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Matrimoni forzati: reato anche in Italia?

Diffusione del fenomeno

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di: Andrea Lebra
 

1. Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

2. La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile.

3. La pena è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto.

4. La pena è da due a sette anni di reclusione se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni quattordici.

5. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.

È quanto prevede l’articolo 7, rubricato “Introduzione dell’articolo 558-bis del codice penale in materia di costrizione o induzione al matrimonio”, del disegno di legge n. S 1200 recante “Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere”, approvato dalla Camera lo scorso 3 aprile e attualmente in discussione al Senato.[1]

Il nuovo reato mira a tutelare le vittime dei cosiddetti matrimoni forzati.[2]

Si tratta di una piaga che – come si legge nel documento UNICEF Data, Child marriage, 2018[3] – affligge in modo particolare alcune regioni del mondo in via di sviluppo, specialmente Africa e Asia, ma è riscontrabile sempre più spesso anche nelle odierne società multiculturali e multietniche, sia nei Paesi europei, sia in quelli extraeuropei.

Come ha affermato la giurisprudenza di legittimità, la costrizione ad un matrimonio non voluto costituisce violazione della dignità[4] e, dunque, trattamento degradante che integra un danno grave alla persona.[5]

Il Considerando n. 17 della Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012,[6] che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, include i matrimoni forzati tra le varie forme di violenza di genere.

Il fenomeno dei matrimoni forzati

Prima di esaminare la nuova proposta di legge è utile inquadrare e descrivere il fenomeno che essa intende reprimere e che non sembra essere portato adeguatamente all’attenzione della pubblica opinione, sollecitata soltanto da eclatanti casi di cronaca. Come quello di Memoona Safdar, la giovane pakistana che ha accusato la famiglia di averla trattenuta contro la sua volontà nel Paese d’origine dopo averle sottratto i documenti.

La storia di Memoona era diventata un caso dopo il suo drammatico appello lanciato con una lettera indirizzata alla sua vecchia scuola, l’Istituto “Majorana” di Cesano Maderno, in provincia di Monza. Per riportare in Italia la ragazza 23enne si era mobilitato, nel settembre 2018, anche il Governo italiano.

Oppure ancora, come il caso della ventenne Hina Saleem, uccisa dal padre a Brescia nel 2006, per aver rifiutato lo sposo imposto dalla famiglia, o della diciottenne di origine marocchina sgozzata, perché voleva bene ad un ragazzo italiano, nel 2009, dal padre in un bosco a Pordenone.

Ha contribuito a richiamare l’attenzione dei media sui matrimoni forzati anche la vicenda di Nojoud Ali, costretta a sposarsi a nove anni con un partner trentenne, raccontata nel libro autobiografico Moi Nojoud, 10 ans, divorcée (Io, Nojoud, dieci anni, divorziata, Edizioni Piemme, 2009).

Con il sintagma matrimonio forzato (dall’inglese forced marriage) si definisce un matrimonio rispetto al quale il consenso manifestato da almeno una delle due parti non è in realtà libero e pieno ed è estorto tramite violenze, minacce o altre forme di coercizione. Con il termine “matrimonio” ci si deve riferire a qualsiasi unione, o anche solo convivenza more uxorio, che sia considerata tale nella comunità di riferimento, e non soltanto al matrimonio avente effetti civili in uno specifico ordinamento.

Il matrimonio forzato si distingue dal matrimonio combinato. In quest’ultimo, nonostante le famiglie dei nubendi assumano un ruolo decisivo nell’organizzazione e finanche nella scelta del partner, la decisione finale spetta comunque ai due sposi, che restano liberi di esprimere o meno il proprio consenso. Il confine tra le due forme, però, può risultare talvolta molto sottile.

Le possibili modalità di coercizione di un matrimonio forzato si concretizzano in una vasta gamma di minacce e violenze, non soltanto fisiche, bensì nella maggior parte dei casi psicologiche. E queste ultime sono costituite spesso da pressioni molto sottili, fondate per esempio sull’autorità genitoriale, su ricatti economici o affettivi, o sulla colpevolizzazione della vittima, in un susseguirsi di azioni che, di fatto, le impedisce anche solo di concepire un’alternativa rispetto a quella di accettare il matrimonio.

