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Magnificant. Appunti di mariologia

Quale Maria per quale Magnificat?

- Advertisement -
di: Emanuele Curzel

 

Le riflessioni che seguono – perché di riflessioni si tratta, non di una ricerca, che avrebbe bisogno di più tempo, più letture e più confronti – nascono da due momenti distinti.

Dapprima c’è stata la lettura di un intervento di Mauro Pedrazzoli, dall’apparentemente innocuo titolo I codici purpurei in latino (in versione ridotta sul mensile “Il Foglio” n. 400, marzo 2013), che discute svariate questioni riguardanti i primi due capitoli di Luca e che mi ha colpito in modo particolare per le sue argomentazioni circa il Magnificat. Pedrazzoli riferisce infatti dell’esistenza di codici secondo i quali colei che eleva il canto «Magnifica il Signore, anima mia» non sarebbe Maria ma Elisabetta, in quanto (in quei codici) il passo di Luca 1,46 riporta non «allora Maria disse» ma «allora Elisabetta disse». Un “errore” difficile da spiegare dato che la tradizione cristiana ha sempre attribuito quel canto alla «Madre del mio Signore» (Luca 1,43) giunta in visita alla cugina.

Un errore? Non si può però scartare a cuor leggero quella che in filologia si chiama lectio difficilior: in quel punto un copista che avesse voluto intervenire, traducendo o trascrivendo, avrebbe semmai posto il nome di Maria al posto di quello di Elisabetta e non viceversa (detto con le parole di Pedrazzoli: «se originariamente il Magnificat fosse stato pronunciato dalla Madonna, nessuno si sarebbe sognato di trasferirlo su Elisabetta»).

Nel momento in cui si prende sul serio l’ipotesi secondo cui nel testo lucano vi sarebbe stato scritto «allora Elisabetta disse», si apre la possibilità di leggere in modo continuativo i versetti precedenti Luca 1,26 e quelli successivi Luca 1,45 (più o meno così: «Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì, e diceva: “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini. L’anima mia magnifica il Signore…”»). La narrazione guadagna in coerenza; è noto infatti che il Magnificat trova la sua fonte principale nella preghiera di Anna (1 Samuele 2,1-10), anch’ella madre di un profeta (Samuele, appunto) e anch’ella rimasta a lungo a subire l’onta della sterilità prima di ricevere la grazia di divenire madre. Non è affatto insensato dunque pensare che quelle parole possano essere state originariamente non di Maria ma di Elisabetta (ciò costringe a considerare Lc 1,26-45, l’annunciazione e la visitazione, come un inserto, aggiunto in una seconda fase di elaborazione del testo: Pedrazzoli ne tratta a lungo, ma non è questo il tema principale di questo intervento).

La domanda che mi sono posto può essere espressa più o meno in questi termini: nel momento in cui un cristiano, nel suo sforzo di lettura e comprensione del testo biblico, giunge a ritenere che in una prima fase di elaborazione dei vangeli che oggi conosciamo il Magnificat fosse parola di Elisabetta, e non di Maria, cosa cambia per quanto riguarda il valore da attribuire a quel canto?

La seconda occasione per riflettere sul tema è stata la partecipazione al Seminario di studi sulla storia dei concetti teologico-politici dedicato a La politica del Magnificat. Questioni di mariologia politica, tenutosi a Trento il 21 e 22 giugno 2013 presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento (coordinamento scientifico Michele Nicoletti, segreteria scientifica Francesco Ghia e Tiziana Faitini): in quel contesto ho potuto (e in qualche misura dovuto) fare uno sforzo per chiarirmi i dubbi che mi erano sorti in seguito alla lettura del contributo sopra citato.

Maria secondo il Nuovo Testamento

1) La parente. È opportuno ricominciare dai testi (citati in traduzione, nella consapevolezza che chi fosse in grado di analizzare i testi originali potrebbe anche trarne ulteriori valutazioni) per capire in quali punti e in quali termini sia citata Maria, la madre di Gesù (come vedremo sono due espressioni solo apparentemente sinonimiche), e a quale fase cronologica e/o di elaborazione teologica i vari passi appartengano.

