discernimento alla vocazione al matrimonio le coppie? Il nostro analogatum princeps per il discernimento vocazionale è la condizione del celibe o della nubile, perché comprendiamo la relazione con il Dio che chiama in una prospettiva di alternativa con altre relazioni assolutizzanti. Ma deve essere proprio così?

Proponiamo invece di considerare la vocazione al matrimonio come punto di riferimento per le altre, come ci insegnava don Ottorino, il quale chiedeva ai religiosi di avere come modello i propri genitori, nel loro rapporto di coppia, per imparare a vivere meglio le relazioni e ad essere così santi.

Anche il rapporto con Gesù di un celibe deve essere pensato alla stregua del rapporto tra i coniugi: ma questo significa che l’amore nuziale è il riferimento basilare per comprendere persino la realtà di Dio (peraltro, i testi biblici ce lo insegnano con una infinità di riferimenti di questo tipo – cf. per es., i profeti Osea ed Ezechiele, le nozze di Cana ecc.).

Contributo del matrimonio al diaconato

Il sacramento del matrimonio, infatti, è unità e fecondità. Se il ministero dell’ordine, a sua volta, è ministero di custodia dell’unità della Chiesa, della comunità, comprendiamo che dalla realtà e dall’esperienza nuziale il diacono può attingere elementi preziosi per realizzare il proprio compito di custode della comunione ecclesiale.

Egli lo farà a partire dall’accentuazione della dimensione del servizio (“custodi del servizio”, ha definito i diaconi papa Francesco) e della vicinanza ai poveri (come Gesù Servo), ma lo farà soprattutto a partire da una specifica modalità di lettura della presenza di Dio nella vita ordinaria e nelle vicende degli uomini che gli è consegnata dalla propria condizione di marito, padre e lavoratore. Una determinata maniera di guardare alla realtà che richiama l’esperienza familiare di Nazareth (30 anni della vita di Gesù!), vicina al sentire di Maria che la sposa aiuta a rendere presente anche nella sua esperienza affettiva e relazionale di donna.

Si pensi, per esempio, a come può essere diverso il modo di concepire i processi per affrontare i conflitti naturali nei rapporti tra un uomo abituato ogni giorno ad avere a che fare con la diversità dell’essere donna e con le tensioni “banali” del rapporto con i figli, rispetto a un uomo celibe, che magari vive anche da solo, e che comunque la sera chiude la porta della propria camera e non ha nessuno accanto (il grande tema dell’intimità!).

Va detto che questa propensione a custodire e ad alimentare l’unità nella diversità, a partire dalla vita ordinaria e non dai principi, il diacono ora dovrà viverla intensamente, oltre che in famiglia, innanzitutto nel rapporto con gli altri ministri ordinati, cioè con i preti e i diaconi con cui collabora. Certamente anche con il vescovo, ma senza dimenticare che la comunione si fa dentro i rapporti reali (questo insegna il matrimonio), e quindi con le persone concrete (il parroco, il cappellano, l’altro diacono…) con cui si è chiamati a guidare l’intera comunità.

L’osservazione si radica nel considerare seriamente il dato teologico dell’unità del sacramento dell’ordine nei suoi tre gradi, dato purtroppo spesso trascurato nella prassi. La logica è la stessa della famiglia: la comunione con i figli si fa meglio se c’è comunione fra i genitori; così nella Chiesa, la comunione tra e con i fedeli tutti è favorita dalla comunione tra i pastori. Logica, per altro, semplicemente umana, poiché in ogni gruppo umano la comunione tra i leaders è necessaria per un buon funzionamento del gruppo.

Contributo del diaconato al matrimonio

Il matrimonio, dono che cronologicamente precede quello del diaconato, ma anche affettivamente (e così deve essere: prima la moglie e i figli, poi la comunità cristiana, affinché questa non diventi una fuga da problemi interni alla famiglia) e – ci pare – pure teologicamente, sostiene quindi un “modo nuovo” di esercitare il ministero ordinato del diacono. Esercitandosi nell’unità nell’intimità e nella diversità, i diaconi sono aiutati ad essere costruttori di comunione anche all’esterno della famiglia.