Il matrimonio forzato si distingue anche dal matrimonio precoce (o infantile, dall’inglese child marriage). Normalmente le due fattispecie sono accostate, ma in realtà presentano caratteristiche diverse. Il matrimonio forzato riguarda la situazione in cui una persona è costretta o indotta contro la propria volontà a contrarre un vincolo avente carattere matrimoniale. Il matrimonio precoce riguarda, invece, la situazione in cui viene contratto un vincolo avente carattere matrimoniale in cui almeno uno dei due contraenti non ha raggiunto l’età considerata necessaria per esprimere il consenso matrimoniale.[7]

Elementi che caratterizzano il matrimonio forzato

Tre sono gli elementi principali che caratterizzano i matrimoni forzati: la coercizione; l’ambiente familiare; la transnazionalità.

La coercizione può essere di natura fisica. Ma non meno gravi sono le forme di coercizione psicologica (controllo del comportamento, dei movimenti, delle frequentazioni), economica (interruzione di aiuti e sostentamenti familiari, confisca di denaro personale), emotiva (interruzione degli studi) o affettiva (colpevolizzazione e ostracismo sociale).

La coercizione viene quasi sempre esercitata, in ambito familiare, da parte di genitori e parenti della vittima, generando quello che la letteratura francofona definisce conflit de loyauté (“conflitto di lealtà”): un sentimento di lealtà verso la propria famiglia, conflittuale con i suoi stessi interessi, in cui la persona si sente imbrigliata, non riuscendo ad intraprendere azioni di “autotutela” per il timore di cagionarle problemi.

La transnazionalità è data dal fatto che la maggior parte dei matrimoni forzati ha luogo all’estero, a seguito del trasferimento o del trattenimento della vittima nel suo Paese d’origine (ivi condotta sotto costrizione, o semplicemente con la scusa di una vacanza o di fare visita ai familiari). Questo aspetto rende difficile la repressione del fenomeno attraverso la normativa vigente, anche in virtù del principio di territorialità del diritto penale.

Diffusione del fenomeno

Il fenomeno dei matrimoni precoci e forzati in Italia è oggi in larghissima parte sommerso. Non vi sono rilevazioni statistiche in grado di quantificarlo, nonostante l’articolo 11 della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica[8] raccomandi alle Parti di raccogliere a intervalli regolari dati statistici disaggregati riferiti anche ai matrimoni forzati.

L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha cercato di contare i casi accertati, quelli nei quali c’è stata una denuncia e la relativa messa in sicurezza della vittima: sarebbero non meno di 150 ogni anno.

Un’associazione operante nel settore (associazione Trama di Terre di Imola[9]) ha calcolato che nel nostro Paese i casi di spose bambine sono circa duemila ogni anno. Si tratterebbe di ragazzine che nascono e vivono nelle nostre città ma, già a partire dai cinque anni, si ritrovano oggetto di veri e propri contratti: vengono cedute come spose dalle loro famiglie che, in cambio, ottengono soldi. Nella maggior parte dei casi si tratterebbe del mantenimento a vita delle proprie figlie, come una sorte di dote al contrario, versata dai futuri mariti ai loro genitori.

I matrimoni forzati sembrano avere una dinamica accertata. In Italia viene stretto l’accordo: i genitori della bimba la promettono in sposa a un uomo molto più grande in cambio di denaro e del mantenimento della ragazzina. Le nozze avvengono però nei Paesi d’origine (Pakistan, India, Bangladesh, Albania o Turchia), perché nel nostro ordinamento i matrimoni con minori sono vietati, come previsto dall’articolo 84 del codice civile, fatto salvo il caso in cui il minore abbia compiuto i sedici anni e sia autorizzato dal tribunale per i minorenni a contrarre matrimonio per comprovati gravi motivi. Le spose bambine d’Italia provengono soprattutto dalle comunità musulmane di India, Pakistan, Bangladesh, ma anche Albania e Turchia, e devono sottostare alla legge islamica secondo la quale una bambina raggiunge la maggiore età già a nove anni.

Quando si parla di matrimoni forzati in Italia di solito si fa riferimento a bambine costrette a sposare uomini grandi, ma non bisogna dimenticare che molto spesso avviene il contrario. Infatti, questi fenomeni coinvolgono anche bimbi maschi promessi a donne adulte.

Quadro normativo internazionale ed europeo

Sono numerosi gli atti adottati a livello internazionale ed europeo (sia in seno al Consiglio d’Europa che in ambito UE) per il contrasto del fenomeno dei matrimoni forzati e precoci.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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1. Chiunque, con violenza o minaccia, costringe una persona a contrarre matrimonio o unione civile è punito con la reclusione da uno a cinque anni.

