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Home Rubriche Risponde il teologo Ma il Gesù che siede alla "destra del Padre" è una creatura...

Ma il Gesù che siede alla “destra del Padre” è una creatura autonoma seppur obbediente a Lui?

Risponde il Prof. Giuseppe Gravante

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Riceviamo da un lettore e proponiamo la seguente domanda, alla quale tenteremo di dar risposta consapevoli della maggior sinteticità e fruibilità richiesti ad un blog. Tale questione, infatti, richiederebbe maggiori e più estesi chiarimenti. 

Salve, mi chiamo …, ho appena scoperto il Vostro interessantissimo sito navigando alla ricerca di qualcuno al quale porre un dubbio riguardante la centralità del cristianesimo che da alcuni tempi mi turba spiritualmente. Vorrei un chiarimento sul dogma trinitario: vari passi del NT  (e che recitiamo alla SS Messa col Credo Niceno-Costantinopolitano), parlano di “Gesù alla destra di Dio”, e questo mi induce a pensare che “attualmente” in Cielo, Gesù è una creatura “autonoma” (nell’essenza) anche se chiaramente fedele a Suo Padre. Però il CCC afferma che “le tre Persone divine sono un solo Dio perché ciascuna di esse è identica alla pienezza dell’unica e indivisibile natura divina”. Chiedo un aiuto per aiutarmi a comprendere meglio la questione.

Vi ringrazio in anticipo.

Lettera Firmata

Gent.mo sig. …,

buongiorno e grazie per la “bontà” della sua domanda che, in aggiunta, testimonia la fiducia accordataci.

Prima di giungere al nocciolo centrale del suo quesito, al fine di aver chiari il contesto e alcuni punti cardine ineludibili della questione, è necessario introdurci al discorso attraverso una debita premessa, ma precisando che l’argomento è di vastissimo impiego e, pertanto, non esauribile in pochissime righe chiarificatrici definite dai necessari confini dettati da un articolo di blog.

Precisazioni trinitarie in ambito apostolico.

Il Dogma della Santissima Trinità, così come lo conosciamo oggi, si è andato formando via via nel tempo, fino a trovare maggior concretezza nei postulati del Concilio di Nicea (325 d.C.) e del Concilio di Costantinopoli (381 d.C.); dunque, solo nel IV secolo d.C..

Questa prima coordinata, in realtà, ci permette di stabilire un dato cronologico non di poco conto, il quale risulta anche essere la risposta preminente a un primo quesito: “Gli Apostoli conoscevano il concetto di Trinità così come noi ne abbiamo testimonianza?”.
Sulla base della veridicità di quanto accennato, si può asserire con chiarezza che gli Apostoli non avevano un concetto strutturato di Trinità. Nell’arco del I secolo d.C., dunque, le incertezze erano molte; anzi, oserei dire, la questione era ancora irrilevante per la fede strictu sensu (seppur costituisse un problema serio sul fronte teologico ebraico).

Certamente, nel N.T. sono presenti affermazioni che lascerebbero intendere una sorta di archetipo trinitario, ad esempio «Chi vede me vede il Padre…» al capitolo 12 del Vangelo di Giovanni; «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28); le affermazioni sulla figliolanza o sull’”invio” del Paraclito (lo Spirito Santo) e altro ancora; tuttavia, tutto ciò non addurrebbe a una dichiarazione specifica da pare di Gesù sull’”organizzazione” trinitaria di Dio, né tantomeno a quelli che sono i ruoli e le missioni specifiche delle singole persone trinitarie. Inoltre, a tutto ciò va aggiunta una verità fondamentale: i Vangeli, così come sono giunti a noi, sono un’elaborazione postuma – per quanto questa non superi mai la datazione del I secolo d. C. – delle vicende di Gesù, dettata dalla necessità di rispondere alle esigenze delle neo formatesi comunità cristiane post pasquali, motivo anche per cui tanti dettagli – penso a quelli inerenti all’infanzia di Gesù – non si trovano nei Vangeli: semplicemente perché non necessari alla fede (e non per ragioni omertose o “occultistiche”).