È chiaro che il modo concreto in cui poi si organizza la vita della specifica coppia diaconale dipende da tantissimi elementi contingenti, e non si può definire a priori. Sarebbe assurdo pensare che si dovesse dare una percentuale di tempo indicata previamente al ministero pastorale (ma chi ha detto che la pastorale è solo quello che si fa in parrocchia?), alla famiglia e al lavoro. Si tratta, invece, di esercitare la difficile arte del dialogo.

In questo senso vedo anche il contributo specifico che il diaconato dà al matrimonio, e che ho visto esplicitato nell’esperienza di diverse coppie.

Fin dall’inizio del cammino, la prospettiva – che poi si realizza dall’ordinazione – che il marito diventi “una persona pubblica” nella e per la Chiesa aiuta (direi che obbliga, nella logica dell’obbedienza spirituale) a intensificare il cammino della comunione fra i due coniugi. Comporta un incremento di spazi di confronto, una nuova dimensione di incontro e di dialogo, un rinnovato sperimentarsi nella conoscenza reciproca. Il che è salutare per una coppia, che non smette mai di crescere, e che in certi passaggi della propria esistenza ha bisogno di elementi di novità per essere aiutata a non arenarsi nel “ormai so come è fatto\a”.

Crediamo nasca spontanea la percezione che questa opportunità necessita della saggezza di farsi accompagnare, perché può anche capitare, che di fronte allo stallo dell’esperienza di coppia, riemergano fatiche, aspirazioni personali sopite, frustrazioni più o meno antiche che cercano inconsciamente una compensazione in un ruolo e in un riconoscimento esterno, come può essere il diaconato (questo per lo sposo).

La sposa, dal canto suo, potrebbe vedere la novità del diaconato un modo per… liberarsi del marito (“se sta fuori casa, soprattutto ora che è pensionato, lui e contento e io sto più tranquilla”)!

Quindi, il primo dono che riceve una coppia di sposi dalla prospettiva del diaconato (non sempre assecondata dai processi formativi) è la consapevolezza e la concretizzazione di un cammino accompagnato e sostenuto da una guida (sono bellissime le esperienze di tutoraggio insite in tante proposte formative delle diocesi).

Un aiuto a crescere nell’unità tra gli sposi, dunque, visto che spesso “l’incomodo diaconato” permette di far venire a galla e di affrontare piccole tensioni mai espresse, trasformando il tutto in una nuova fecondità. E di fecondità nuova il matrimonio ne riceve tanta, se si pensa (come alcune coppie testimoniano) il modo in cui viene assunta la cura della porzione di popolo di Dio affidata al diacono necessariamente sostenuto dalla moglie. E succede lo stesso che con i figli: a seconda della situazione, del carattere, dell’età, delle altre figure educative, bisognerà discernere il modo di stare presenti.

A volte è bene che la sposa affianchi il diacono nelle sue esperienze pastorali, a volte è meglio che stia lontana, a volte è importante avere spazi comuni di servizio, a volte è opportuno invece essere più prudenti. Il tutto a partire da una maturazione ulteriore nell’intimità della coppia, che allarga la prospettiva della condivisione affettiva e spirituale alla cura delle persone affidate alla rispettiva attenzione pastorale.

Questo elemento ha una ricaduta essenziale sulla preghiera comune. A questo aspetto dedichiamo l’ultimo richiamo, per portarlo al centro dell’attenzione. La coppia diaconale prega insieme. Da questo punto di vista, non è sicuro che sempre sia opportuno insistere sulla liturgia delle ore come obbligo “clericale” per il diacono (ma questo non possiamo cambiarlo senza l’autorizzazione della Chiesa).

Crediamo che la preghiera del ministro ordinato sia però arricchita dal richiamo alla vita concreta che viene dallo stile familiare e dalla condivisione della stessa con la moglie. Non si può immaginare come funzioni bene una coppia di sposi, chiamata nell’ordinazione del marito a una presenza pubblica dentro la comunità ecclesiale, che non faccia della comune preghiera un perno su cui incentrare la propria esistenza. Ecco allora che un approfondimento del vissuto di orazione può essere considerato una grande opportunità che il diaconato dello sposo favorisce, ma anche una cartina di tornasole per un discernimento vocazionale della coppia.