2. La stessa pena si applica a chiunque, approfittando delle condizioni di vulnerabilità o di inferiorità psichica o di necessità di una persona, con abuso delle relazioni familiari, domestiche, lavorative o dell’autorità derivante dall’affidamento della persona per ragioni di cura, istruzione o educazione, vigilanza o custodia, la induce a contrarre matrimonio o unione civile.

3. La pena è aumentata se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni diciotto.

4. La pena è da due a sette anni di reclusione se i fatti sono commessi in danno di un minore di anni quattordici.

5. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando il fatto è commesso all’estero da cittadino italiano o da straniero residente in Italia ovvero in danno di cittadino italiano o di straniero residente in Italia.

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Il nuovo reato mira a tutelare le vittime dei cosiddetti matrimoni forzati.[2]

Si tratta di una piaga che – come si legge nel documento UNICEF Data, Child marriage, 2018[3] – affligge in modo particolare alcune regioni del mondo in via di sviluppo, specialmente Africa e Asia, ma è riscontrabile sempre più spesso anche nelle odierne società multiculturali e multietniche, sia nei Paesi europei, sia in quelli extraeuropei.

Come ha affermato la giurisprudenza di legittimità, la costrizione ad un matrimonio non voluto costituisce violazione della dignità[4] e, dunque, trattamento degradante che integra un danno grave alla persona.[5]

Il Considerando n. 17 della Direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2012,[6] che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, include i matrimoni forzati tra le varie forme di violenza di genere.

Il fenomeno dei matrimoni forzati

Prima di esaminare la nuova proposta di legge è utile inquadrare e descrivere il fenomeno che essa intende reprimere e che non sembra essere portato adeguatamente all’attenzione della pubblica opinione, sollecitata soltanto da eclatanti casi di cronaca. Come quello di Memoona Safdar, la giovane pakistana che ha accusato la famiglia di averla trattenuta contro la sua volontà nel Paese d’origine dopo averle sottratto i documenti.

La storia di Memoona era diventata un caso dopo il suo drammatico appello lanciato con una lettera indirizzata alla sua vecchia scuola, l’Istituto “Majorana” di Cesano Maderno, in provincia di Monza. Per riportare in Italia la ragazza 23enne si era mobilitato, nel settembre 2018, anche il Governo italiano.

Oppure ancora, come il caso della ventenne Hina Saleem, uccisa dal padre a Brescia nel 2006, per aver rifiutato lo sposo imposto dalla famiglia, o della diciottenne di origine marocchina sgozzata, perché voleva bene ad un ragazzo italiano, nel 2009, dal padre in un bosco a Pordenone.

Ha contribuito a richiamare l’attenzione dei media sui matrimoni forzati anche la vicenda di Nojoud Ali, costretta a sposarsi a nove anni con un partner trentenne, raccontata nel libro autobiografico Moi Nojoud, 10 ans, divorcée (Io, Nojoud, dieci anni, divorziata, Edizioni Piemme, 2009).

Con il sintagma matrimonio forzato (dall’inglese forced marriage) si definisce un matrimonio rispetto al quale il consenso manifestato da almeno una delle due parti non è in realtà libero e pieno ed è estorto tramite violenze, minacce o altre forme di coercizione. Con il termine “matrimonio” ci si deve riferire a qualsiasi unione, o anche solo convivenza more uxorio, che sia considerata tale nella comunità di riferimento, e non soltanto al matrimonio avente effetti civili in uno specifico ordinamento.

Il matrimonio forzato si distingue dal matrimonio combinato. In quest’ultimo, nonostante le famiglie dei nubendi assumano un ruolo decisivo nell’organizzazione e finanche nella scelta del partner, la decisione finale spetta comunque ai due sposi, che restano liberi di esprimere o meno il proprio consenso. Il confine tra le due forme, però, può risultare talvolta molto sottile.

Le possibili modalità di coercizione di un matrimonio forzato si concretizzano in una vasta gamma di minacce e violenze, non soltanto fisiche, bensì nella maggior parte dei casi psicologiche. E queste ultime sono costituite spesso da pressioni molto sottili, fondate per esempio sull’autorità genitoriale, su ricatti economici o affettivi, o sulla colpevolizzazione della vittima, in un susseguirsi di azioni che, di fatto, le impedisce anche solo di concepire un’alternativa rispetto a quella di accettare il matrimonio.