Le urgenze e il contesto

Da qui in poi, allora, la prima urgenza – causata dai primi errori trinitari sulla persona di Gesù (Ario ecc.) – è stata quella di affermare la figliolanza divina di Gesù stesso nonché l’interezza della sua divinità nonostante in lui permanessero due nature congiunte ma “inconfuse”: umana e divina (ma qui siamo solo nel V secolo); pertanto, la concezione trinitaria si è sviluppata in questo alveo, dalle necessità primarie di dar risposta alle affermazioni erronee sulla natura del Figlio, portando così alle definizioni più ampie del Credo Niceno-Costantinopolitano.

A corollario di quanto detto, va precisato che il contesto di fondo è quello dell’ebraismo, dove il rapporto con Dio, per ciascun ebreo, era il fondamento dell’esistenza stessa; si può dire che, mentre per noi Dio è il totalmente altro incarnatosi nella persona del Figlio, per gli ebrei è l’onnipotente, non incarnato, ma costantemente presente tra il popolo; insomma, “uno di loro”. Questa coordinata ci permette di affermare che all’ebraismo l’unità e l’unicità di Dio erano concetti non solo cari bensì vitali e, per tal motivo, è innegabile che si generò una confusione dilaniante tra i primi cristiani (i quali, non va dimenticato, erano degli ebrei che frequentavano ancora la sinagoga) che portò alla necessaria definizione del concetto di Trinità: Dio è costituito da una sola sostanza in tre persone distinte. Vale a dire che esistono tre persone (prosopon in greco) distinte tra loro, con missioni differenti ma che partecipano di una sola sostanza (ousia) e che insieme costituiscono l’interezza e l’unicità di Dio: senza il Padre non c’è neppure il Figlio ecc.

La teologia di fondo.

Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio ma il Padre non è il Figlio, il Figlio non è il Padre ecc. e, come detto, partecipano della stessa sostanza. Tale concezione, in linguaggio teologico è definita come Pericoresi della Trinità (affiancata dai concetti di Circumsessio Trinitatis e Circumincessio Trinitatis). Si comprende allora come le definizioni niceno-costantinopolitane ci permettono di salvaguardare l’unità di Dio e la sua triplice distinzione; la soteriologia si snoda attraverso tre preposizioni: “dal” Padre, “per” il Figlio, “nello” Spirito Santo”.

Dio esiste da sempre, ancor prima della “creazione” del tempo; il Figlio è “generato non creato” perché, sul piano ontologico, Egli non è nient’altro che il logos (parola) del Padre, cioè quella Parola che il Padre ha dentro di sé (logos endiathetos) e che nel momento del suo proferimento (logos prophorikòs) genera il Figlio (in parole povere: noi, abbiamo “in corpo” tanti concetti, tante parole, ma vengono “qualificate”, “generate” e poste in essere solo nel momento in cui le esterniamo, seppur conservino la stessa natura di quelle che abbiamo in corpo prima del proferimento).

Allora ecco cosa va precisato in riferimento a una parte dei suoi dubbi: che il “Cristo incarnato” – quello venuto nel mondo – è creatura nella quale sono state “infuse” la divinità e l’umanità (da qui le affermazioni sulla crescita di Gesù in età, sapienza e grazia, le incertezze del Getsemani, tutti fattori legati alla sua reale umanità ecc.), ma il Cristo eterno, il logos non incarnato di cui sopra, è generato come Parola proferita ma è coeterno al Padre in quanto sua Parola presente ma ancora inespressa. Il Padre crea proferendo questa Parola e crea l’uomo “a sua immagine” nel senso che crea l’umanità avendo davanti a sé l’immagine del Cristo che, a tempo debito, si sarebbe poi incarnato. Dio non predetermina il futuro ma ciò non significa che lui non lo conosca; quindi, nella “sua mente” (per utilizzare un antropomorfismo) il Cristo incarnato era già presente, conosceva già le fattezze che il logos avrebbe assunto al momento dell’entrata nella storia umana.