Originale: Settimana News
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Matrimonio e diaconato

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Per affrontare il tema del rapporto tra i sacramenti del matrimonio e dell’ordine nell’esperienza degli sposati diaconi, dobbiamo tener conto dell’attuale situazione della riflessione teologica nel contesto della Chiesa cattolica.

Non abbiamo qui la pretesa di essere esaustivi, né consideriamo che gli aspetti che metteremo in luce siano validi in ogni realtà ecclesiale del pianeta.

Nodi teologici non risolti

Tuttavia, ci pare di poter individuare alcuni nodi che, come delle grandi questioni da affrontare, rimangono in generale irrisolti nel dialogo fra la riflessione e la prassi in gran parte delle Chiese locali del mondo. Ve ne sono certamente altri, ma questi ci sembrano particolarmente significativi per il nostro discorso. Ne evidenziamo tre.

  1. La teologia del ministero ordinato, ancora molto centrata su una visione sacerdotale del sacramento, quindi partendo dalla concezione dei poteri concessi all’ordinato. Una visione “dall’alto al basso”, cultuale, e soprattutto che favorisce la comprensione di una separazione tra il “sacro” e il “profano”.
  2. La comprensione diffusa nell’immaginario ecclesiale dell’identificazione tra sacerdozio e celibato, poiché la sessualità viene più o meno inconsciamente compresa come una realtà “profana”, non adatta al ministro del “sacro”, quindi al culto e alla mediazione tra Dio e l’uomo. Si tratta, oltre che di un problema antropologico e pastorale, anche di una questione teologica perché si fonda su una comprensione errata dell’immagine di Dio (il Dio di Gesù Cristo non separa, ma unisce; Gesù Cristo è l’unico mediatore, il sommo sacerdote; il sacerdozio di Cristo è la sua offerta della vita e non un atto di sacrificio di culto) e perché non riesce a giustificare delle realtà già presenti nella Chiesa di oriente, sia cattolica che ortodossa (i “preti sposati”).
  3. L’approfondimento del sacramento del matrimonio nella sua identità teologica profonda. La comprensione del matrimonio come finalizzato all’unione tra gli sposi e alla fecondità e, inoltre, l’assunzione della dimensione ministeriale dei coniugi in relazione alla famiglia, alla Chiesa e alla società sono ancora deboli (c’è ancora chi pensa che il ministro del sacramento del matrimonio sia il presbitero o il diacono che benedice le nozze: i ministri sono invece gli sposi!).
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Di fronte a questi nodi teologici irrisolti, il diaconato costituisce un forte elemento di rottura. Non è un caso che, nel dibattito conciliare, ci siano state forti resistenze al ripristino del diaconato permanente legate alla prospettiva che degli uomini sposati accedessero al ministero ordinato (con la paura che tale concessione fosse solo l’anticamera dell’ammissione di sposati al ministero sacerdotale nella Chiesa cattolica latina).

Vino nuovo in otri nuovi

In una comprensione teologica tuttora ancorata nelle visioni sopra accennate (alle quali corrisponde una precisa comprensione del modo di concepire e di essere Chiesa, assai piramidale, clericale e sacrale) non c’è posto per gli sposati diaconi né tanto meno per il diaconato (da una teologia che si muove dalla prospettiva dei “poteri” concessi all’ordinato, sgorgano le consuete obiezioni sul ministero diaconale che in sé non ha nessun potere in più rispetto a un laico).

Ma, in una concezione teologica nuova del ministero ordinato, si possono comprendere meglio le enormi risorse racchiuse nell’esperienza di una “doppia sacramentalità” insita nel mistero degli sposati diaconi. Sarebbe necessario richiamare il fondamento battesimale e le notevoli implicazioni ecclesiologiche insite in questa prospettiva, ma qui non abbiamo spazio. È sufficiente dare un’indicazione di prospettiva nuova.

