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Mancanza, desiderio e felicità sono conciliabili?

Il nuovo libro di Sophia Kuby

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Se l’uomo è, come sembra, tutto pieno di desideri inappagati, la felicità è possibile su questa terra? Desiderî carnali, desiderio di trovare l’anima gemella, desiderio di Dio, desiderio di eternità… qual è il punto in comune fra tutti questi desiderî umani? Che fare di tutti questi desiderî, che talvolta portano scompiglio nel nostro cuore?

Sophia Kuby, filosofa per formazione, direttrice dell’ufficio Europa per ADF International, una ONG che offre una prospettiva cristiana su grandi questioni di società presso istituzioni internazionali, affida a un saggio pubblicato il 19 giugno per le edizioni dell’Emmanuel. È una visione al contempo spirituale e incarnata. Il libro si chiama “Il comblera tes désirs” [Egli appagherà i tuoi desiderîN.d.T.]. L’abbiamo intervistata per voi.

Mathilde de Robien: Potrebbe raccontarci la genesi di questo libro?

Sophia Kuby: Da principio non si trattava di una mia idea. Non avevo messo in conto di scrivere questo libro, ma dopo una conferenza sul tema della fecondità, l’estate scorsa, mi hanno proposto di scrivere. Sì, perché le reazioni a quella conferenza erano state numerose e forti: parlare di desiderio tocca un punto che per alcuni può generare vere sofferenze. Parecchi cristiani non sembrano essere riconciliati con i loro desiderî profondi, sia per paura di accusare il colpo della loro mancanza sia perché alcuni di quei desiderî ci portano a peccare. Toccare l’argomento ha permesso di dare qualche pista per poter gestire tutto lo scompiglio che c’è talvolta nel nostro cuore, e i partecipanti l’hanno vissuta come una liberazione. Ciò mi ha permesso di verbalizzare quanto pensavo da tanto tempo a proposito del sentimento di vacuità, del desiderio e della felicità. Non è solo una riflessione filosofica: è una cosa sgorgata dal mio vissuto.

M. d.R.: Lei parla di un’esperienza personale con la quale Dio le si è fatto presente al cuore dei suoi desiderî. Può dirci qualcosa di più su questa esperienza personale?

S. K.: La mia esperienza principale è la conversione che ho avuto la grazia di vivere, all’età di 18 anni, attraverso l’Eucaristia. Dio ha fatto irruzione nella mia vita ex abrupto, io – quanto a me – non ero neppure battezzata. Però sentivo chiaramente una mancanza, nella mia vita. Le amicizie che vivevo erano belle ma non bastavano. Avevo l’intuizione che ci fosse di più, ma non sapevo dargli un nome. Credo che il fatto di non aver soffocato in me questo desiderio di assoluto abbia permesso l’incontro con Cristo. Ho sentito fisicamente l’amore sconvolgente di Dio per me. E conserverò per tutta la mia vita una profonda gratitudine per l’aver trovato in Dio la risposta ultima alla mia ricerca di felicità e di senso.

M. d.R.: Il fatto di desiderare ardentemente qualcosa, come ad esempio volersi sposare, e quindi avvertire uno stato di mancanza, non è un ostacolo alla felicità?

S. K.: No. La mancanza e la felicità possono coesistere, a condizione che si lasci entrare Dio nel cuore di ciò che manca. Non si tratta di accontentarsi del desiderio o di confinarlo in un cantuccio. Ad ogni modo, esso continuerà a farci sentire la mancanza che gli sta sempre legata. Ci sono due tentazioni: o lo si soffoca o lo so colma in diverse maniere, offerte dalla nostra società iperconsumistica. Per contro, accettare la mancanza come parte integrante della vita significa già essere autentici con sé stessi, con Dio e con gli altri. E sopportare la mancanza offrendola a Dio, riconoscere la tensione tra la nostra sete di felicità e la realtà della nostra vita, permette al Signore di intervenire – a modo suo – nella nostra vita. Egli viene a colmarci, anche se talvolta da una via diversa da quella che avevamo immaginato. Posso sinceramente testimoniare che al cuore della mancanza può spiegare le sue ali un’autentica gioia di vivere.

M. d.R.: Alcuni desiderî possono condurre al peccato, e alcuni desiderî sono già, in sé stessi, peccato – ad esempio “non desiderare la donna d’altri”. Eppure lei non incoraggia a soffocare questi desiderî, bensì a riorientarli. Che cosa intende per “riorientare”?