La premessa è stata molto lunga, ma ci ha permesso, a sommi capi, di comprendere – lo spero – il concetto di Trinità e i ruoli del Figlio.

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Ma il Gesù che siede alla “destra del Padre” è una creatura autonoma seppur obbediente a Lui?

Risponde il Prof. Giuseppe Gravante

  

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Salve, mi chiamo …, ho appena scoperto il Vostro interessantissimo sito navigando alla ricerca di qualcuno al quale porre un dubbio riguardante la centralità del cristianesimo che da alcuni tempi mi turba spiritualmente. Vorrei un chiarimento sul dogma trinitario: vari passi del NT  (e che recitiamo alla SS Messa col Credo Niceno-Costantinopolitano), parlano di “Gesù alla destra di Dio”, e questo mi induce a pensare che “attualmente” in Cielo, Gesù è una creatura “autonoma” (nell’essenza) anche se chiaramente fedele a Suo Padre. Però il CCC afferma che “le tre Persone divine sono un solo Dio perché ciascuna di esse è identica alla pienezza dell’unica e indivisibile natura divina”. Chiedo un aiuto per aiutarmi a comprendere meglio la questione.

Vi ringrazio in anticipo.

Lettera Firmata

Gent.mo sig. …,

buongiorno e grazie per la “bontà” della sua domanda che, in aggiunta, testimonia la fiducia accordataci.

Prima di giungere al nocciolo centrale del suo quesito, al fine di aver chiari il contesto e alcuni punti cardine ineludibili della questione, è necessario introdurci al discorso attraverso una debita premessa, ma precisando che l’argomento è di vastissimo impiego e, pertanto, non esauribile in pochissime righe chiarificatrici definite dai necessari confini dettati da un articolo di blog.

Precisazioni trinitarie in ambito apostolico.

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Il Dogma della Santissima Trinità, così come lo conosciamo oggi, si è andato formando via via nel tempo, fino a trovare maggior concretezza nei postulati del Concilio di Nicea (325 d.C.) e del Concilio di Costantinopoli (381 d.C.); dunque, solo nel IV secolo d.C..

Questa prima coordinata, in realtà, ci permette di stabilire un dato cronologico non di poco conto, il quale risulta anche essere la risposta preminente a un primo quesito: “Gli Apostoli conoscevano il concetto di Trinità così come noi ne abbiamo testimonianza?”.
Sulla base della veridicità di quanto accennato, si può asserire con chiarezza che gli Apostoli non avevano un concetto strutturato di Trinità. Nell’arco del I secolo d.C., dunque, le incertezze erano molte; anzi, oserei dire, la questione era ancora irrilevante per la fede strictu sensu (seppur costituisse un problema serio sul fronte teologico ebraico).

Certamente, nel N.T. sono presenti affermazioni che lascerebbero intendere una sorta di archetipo trinitario, ad esempio «Chi vede me vede il Padre…» al capitolo 12 del Vangelo di Giovanni; «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28); le affermazioni sulla figliolanza o sull’”invio” del Paraclito (lo Spirito Santo) e altro ancora; tuttavia, tutto ciò non addurrebbe a una dichiarazione specifica da pare di Gesù sull’”organizzazione” trinitaria di Dio, né tantomeno a quelli che sono i ruoli e le missioni specifiche delle singole persone trinitarie. Inoltre, a tutto ciò va aggiunta una verità fondamentale: i Vangeli, così come sono giunti a noi, sono un’elaborazione postuma – per quanto questa non superi mai la datazione del I secolo d. C. – delle vicende di Gesù, dettata dalla necessità di rispondere alle esigenze delle neo formatesi comunità cristiane post pasquali, motivo anche per cui tanti dettagli – penso a quelli inerenti all’infanzia di Gesù – non si trovano nei Vangeli: semplicemente perché non necessari alla fede (e non per ragioni omertose o “occultistiche”).