Accenniamo brevissimamente alla proposta teologica sistematica. Il cuore della riflessione nasce dalla riscoperta del senso originario del ministero dell’ordine, il quale esiste per volontà divina con due finalità (ben descritte in vari passi del Nuovo Testamento):

– custodire l’apostolicità del messaggio evangelico (garantire cioè che quello che la Chiesa e ogni battezzato annunciano, vivono, testimoniano è fedele all’insegnamento originale degli apostoli, cioè al kerigma);
– custodire l’unità della Chiesa, favorendo la crescita della comunione nella comunità cristiana (in tutti i suoi membri, ognuno con i propri doni e carismi, vocazioni e missioni, ruoli e competenze).

A partire da questa prospettiva, e ricordando d’altro canto che il ministero degli sposi è intimamente radicato nell’unione fra i coniugi e nell’apertura alla vita per una fecondità della Chiesa, ci pare di poter suggerire queste piste di approfondimento per comprendere che cosa rende il diaconato degli sposati una straordinaria opportunità e un grande contributo al rinnovamento della Chiesa tutta.

Proposte per una prospettiva diversa

In primo luogo, la questione fondamentale è quella di non comprendere la condizione dell’ordinato diacono come quella di uno “scisso in casa propria”. In altre parole, il diaconato come vocazione e grazia viene ricevuto da un uomo che è già sposato e rimane tale, non solo come condizione sociologica, ma come realtà teologica. Quindi è pericoloso partire da una comprensione che divide le due realtà, che le affianca in maniera giustapposta, addirittura che le contrappone fra loro.

Se vi è questa implicita comprensione di fondo (alimentata appunto da concezioni errate della realtà, quasi a dire che il ministero ordinato riguarda le cose di Dio e il sacro, mentre il matrimonio ha a che vedere con cose profane, necessarie ma possibilmente da evitare – la sessualità, i soldi ecc.), naturalmente sarà vissuto come un problema e addirittura come una questione cruciale la necessaria ricerca di equilibrio tra i tempi “dedicati al ministero” e i tempi “dedicati alla famiglia” (il terzo incomodo sarebbe il lavoro, ma non mi dilungo su di esso… si può intuire che anch’esso rientrerebbe, per me, in una nuova visione di unità).

Se, invece, si parte dalla comprensione dell’unità profonda esistente fra le due realtà, legata al fatto di essere vissute dalla stessa persona, nel contesto delle proprie relazioni, allora la dimensione del diaconato diventerà un ulteriore dono e una nuova opportunità a partire dal modo di comprendersi e di vivere la propria vita matrimoniale e familiare. Si è diaconi sempre, e quindi anche in camera da letto e in cucina!

Il fulcro su cui probabilmente va concentrata l’attenzione è il modo in cui si vivono le relazioni, partendo da una riscoperta della persona come “essere in relazione”, e non come “monade” che poi si mette in relazione con chi gli capita di incontrare. Il sacramento del diaconato va vissuto in casa come in parrocchia, al lavoro come al supermercato, per strada come in chiesa. Lo stesso naturalmente si deve dire al contrario e primariamente dell’essere sposo ed eventualmente padre.

Naturalmente questo comporta un’assunzione ancora più seria del processo di discernimento, che prepara a un vissuto del ministero in cui il ruolo della sposa è imprescindibile. Teologicamente questo esige un ripensamento del modo in cui viene intesa la vocazione, che siamo abituati a considerare una realtà non personale (la persona è sempre relazione), bensì individuale. Del tipo: “mio marito sente la vocazione al diaconato, io mi adeguo”; oppure, “se non ci fosse mia moglie, potrei essere diacono anch’io”. La vocazione è relazionale, e non può esistere una vocazione che contraddica una precedente vocazione.

Domandiamoci: abbiamo sviluppato nella Chiesa la capacità di accompagnare nel discernimento alla vocazione al matrimonio le coppie? Il nostro analogatum princeps per il discernimento vocazionale è la condizione del celibe o della nubile, perché comprendiamo la relazione con il Dio che chiama in una prospettiva di alternativa con altre relazioni assolutizzanti. Ma deve essere proprio così?