S. K.: Sì, i desiderî non ci guidano automaticamente verso il bene. Il riflesso del cristiano è sovente quello di tagliare col desiderio, di controllarlo, proprio perché ha paura che ci conduca al peccato. Ma è una “soluzione” che lascia il tempo che trova: uccide poco a poco la nostra vita e la nostra libertà interiore. Il cammino proposto da Dio e dalla Chiesa sta anzitutto nel ricercare quel che è all’origine del desiderio, ad esempio quello che sta dietro a un’attrazione sensuale. Forse c’è una frustrazione delle mie relazioni esistenti, un desiderio non appagato di essere amati… Questa tappa – il riconoscimento della fonte della mancanza – permette di far nascere la verità, ed è realmente liberatrice. In seguito, se si ha la grazia di avere la fede, si possono esporre a Dio le proprie mancanze e i propri desiderî profondi, e supplicarlo di intervenire. E lì la mancanza diventa misteriosamente il luogo di predilezione per un incontro più profondo con Lui, un incontro che consola, che guarisce, che ci fa avanzare. Si sperimenta allora una gioia straordinaria, molto più grande e durevole di una mancanza colmata dal piacere fugace di false promesse.

M. d.R.: Lei definisce il desiderio di eternità come “il desiderio ultimo”: essere con Dio per sempre in uno stato nel quale non conosceremo più la mancanza. Ma allora perché Dio ha messo nel cuore dell’uomo la capacità di avere molteplici desiderî, mentre la vita eterna ci promette uno stato di non-desiderio?

S. K.: Io penso che in Cielo il nostro desiderio non cesserà di esistere. Anche in Cielo resteremo delle creature fatte di desiderî, e al contempo saremo completamente appagati da Dio. Ci sarà una dinamica verso il sempre maggiore, così come si confà alla natura di Dio, che è infinito. E anche in Cielo non si potrà contenere tutta l’infinità di Dio. Misteriosamente, io penso che il desiderio e il fatto di essere appagati andranno a coesistere: i desiderî continueranno a crescere all’infinito, perché Dio è infinito. Il fatto di sentire la mancanza, sulla terra, permette di percepire la grande vocazione dell’uomo alla felicità. Senza il desiderio e senza la mancanza, neppure avremmo una qualche idea di tutto questo. Invece di vedere la mancanza come un problema da eliminare dalle nostre vite, si potrebbe vederlo come un richiamo alla nostra grande vocazione. Comprenderemo allora che esso ha una funzione vitale: quello di attrarci verso l’alto. Gli animali non avvertono la mancanza. Senza mancanza, dimenticheremmo di essere chiamati alla felicità.

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Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Se l’uomo è, come sembra, tutto pieno di desideri inappagati, la felicità è possibile su questa terra? Desiderî carnali, desiderio di trovare l’anima gemella, desiderio di Dio, desiderio di eternità… qual è il punto in comune fra tutti questi desiderî umani? Che fare di tutti questi desiderî, che talvolta portano scompiglio nel nostro cuore?

Sophia Kuby, filosofa per formazione, direttrice dell’ufficio Europa per ADF International, una ONG che offre una prospettiva cristiana su grandi questioni di società presso istituzioni internazionali, affida a un saggio pubblicato il 19 giugno per le edizioni dell’Emmanuel. È una visione al contempo spirituale e incarnata. Il libro si chiama “Il comblera tes désirs” [Egli appagherà i tuoi desiderîN.d.T.]. L’abbiamo intervistata per voi.

Mathilde de Robien: Potrebbe raccontarci la genesi di questo libro?

Sophia Kuby: Da principio non si trattava di una mia idea. Non avevo messo in conto di scrivere questo libro, ma dopo una conferenza sul tema della fecondità, l’estate scorsa, mi hanno proposto di scrivere. Sì, perché le reazioni a quella conferenza erano state numerose e forti: parlare di desiderio tocca un punto che per alcuni può generare vere sofferenze. Parecchi cristiani non sembrano essere riconciliati con i loro desiderî profondi, sia per paura di accusare il colpo della loro mancanza sia perché alcuni di quei desiderî ci portano a peccare. Toccare l’argomento ha permesso di dare qualche pista per poter gestire tutto lo scompiglio che c’è talvolta nel nostro cuore, e i partecipanti l’hanno vissuta come una liberazione. Ciò mi ha permesso di verbalizzare quanto pensavo da tanto tempo a proposito del sentimento di vacuità, del desiderio e della felicità. Non è solo una riflessione filosofica: è una cosa sgorgata dal mio vissuto.

M. d.R.: Lei parla di un’esperienza personale con la quale Dio le si è fatto presente al cuore dei suoi desiderî. Può dirci qualcosa di più su questa esperienza personale?