Mancano totalmente riferimenti a Maria nelle lettere paoline che, com’è noto, sono i più antichi annunci cristiani conservati in forma scritta. La prima menzione neotestamentaria di Maria in ordine cronologico di stesura sta invece nel vangelo di Marco (che è fonte di Matteo e di Luca). Si tratta di due passi: il primo (Marco 3,31-35, Matteo 12,46-50, Luca 8,19-21) mostra la madre e i fratelli di Gesù che tentano di raggiungerlo ma vengono fermati da Gesù stesso, che esalta il legame di fede come superiore al legame di sangue.

«Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”». (Marco 3,31-35).

«Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: “Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti”. Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre”» (Matteo 12,46-50).

«E andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: “Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti”. Ma egli rispose loro: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”» (Luca 8,19-21).

Anche uno dei più antichi vangeli “apocrifi”, quello di Tommaso (§ 99), riporta un testo simile a questi.

L’altro passo (Marco 6,2-3, Matteo 13,55-56; non ripreso da Luca) consiste invece nelle parole attribuite agli uomini di Nazareth, che dopo aver ascoltato la predicazione di Gesù lo contestano sulla base della loro conoscenza personale della famiglia, dalla quale non c’era da attendersi nulla di eccezionale.

«E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”» (Marco 6,2-3).

«Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?» (Matteo 13,55-56).

La stessa situazione che sembra richiamata (ma in altro contesto) dal più tardo Giovanni 6,42: «E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Questa sembra dunque essere (in ordine cronologico) la prima preoccupazione degli evangelisti: riferire che Gesù non dava al legame di sangue (di parenti di Gesù, nella prima comunità, ce n’erano sicuramente) un valore preponderante; sottolineare che, comunque, nella sua patria egli non aveva trovato degna accoglienza. La madre – chiamata per nome – è citata tra i parenti, senza però caratterizzarsi in modo particolare. Certo è che ella continuò a frequentare la prima comunità cristiana, insieme ad altri familiari, anche dopo la resurrezione, come ricorda Luca in Atti 1,14 («Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui»). (Annoto che la presenza di Maria al centro degli apostoli il giorno di Pentecoste – cara alla pietà e a due millenni di arte cristiana – è, nel libro neotestamentario, solo implicita: in Atti 2,1 si legge infatti «mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo»; in quel “tutti insieme” Maria è sempre stata considerata compresa).

La notizia proveniente degli Atti può dunque essere accostata a quelle narrate da Marco per confermare la presenza di Maria e di membri della famiglia di Gesù nella prima comunità: difficile dire se vi fosse, nel riferire tutto questo, l’intenzione di dare un’interpretazione teologicamente rilevante della sua figura.

2) La madre del Bambino. Un secondo livello, indubbiamente successivo dal punto di vista storico, è quello costituito dai “vangeli dell’infanzia” di Matteo (1-2) e di Luca (1-2).

Matteo presenta Maria dapprima come colei che contribuisce a qualificare Giuseppe, il quale è sia terminale delle generazioni che discendono da Abramo, sia «sposo di Maria»; quindi, immediatamente, ella è colei da cui «è nato Gesù chiamato Cristo». L’evangelista descrive quindi il concepimento per opera lo Spirito (con rinvio alla profezia messianica di Isaia) e dà spazio alla visita dei Magi, cui seguono fuga in Egitto, strage degli innocenti, rientro a Nazareth (con numerosi riferimenti veterotestamentari espliciti). Nei due capitoli i soggetti attivi sono l’angelo, i Magi e soprattutto Giuseppe: non certo Maria, che entra in scena come sposa di Giuseppe e ne esce come madre del Bambino.