Proponiamo invece di considerare la vocazione al matrimonio come punto di riferimento per le altre, come ci insegnava don Ottorino, il quale chiedeva ai religiosi di avere come modello i propri genitori, nel loro rapporto di coppia, per imparare a vivere meglio le relazioni e ad essere così santi.

Anche il rapporto con Gesù di un celibe deve essere pensato alla stregua del rapporto tra i coniugi: ma questo significa che l’amore nuziale è il riferimento basilare per comprendere persino la realtà di Dio (peraltro, i testi biblici ce lo insegnano con una infinità di riferimenti di questo tipo – cf. per es., i profeti Osea ed Ezechiele, le nozze di Cana ecc.).

Contributo del matrimonio al diaconato

Il sacramento del matrimonio, infatti, è unità e fecondità. Se il ministero dell’ordine, a sua volta, è ministero di custodia dell’unità della Chiesa, della comunità, comprendiamo che dalla realtà e dall’esperienza nuziale il diacono può attingere elementi preziosi per realizzare il proprio compito di custode della comunione ecclesiale.

Egli lo farà a partire dall’accentuazione della dimensione del servizio (“custodi del servizio”, ha definito i diaconi papa Francesco) e della vicinanza ai poveri (come Gesù Servo), ma lo farà soprattutto a partire da una specifica modalità di lettura della presenza di Dio nella vita ordinaria e nelle vicende degli uomini che gli è consegnata dalla propria condizione di marito, padre e lavoratore. Una determinata maniera di guardare alla realtà che richiama l’esperienza familiare di Nazareth (30 anni della vita di Gesù!), vicina al sentire di Maria che la sposa aiuta a rendere presente anche nella sua esperienza affettiva e relazionale di donna.

Si pensi, per esempio, a come può essere diverso il modo di concepire i processi per affrontare i conflitti naturali nei rapporti tra un uomo abituato ogni giorno ad avere a che fare con la diversità dell’essere donna e con le tensioni “banali” del rapporto con i figli, rispetto a un uomo celibe, che magari vive anche da solo, e che comunque la sera chiude la porta della propria camera e non ha nessuno accanto (il grande tema dell’intimità!).

Va detto che questa propensione a custodire e ad alimentare l’unità nella diversità, a partire dalla vita ordinaria e non dai principi, il diacono ora dovrà viverla intensamente, oltre che in famiglia, innanzitutto nel rapporto con gli altri ministri ordinati, cioè con i preti e i diaconi con cui collabora. Certamente anche con il vescovo, ma senza dimenticare che la comunione si fa dentro i rapporti reali (questo insegna il matrimonio), e quindi con le persone concrete (il parroco, il cappellano, l’altro diacono…) con cui si è chiamati a guidare l’intera comunità.

L’osservazione si radica nel considerare seriamente il dato teologico dell’unità del sacramento dell’ordine nei suoi tre gradi, dato purtroppo spesso trascurato nella prassi. La logica è la stessa della famiglia: la comunione con i figli si fa meglio se c’è comunione fra i genitori; così nella Chiesa, la comunione tra e con i fedeli tutti è favorita dalla comunione tra i pastori. Logica, per altro, semplicemente umana, poiché in ogni gruppo umano la comunione tra i leaders è necessaria per un buon funzionamento del gruppo.

Contributo del diaconato al matrimonio

Il matrimonio, dono che cronologicamente precede quello del diaconato, ma anche affettivamente (e così deve essere: prima la moglie e i figli, poi la comunità cristiana, affinché questa non diventi una fuga da problemi interni alla famiglia) e – ci pare – pure teologicamente, sostiene quindi un “modo nuovo” di esercitare il ministero ordinato del diacono. Esercitandosi nell’unità nell’intimità e nella diversità, i diaconi sono aiutati ad essere costruttori di comunione anche all’esterno della famiglia.