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S. K.: La mia esperienza principale è la conversione che ho avuto la grazia di vivere, all’età di 18 anni, attraverso l’Eucaristia. Dio ha fatto irruzione nella mia vita ex abrupto, io – quanto a me – non ero neppure battezzata. Però sentivo chiaramente una mancanza, nella mia vita. Le amicizie che vivevo erano belle ma non bastavano. Avevo l’intuizione che ci fosse di più, ma non sapevo dargli un nome. Credo che il fatto di non aver soffocato in me questo desiderio di assoluto abbia permesso l’incontro con Cristo. Ho sentito fisicamente l’amore sconvolgente di Dio per me. E conserverò per tutta la mia vita una profonda gratitudine per l’aver trovato in Dio la risposta ultima alla mia ricerca di felicità e di senso.

M. d.R.: Il fatto di desiderare ardentemente qualcosa, come ad esempio volersi sposare, e quindi avvertire uno stato di mancanza, non è un ostacolo alla felicità?

S. K.: No. La mancanza e la felicità possono coesistere, a condizione che si lasci entrare Dio nel cuore di ciò che manca. Non si tratta di accontentarsi del desiderio o di confinarlo in un cantuccio. Ad ogni modo, esso continuerà a farci sentire la mancanza che gli sta sempre legata. Ci sono due tentazioni: o lo si soffoca o lo so colma in diverse maniere, offerte dalla nostra società iperconsumistica. Per contro, accettare la mancanza come parte integrante della vita significa già essere autentici con sé stessi, con Dio e con gli altri. E sopportare la mancanza offrendola a Dio, riconoscere la tensione tra la nostra sete di felicità e la realtà della nostra vita, permette al Signore di intervenire – a modo suo – nella nostra vita. Egli viene a colmarci, anche se talvolta da una via diversa da quella che avevamo immaginato. Posso sinceramente testimoniare che al cuore della mancanza può spiegare le sue ali un’autentica gioia di vivere.

M. d.R.: Alcuni desiderî possono condurre al peccato, e alcuni desiderî sono già, in sé stessi, peccato – ad esempio “non desiderare la donna d’altri”. Eppure lei non incoraggia a soffocare questi desiderî, bensì a riorientarli. Che cosa intende per “riorientare”?

S. K.: Sì, i desiderî non ci guidano automaticamente verso il bene. Il riflesso del cristiano è sovente quello di tagliare col desiderio, di controllarlo, proprio perché ha paura che ci conduca al peccato. Ma è una “soluzione” che lascia il tempo che trova: uccide poco a poco la nostra vita e la nostra libertà interiore. Il cammino proposto da Dio e dalla Chiesa sta anzitutto nel ricercare quel che è all’origine del desiderio, ad esempio quello che sta dietro a un’attrazione sensuale. Forse c’è una frustrazione delle mie relazioni esistenti, un desiderio non appagato di essere amati… Questa tappa – il riconoscimento della fonte della mancanza – permette di far nascere la verità, ed è realmente liberatrice. In seguito, se si ha la grazia di avere la fede, si possono esporre a Dio le proprie mancanze e i propri desiderî profondi, e supplicarlo di intervenire. E lì la mancanza diventa misteriosamente il luogo di predilezione per un incontro più profondo con Lui, un incontro che consola, che guarisce, che ci fa avanzare. Si sperimenta allora una gioia straordinaria, molto più grande e durevole di una mancanza colmata dal piacere fugace di false promesse.

M. d.R.: Lei definisce il desiderio di eternità come “il desiderio ultimo”: essere con Dio per sempre in uno stato nel quale non conosceremo più la mancanza. Ma allora perché Dio ha messo nel cuore dell’uomo la capacità di avere molteplici desiderî, mentre la vita eterna ci promette uno stato di non-desiderio?

S. K.: Io penso che in Cielo il nostro desiderio non cesserà di esistere. Anche in Cielo resteremo delle creature fatte di desiderî, e al contempo saremo completamente appagati da Dio. Ci sarà una dinamica verso il sempre maggiore, così come si confà alla natura di Dio, che è infinito. E anche in Cielo non si potrà contenere tutta l’infinità di Dio. Misteriosamente, io penso che il desiderio e il fatto di essere appagati andranno a coesistere: i desiderî continueranno a crescere all’infinito, perché Dio è infinito. Il fatto di sentire la mancanza, sulla terra, permette di percepire la grande vocazione dell’uomo alla felicità. Senza il desiderio e senza la mancanza, neppure avremmo una qualche idea di tutto questo. Invece di vedere la mancanza come un problema da eliminare dalle nostre vite, si potrebbe vederlo come un richiamo alla nostra grande vocazione. Comprenderemo allora che esso ha una funzione vitale: quello di attrarci verso l’alto. Gli animali non avvertono la mancanza. Senza mancanza, dimenticheremmo di essere chiamati alla felicità.

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