La preoccupazione dell’evangelista è dunque quella di connettere tutta l’esistenza terrena di Gesù – a cominciare dalla sua genealogia e della sua nascita – a tutta l’esperienza di Israele, dando a Maria lo spazio che non poteva non dare (la profezia di Isaia, la sua presenza accanto al Bambino), ma senza attribuirle pensieri, parole, azioni diverse da quella del partorire. In altre parole, quel che importa a Matteo è inserire la vicenda di Gesù nel solco delle speranze messianiche, di cui l’annuncio di Isaia faceva parte; l’insistito accostamento della madre al Bambino può inoltre far pensare che vi sia un qualche riferimento implicito alla figura della regina che, nell’antico Israele, era la madre del re. Non è un caso che l’immagine del Bambino in braccio a Maria, con accanto un profeta che indica la stella come segno messianico, sia tra le più antiche raffigurazioni dell’arte cristiana.

I primi due capitoli del vangelo di Luca sono una parte introduttiva nella quale vengono narrate, parallelamente, le nascite di Giovanni Battista e di Gesù. È possibile che solo in un secondo momento il primo capitolo – quello dedicato al Battista – abbia visto l’inserimento, come detto in apertura, della narrazione dell’Annunciazione e della visita di Maria a Elisabetta, un brano che probabilmente ebbe per un certo tempo vita propria e fu incastonato poi dentro la narrazione riguardante il Battista, modificando il parallelismo dei due capitoli e cercando invece di dare alla narrazione un andamento cronologico.

È dai primi due capitoli di Luca che traiamo gran parte delle notizie su Maria, che qui assume spessore e capacità di iniziativa (lo stupore di fronte all’Angelo, l’accettazione della maternità, la visita ad Elisabetta nel primo capitolo; la deposizione del figlio nella mangiatoia, la presentazione al tempio, l’ascolto della profezia di Simeone, il rimprovero al figlio dodicenne e la scelta di «serbare tutte queste cose nel suo cuore» nel secondo).

I vangeli dell’infanzia furono scritti in un secondo momento rispetto ai discorsi di Gesù e alla narrazione della sua morte e resurrezione; appartengono dunque alla riflessione della generazione successiva, una generazione che aveva conosciuto non Gesù, ma coloro che avevano vissuto con Gesù (familiari compresi); avevano udito e meditato i loro racconti. Da tempo si discute sulla credibilità di tali narrazioni da un punto di vista strettamente storico: tale credibilità non può essere negata in modo assoluto e aprioristico, ma pare piuttosto evidente che i redattori dei due “vangeli della nascita” vollero soprattutto leggere gli avvenimenti in chiave teologica, alla luce dell’Antico Testamento (come fece Matteo) e della resurrezione (lo suggerisce anche il fatto che in Luca 2 la ricerca di Maria e Giuseppe si concluda con il ritrovamento di Gesù dodicenne “il terzo giorno”). Maria, che ha un ruolo secondario in Matteo, acquista un profilo più spiccato in Luca: non stupisce che la tradizione abbia voluto attribuirgli un ruolo di pittore della sua immagine, fino a immaginarlo intento nel raffigurarla.

3) La madre di Gesù. C’è però un luogo in cui Maria, nel vangelo di Luca così come nei sinottici, non compare: Maria non è ai piedi della Croce. Lì la colloca invece Giovanni; anzi, per la precisione, il quarto evangelista (e con questo, come si sarà capito, si è passati a un’ulteriore e ancora più tardiva fase di elaborazione del messaggio cristiano) ai piedi della croce colloca «la madre di Gesù», affidata in tale occasione al discepolo prediletto.

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Giovanni 19, 25-27).

Ed è ancora la «madre di Gesù» a essere presente e quasi coprotagonista nell’episodio – narrato solo da Giovanni – delle Nozze di Cana, che l’autore del quarto vangelo colloca all’inizio della vita pubblica di Gesù e che è ricco di riferimenti di carattere eucaristico ed escatologico.

«Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù… venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuol da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. … Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2,1,3-5,11).

Originale: Settimana News
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Quale Maria per quale Magnificat?

  

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Le riflessioni che seguono – perché di riflessioni si tratta, non di una ricerca, che avrebbe bisogno di più tempo, più letture e più confronti – nascono da due momenti distinti.