È chiaro che il modo concreto in cui poi si organizza la vita della specifica coppia diaconale dipende da tantissimi elementi contingenti, e non si può definire a priori. Sarebbe assurdo pensare che si dovesse dare una percentuale di tempo indicata previamente al ministero pastorale (ma chi ha detto che la pastorale è solo quello che si fa in parrocchia?), alla famiglia e al lavoro. Si tratta, invece, di esercitare la difficile arte del dialogo.

In questo senso vedo anche il contributo specifico che il diaconato dà al matrimonio, e che ho visto esplicitato nell’esperienza di diverse coppie.

Fin dall’inizio del cammino, la prospettiva – che poi si realizza dall’ordinazione – che il marito diventi “una persona pubblica” nella e per la Chiesa aiuta (direi che obbliga, nella logica dell’obbedienza spirituale) a intensificare il cammino della comunione fra i due coniugi. Comporta un incremento di spazi di confronto, una nuova dimensione di incontro e di dialogo, un rinnovato sperimentarsi nella conoscenza reciproca. Il che è salutare per una coppia, che non smette mai di crescere, e che in certi passaggi della propria esistenza ha bisogno di elementi di novità per essere aiutata a non arenarsi nel “ormai so come è fatto\a”.

Crediamo nasca spontanea la percezione che questa opportunità necessita della saggezza di farsi accompagnare, perché può anche capitare, che di fronte allo stallo dell’esperienza di coppia, riemergano fatiche, aspirazioni personali sopite, frustrazioni più o meno antiche che cercano inconsciamente una compensazione in un ruolo e in un riconoscimento esterno, come può essere il diaconato (questo per lo sposo).

La sposa, dal canto suo, potrebbe vedere la novità del diaconato un modo per… liberarsi del marito (“se sta fuori casa, soprattutto ora che è pensionato, lui e contento e io sto più tranquilla”)!

Quindi, il primo dono che riceve una coppia di sposi dalla prospettiva del diaconato (non sempre assecondata dai processi formativi) è la consapevolezza e la concretizzazione di un cammino accompagnato e sostenuto da una guida (sono bellissime le esperienze di tutoraggio insite in tante proposte formative delle diocesi).

Un aiuto a crescere nell’unità tra gli sposi, dunque, visto che spesso “l’incomodo diaconato” permette di far venire a galla e di affrontare piccole tensioni mai espresse, trasformando il tutto in una nuova fecondità. E di fecondità nuova il matrimonio ne riceve tanta, se si pensa (come alcune coppie testimoniano) il modo in cui viene assunta la cura della porzione di popolo di Dio affidata al diacono necessariamente sostenuto dalla moglie. E succede lo stesso che con i figli: a seconda della situazione, del carattere, dell’età, delle altre figure educative, bisognerà discernere il modo di stare presenti.

A volte è bene che la sposa affianchi il diacono nelle sue esperienze pastorali, a volte è meglio che stia lontana, a volte è importante avere spazi comuni di servizio, a volte è opportuno invece essere più prudenti. Il tutto a partire da una maturazione ulteriore nell’intimità della coppia, che allarga la prospettiva della condivisione affettiva e spirituale alla cura delle persone affidate alla rispettiva attenzione pastorale.

Questo elemento ha una ricaduta essenziale sulla preghiera comune. A questo aspetto dedichiamo l’ultimo richiamo, per portarlo al centro dell’attenzione. La coppia diaconale prega insieme. Da questo punto di vista, non è sicuro che sempre sia opportuno insistere sulla liturgia delle ore come obbligo “clericale” per il diacono (ma questo non possiamo cambiarlo senza l’autorizzazione della Chiesa).

Crediamo che la preghiera del ministro ordinato sia però arricchita dal richiamo alla vita concreta che viene dallo stile familiare e dalla condivisione della stessa con la moglie. Non si può immaginare come funzioni bene una coppia di sposi, chiamata nell’ordinazione del marito a una presenza pubblica dentro la comunità ecclesiale, che non faccia della comune preghiera un perno su cui incentrare la propria esistenza. Ecco allora che un approfondimento del vissuto di orazione può essere considerato una grande opportunità che il diaconato dello sposo favorisce, ma anche una cartina di tornasole per un discernimento vocazionale della coppia.

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