Le urgenze e il contesto

Da qui in poi, allora, la prima urgenza – causata dai primi errori trinitari sulla persona di Gesù (Ario ecc.) – è stata quella di affermare la figliolanza divina di Gesù stesso nonché l’interezza della sua divinità nonostante in lui permanessero due nature congiunte ma “inconfuse”: umana e divina (ma qui siamo solo nel V secolo); pertanto, la concezione trinitaria si è sviluppata in questo alveo, dalle necessità primarie di dar risposta alle affermazioni erronee sulla natura del Figlio, portando così alle definizioni più ampie del Credo Niceno-Costantinopolitano.

A corollario di quanto detto, va precisato che il contesto di fondo è quello dell’ebraismo, dove il rapporto con Dio, per ciascun ebreo, era il fondamento dell’esistenza stessa; si può dire che, mentre per noi Dio è il totalmente altro incarnatosi nella persona del Figlio, per gli ebrei è l’onnipotente, non incarnato, ma costantemente presente tra il popolo; insomma, “uno di loro”. Questa coordinata ci permette di affermare che all’ebraismo l’unità e l’unicità di Dio erano concetti non solo cari bensì vitali e, per tal motivo, è innegabile che si generò una confusione dilaniante tra i primi cristiani (i quali, non va dimenticato, erano degli ebrei che frequentavano ancora la sinagoga) che portò alla necessaria definizione del concetto di Trinità: Dio è costituito da una sola sostanza in tre persone distinte. Vale a dire che esistono tre persone (prosopon in greco) distinte tra loro, con missioni differenti ma che partecipano di una sola sostanza (ousia) e che insieme costituiscono l’interezza e l’unicità di Dio: senza il Padre non c’è neppure il Figlio ecc.

La teologia di fondo.

Il Padre è Dio, il Figlio è Dio, lo Spirito Santo è Dio ma il Padre non è il Figlio, il Figlio non è il Padre ecc. e, come detto, partecipano della stessa sostanza. Tale concezione, in linguaggio teologico è definita come Pericoresi della Trinità (affiancata dai concetti di Circumsessio Trinitatis e Circumincessio Trinitatis). Si comprende allora come le definizioni niceno-costantinopolitane ci permettono di salvaguardare l’unità di Dio e la sua triplice distinzione; la soteriologia si snoda attraverso tre preposizioni: “dal” Padre, “per” il Figlio, “nello” Spirito Santo”.

Dio esiste da sempre, ancor prima della “creazione” del tempo; il Figlio è “generato non creato” perché, sul piano ontologico, Egli non è nient’altro che il logos (parola) del Padre, cioè quella Parola che il Padre ha dentro di sé (logos endiathetos) e che nel momento del suo proferimento (logos prophorikòs) genera il Figlio (in parole povere: noi, abbiamo “in corpo” tanti concetti, tante parole, ma vengono “qualificate”, “generate” e poste in essere solo nel momento in cui le esterniamo, seppur conservino la stessa natura di quelle che abbiamo in corpo prima del proferimento).

Allora ecco cosa va precisato in riferimento a una parte dei suoi dubbi: che il “Cristo incarnato” – quello venuto nel mondo – è creatura nella quale sono state “infuse” la divinità e l’umanità (da qui le affermazioni sulla crescita di Gesù in età, sapienza e grazia, le incertezze del Getsemani, tutti fattori legati alla sua reale umanità ecc.), ma il Cristo eterno, il logos non incarnato di cui sopra, è generato come Parola proferita ma è coeterno al Padre in quanto sua Parola presente ma ancora inespressa. Il Padre crea proferendo questa Parola e crea l’uomo “a sua immagine” nel senso che crea l’umanità avendo davanti a sé l’immagine del Cristo che, a tempo debito, si sarebbe poi incarnato. Dio non predetermina il futuro ma ciò non significa che lui non lo conosca; quindi, nella “sua mente” (per utilizzare un antropomorfismo) il Cristo incarnato era già presente, conosceva già le fattezze che il logos avrebbe assunto al momento dell’entrata nella storia umana.

La premessa è stata molto lunga, ma ci ha permesso, a sommi capi, di comprendere – lo spero – il concetto di Trinità e i ruoli del Figlio.

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Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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