Dapprima c’è stata la lettura di un intervento di Mauro Pedrazzoli, dall’apparentemente innocuo titolo I codici purpurei in latino (in versione ridotta sul mensile “Il Foglio” n. 400, marzo 2013), che discute svariate questioni riguardanti i primi due capitoli di Luca e che mi ha colpito in modo particolare per le sue argomentazioni circa il Magnificat. Pedrazzoli riferisce infatti dell’esistenza di codici secondo i quali colei che eleva il canto «Magnifica il Signore, anima mia» non sarebbe Maria ma Elisabetta, in quanto (in quei codici) il passo di Luca 1,46 riporta non «allora Maria disse» ma «allora Elisabetta disse». Un “errore” difficile da spiegare dato che la tradizione cristiana ha sempre attribuito quel canto alla «Madre del mio Signore» (Luca 1,43) giunta in visita alla cugina.

Un errore? Non si può però scartare a cuor leggero quella che in filologia si chiama lectio difficilior: in quel punto un copista che avesse voluto intervenire, traducendo o trascrivendo, avrebbe semmai posto il nome di Maria al posto di quello di Elisabetta e non viceversa (detto con le parole di Pedrazzoli: «se originariamente il Magnificat fosse stato pronunciato dalla Madonna, nessuno si sarebbe sognato di trasferirlo su Elisabetta»).

Nel momento in cui si prende sul serio l’ipotesi secondo cui nel testo lucano vi sarebbe stato scritto «allora Elisabetta disse», si apre la possibilità di leggere in modo continuativo i versetti precedenti Luca 1,26 e quelli successivi Luca 1,45 (più o meno così: «Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì, e diceva: “Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini. L’anima mia magnifica il Signore…”»). La narrazione guadagna in coerenza; è noto infatti che il Magnificat trova la sua fonte principale nella preghiera di Anna (1 Samuele 2,1-10), anch’ella madre di un profeta (Samuele, appunto) e anch’ella rimasta a lungo a subire l’onta della sterilità prima di ricevere la grazia di divenire madre. Non è affatto insensato dunque pensare che quelle parole possano essere state originariamente non di Maria ma di Elisabetta (ciò costringe a considerare Lc 1,26-45, l’annunciazione e la visitazione, come un inserto, aggiunto in una seconda fase di elaborazione del testo: Pedrazzoli ne tratta a lungo, ma non è questo il tema principale di questo intervento).

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La domanda che mi sono posto può essere espressa più o meno in questi termini: nel momento in cui un cristiano, nel suo sforzo di lettura e comprensione del testo biblico, giunge a ritenere che in una prima fase di elaborazione dei vangeli che oggi conosciamo il Magnificat fosse parola di Elisabetta, e non di Maria, cosa cambia per quanto riguarda il valore da attribuire a quel canto?

La seconda occasione per riflettere sul tema è stata la partecipazione al Seminario di studi sulla storia dei concetti teologico-politici dedicato a La politica del Magnificat. Questioni di mariologia politica, tenutosi a Trento il 21 e 22 giugno 2013 presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento (coordinamento scientifico Michele Nicoletti, segreteria scientifica Francesco Ghia e Tiziana Faitini): in quel contesto ho potuto (e in qualche misura dovuto) fare uno sforzo per chiarirmi i dubbi che mi erano sorti in seguito alla lettura del contributo sopra citato.

Maria secondo il Nuovo Testamento

1) La parente. È opportuno ricominciare dai testi (citati in traduzione, nella consapevolezza che chi fosse in grado di analizzare i testi originali potrebbe anche trarne ulteriori valutazioni) per capire in quali punti e in quali termini sia citata Maria, la madre di Gesù (come vedremo sono due espressioni solo apparentemente sinonimiche), e a quale fase cronologica e/o di elaborazione teologica i vari passi appartengano.