Il matrimonio forzato si distingue anche dal matrimonio precoce (o infantile, dall’inglese child marriage). Normalmente le due fattispecie sono accostate, ma in realtà presentano caratteristiche diverse. Il matrimonio forzato riguarda la situazione in cui una persona è costretta o indotta contro la propria volontà a contrarre un vincolo avente carattere matrimoniale. Il matrimonio precoce riguarda, invece, la situazione in cui viene contratto un vincolo avente carattere matrimoniale in cui almeno uno dei due contraenti non ha raggiunto l’età considerata necessaria per esprimere il consenso matrimoniale.[7]

Elementi che caratterizzano il matrimonio forzato

Tre sono gli elementi principali che caratterizzano i matrimoni forzati: la coercizione; l’ambiente familiare; la transnazionalità.

La coercizione può essere di natura fisica. Ma non meno gravi sono le forme di coercizione psicologica (controllo del comportamento, dei movimenti, delle frequentazioni), economica (interruzione di aiuti e sostentamenti familiari, confisca di denaro personale), emotiva (interruzione degli studi) o affettiva (colpevolizzazione e ostracismo sociale).

La coercizione viene quasi sempre esercitata, in ambito familiare, da parte di genitori e parenti della vittima, generando quello che la letteratura francofona definisce conflit de loyauté (“conflitto di lealtà”): un sentimento di lealtà verso la propria famiglia, conflittuale con i suoi stessi interessi, in cui la persona si sente imbrigliata, non riuscendo ad intraprendere azioni di “autotutela” per il timore di cagionarle problemi.

La transnazionalità è data dal fatto che la maggior parte dei matrimoni forzati ha luogo all’estero, a seguito del trasferimento o del trattenimento della vittima nel suo Paese d’origine (ivi condotta sotto costrizione, o semplicemente con la scusa di una vacanza o di fare visita ai familiari). Questo aspetto rende difficile la repressione del fenomeno attraverso la normativa vigente, anche in virtù del principio di territorialità del diritto penale.

Diffusione del fenomeno

Il fenomeno dei matrimoni precoci e forzati in Italia è oggi in larghissima parte sommerso. Non vi sono rilevazioni statistiche in grado di quantificarlo, nonostante l’articolo 11 della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica[8] raccomandi alle Parti di raccogliere a intervalli regolari dati statistici disaggregati riferiti anche ai matrimoni forzati.

L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ha cercato di contare i casi accertati, quelli nei quali c’è stata una denuncia e la relativa messa in sicurezza della vittima: sarebbero non meno di 150 ogni anno.

Un’associazione operante nel settore (associazione Trama di Terre di Imola[9]) ha calcolato che nel nostro Paese i casi di spose bambine sono circa duemila ogni anno. Si tratterebbe di ragazzine che nascono e vivono nelle nostre città ma, già a partire dai cinque anni, si ritrovano oggetto di veri e propri contratti: vengono cedute come spose dalle loro famiglie che, in cambio, ottengono soldi. Nella maggior parte dei casi si tratterebbe del mantenimento a vita delle proprie figlie, come una sorte di dote al contrario, versata dai futuri mariti ai loro genitori.

I matrimoni forzati sembrano avere una dinamica accertata. In Italia viene stretto l’accordo: i genitori della bimba la promettono in sposa a un uomo molto più grande in cambio di denaro e del mantenimento della ragazzina. Le nozze avvengono però nei Paesi d’origine (Pakistan, India, Bangladesh, Albania o Turchia), perché nel nostro ordinamento i matrimoni con minori sono vietati, come previsto dall’articolo 84 del codice civile, fatto salvo il caso in cui il minore abbia compiuto i sedici anni e sia autorizzato dal tribunale per i minorenni a contrarre matrimonio per comprovati gravi motivi. Le spose bambine d’Italia provengono soprattutto dalle comunità musulmane di India, Pakistan, Bangladesh, ma anche Albania e Turchia, e devono sottostare alla legge islamica secondo la quale una bambina raggiunge la maggiore età già a nove anni.

Quando si parla di matrimoni forzati in Italia di solito si fa riferimento a bambine costrette a sposare uomini grandi, ma non bisogna dimenticare che molto spesso avviene il contrario. Infatti, questi fenomeni coinvolgono anche bimbi maschi promessi a donne adulte.

Quadro normativo internazionale ed europeo

Sono numerosi gli atti adottati a livello internazionale ed europeo (sia in seno al Consiglio d’Europa che in ambito UE) per il contrasto del fenomeno dei matrimoni forzati e precoci.

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