Mancano totalmente riferimenti a Maria nelle lettere paoline che, com’è noto, sono i più antichi annunci cristiani conservati in forma scritta. La prima menzione neotestamentaria di Maria in ordine cronologico di stesura sta invece nel vangelo di Marco (che è fonte di Matteo e di Luca). Si tratta di due passi: il primo (Marco 3,31-35, Matteo 12,46-50, Luca 8,19-21) mostra la madre e i fratelli di Gesù che tentano di raggiungerlo ma vengono fermati da Gesù stesso, che esalta il legame di fede come superiore al legame di sangue.

«Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: “Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano”. Ma egli rispose loro: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”». (Marco 3,31-35).

«Mentre egli parlava ancora alla folla, ecco, sua madre e i suoi fratelli stavano fuori e cercavano di parlargli. Qualcuno gli disse: “Ecco, tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e cercano di parlarti”. Ed egli, rispondendo a chi gli parlava, disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi, tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre”» (Matteo 12,46-50).

«E andarono da lui la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fecero sapere: “Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti”. Ma egli rispose loro: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”» (Luca 8,19-21).

Anche uno dei più antichi vangeli “apocrifi”, quello di Tommaso (§ 99), riporta un testo simile a questi.

L’altro passo (Marco 6,2-3, Matteo 13,55-56; non ripreso da Luca) consiste invece nelle parole attribuite agli uomini di Nazareth, che dopo aver ascoltato la predicazione di Gesù lo contestano sulla base della loro conoscenza personale della famiglia, dalla quale non c’era da attendersi nulla di eccezionale.

«E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?”» (Marco 6,2-3).

«Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?» (Matteo 13,55-56).

La stessa situazione che sembra richiamata (ma in altro contesto) dal più tardo Giovanni 6,42: «E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?».

Questa sembra dunque essere (in ordine cronologico) la prima preoccupazione degli evangelisti: riferire che Gesù non dava al legame di sangue (di parenti di Gesù, nella prima comunità, ce n’erano sicuramente) un valore preponderante; sottolineare che, comunque, nella sua patria egli non aveva trovato degna accoglienza. La madre – chiamata per nome – è citata tra i parenti, senza però caratterizzarsi in modo particolare. Certo è che ella continuò a frequentare la prima comunità cristiana, insieme ad altri familiari, anche dopo la resurrezione, come ricorda Luca in Atti 1,14 («Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui»). (Annoto che la presenza di Maria al centro degli apostoli il giorno di Pentecoste – cara alla pietà e a due millenni di arte cristiana – è, nel libro neotestamentario, solo implicita: in Atti 2,1 si legge infatti «mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo»; in quel “tutti insieme” Maria è sempre stata considerata compresa).

La notizia proveniente degli Atti può dunque essere accostata a quelle narrate da Marco per confermare la presenza di Maria e di membri della famiglia di Gesù nella prima comunità: difficile dire se vi fosse, nel riferire tutto questo, l’intenzione di dare un’interpretazione teologicamente rilevante della sua figura.

2) La madre del Bambino. Un secondo livello, indubbiamente successivo dal punto di vista storico, è quello costituito dai “vangeli dell’infanzia” di Matteo (1-2) e di Luca (1-2).

Matteo presenta Maria dapprima come colei che contribuisce a qualificare Giuseppe, il quale è sia terminale delle generazioni che discendono da Abramo, sia «sposo di Maria»; quindi, immediatamente, ella è colei da cui «è nato Gesù chiamato Cristo». L’evangelista descrive quindi il concepimento per opera lo Spirito (con rinvio alla profezia messianica di Isaia) e dà spazio alla visita dei Magi, cui seguono fuga in Egitto, strage degli innocenti, rientro a Nazareth (con numerosi riferimenti veterotestamentari espliciti). Nei due capitoli i soggetti attivi sono l’angelo, i Magi e soprattutto Giuseppe: non certo Maria, che entra in scena come sposa di Giuseppe e ne esce come madre del Bambino.

La preoccupazione dell’evangelista è dunque quella di connettere tutta l’esistenza terrena di Gesù – a cominciare dalla sua genealogia e della sua nascita – a tutta l’esperienza di Israele, dando a Maria lo spazio che non poteva non dare (la profezia di Isaia, la sua presenza accanto al Bambino), ma senza attribuirle pensieri, parole, azioni diverse da quella del partorire. In altre parole, quel che importa a Matteo è inserire la vicenda di Gesù nel solco delle speranze messianiche, di cui l’annuncio di Isaia faceva parte; l’insistito accostamento della madre al Bambino può inoltre far pensare che vi sia un qualche riferimento implicito alla figura della regina che, nell’antico Israele, era la madre del re. Non è un caso che l’immagine del Bambino in braccio a Maria, con accanto un profeta che indica la stella come segno messianico, sia tra le più antiche raffigurazioni dell’arte cristiana.

I primi due capitoli del vangelo di Luca sono una parte introduttiva nella quale vengono narrate, parallelamente, le nascite di Giovanni Battista e di Gesù. È possibile che solo in un secondo momento il primo capitolo – quello dedicato al Battista – abbia visto l’inserimento, come detto in apertura, della narrazione dell’Annunciazione e della visita di Maria a Elisabetta, un brano che probabilmente ebbe per un certo tempo vita propria e fu incastonato poi dentro la narrazione riguardante il Battista, modificando il parallelismo dei due capitoli e cercando invece di dare alla narrazione un andamento cronologico.

È dai primi due capitoli di Luca che traiamo gran parte delle notizie su Maria, che qui assume spessore e capacità di iniziativa (lo stupore di fronte all’Angelo, l’accettazione della maternità, la visita ad Elisabetta nel primo capitolo; la deposizione del figlio nella mangiatoia, la presentazione al tempio, l’ascolto della profezia di Simeone, il rimprovero al figlio dodicenne e la scelta di «serbare tutte queste cose nel suo cuore» nel secondo).

I vangeli dell’infanzia furono scritti in un secondo momento rispetto ai discorsi di Gesù e alla narrazione della sua morte e resurrezione; appartengono dunque alla riflessione della generazione successiva, una generazione che aveva conosciuto non Gesù, ma coloro che avevano vissuto con Gesù (familiari compresi); avevano udito e meditato i loro racconti. Da tempo si discute sulla credibilità di tali narrazioni da un punto di vista strettamente storico: tale credibilità non può essere negata in modo assoluto e aprioristico, ma pare piuttosto evidente che i redattori dei due “vangeli della nascita” vollero soprattutto leggere gli avvenimenti in chiave teologica, alla luce dell’Antico Testamento (come fece Matteo) e della resurrezione (lo suggerisce anche il fatto che in Luca 2 la ricerca di Maria e Giuseppe si concluda con il ritrovamento di Gesù dodicenne “il terzo giorno”). Maria, che ha un ruolo secondario in Matteo, acquista un profilo più spiccato in Luca: non stupisce che la tradizione abbia voluto attribuirgli un ruolo di pittore della sua immagine, fino a immaginarlo intento nel raffigurarla.

3) La madre di Gesù. C’è però un luogo in cui Maria, nel vangelo di Luca così come nei sinottici, non compare: Maria non è ai piedi della Croce. Lì la colloca invece Giovanni; anzi, per la precisione, il quarto evangelista (e con questo, come si sarà capito, si è passati a un’ulteriore e ancora più tardiva fase di elaborazione del messaggio cristiano) ai piedi della croce colloca «la madre di Gesù», affidata in tale occasione al discepolo prediletto.

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Giovanni 19, 25-27).

Ed è ancora la «madre di Gesù» a essere presente e quasi coprotagonista nell’episodio – narrato solo da Giovanni – delle Nozze di Cana, che l’autore del quarto vangelo colloca all’inizio della vita pubblica di Gesù e che è ricco di riferimenti di carattere eucaristico ed escatologico.

«Il terzo giorno vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù… venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno vino”. E Gesù le rispose: “Donna, che vuol da me? Non è ancora giunta la mia ora”. Sua madre disse ai servitori: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela”. … Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Giovanni 2,1,3-5,11).

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