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L’uomo non è il suo errore. “Tu non è una cosa o un coso, è un altro io”

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Il testo per oggi. Un’analisi del mondo. Della detenzione attraverso una mostra sulle carceri brasiliane.

Il meeting oltre che essere una esperienza di cultura, di incontri, approfondimenti e’, senz’altro,  anche un’occasione per ricevere provocazioni e proposte. In genere oltre le relazioni cattedratiche, esperienziali, esistenziali, gli approfondimenti tematici, un ruolo importante è molto sfruttato lo svolgono le interessanti e periziate mostre che vengono proposte. Quest’anno in risposta alla tematica generale: “Tu sei una bene per me”, sono state allestite diverse mostre. Una particolarmente interessante tocca il mondo della detenzione accendendo i fari sull’interrogativo sempre presente nel cuore dei giustizialisti, perché cercare di redimere coloro che hanno sbagliato e sono stati condannati a motivo dei loro errori? “Dall’amore nessuno fugge. L’esperienza delle APAC (Amando o Proximo Amaras a Cristo – Amando il Prossimo Amerai Cristo) in Brasile” cerca di rispondere a questa domanda motivando le ragioni del donare tempo spazio e  amore a coloro che abitano le carceri in generale è in modo particolare quelle brasiliane. Intanto è bene precisare che un carcere no è una discarica sociale dove si depositano coloro che sono di disturbo alla società a motivo delle loro colpe, dei loro errori. “L’uomo non è il suo errore” amava ripetere don Oreste Benzi fondatore della comunità papa Giovanni XXIII, proponendo una verità fondamentale che no si può ridurre la dignità di una persona a quello che è stato un suo sbaglio. L’errore è un episodio della vita non il racconto di una vita intera. Da tutti gli. Errori si può guarire perché nessuno, in genere, sbaglia senza una ragione che no giustifica mai il male compiuto ma lo fa comprendere cercando di soccorrere chi lo ha messo in atto.
“Qui entra l’uomo, il delitto rimane fuori” così è scritto nelle carceri brasiliane gestite dalle APAC.
Nessuno è irrecuperabile. La pedagogia dell’incontro, dell’ascolto, della condivisione, del lavoro, della fede, ha dimostrato in diversi ambiti e per molte persone che c’è la possibilità del recupero, del reinserimento. Ridare fiducia, riscoprire il valore intangibile della persona che non può essere né seppellita ne dimenticata o offuscata dal crimine commesso è un percorso di crescita che si può proporre a chi l’ha dimenticato o imbrattato col suo comportamento lesivo nei confronti del prossimo e di se stesso procurando si la vita carceraria come tempo di detenzione e di allontanamento dalla vita sociale, lavorativa, familiare. Bisogna assassinare il crimine e salvare l’ho, sempre e ad ogni costo. Una persona che sbaglia non è una brutta copia da cestinare, un errore irreparabile da rottamare, ma una persona da recuperare. Le armi sono tante, le opportunità reali poche. Non basta arrestare, ammanettare, giudicare, condannare per illudersi d’aver risolto un problema. Se alla base di ogni intervento nella vita di una persona non c’è il recupero ogni scelta e fallimento, ogni azione è solo giustizialismo. Difatti in questa mostra delle carceri brasiliane il detenuto viene definito, giustamente, “RECUPERANDO”. “La misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, e’ anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà” (Papa Francesco).
 Un ruolo importante lo svolge la possibilità di lavoro che l’esperienza APAC favorisce per ogni recuperando. Le statistiche dicono che  quando c’è la possibilità di un lavoro, o all’interno del carcere, o all’esterno, quando è come è possibile, i detenuti recidivanti scendono da 90 al 2 per cento dal 90 al 2 per cento. Segno evidente che un detenuto no può semplicemente essere p archeggiato in una cella, casomai sovraffollata, ma dargli, offrirli una possibilità di  esprimersi lavorativamente, per farlo uscire dalla spirale delinquenziale e immetterlo nel flusso positivo e produttivo della società dopo aver recuperato se stesso.
“Con la misericordia e il perdono Dio va oltre la giustizia, la ingloba e la supera in un evento superiore, nel quale si sperimenta l’amore, che è a fondamento di una vera giustizia. (…) con la misericordia la giustizia è più giusta, realizza davvero. Se stessa. Questo non significa essere di manica larga, nel senso di spalancare le porte delle carceri a chi si ne macchiato di. Reati gravi. significa che dobbiamo aiutare a non rimanere a terra coloro che sono caduti. È’ difficile metterlo in pratica, perché a volte preferiamo rinchiudere qualcuno in carcere per tutta la. Vita, piuttosto che cercare di recuperarlo, aiutandolo a reinserirsi nella società. (Papa Francesco, il nome di Dio e’ misericordia, 2016). Ancora una volta la voce del Papa, per chi glielo permette, illumina il cammino, orienta le coscienze,  stimola le azioni ispirate alla sensibilità umana prima ancora che religiosa.
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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".
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L’uomo non è il suo errore. “Tu non è una cosa o un coso, è un altro io”

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Il testo per oggi. Un’analisi del mondo. Della detenzione attraverso una mostra sulle carceri brasiliane.

Il meeting oltre che essere una esperienza di cultura, di incontri, approfondimenti e’, senz’altro,  anche un’occasione per ricevere provocazioni e proposte. In genere oltre le relazioni cattedratiche, esperienziali, esistenziali, gli approfondimenti tematici, un ruolo importante è molto sfruttato lo svolgono le interessanti e periziate mostre che vengono proposte. Quest’anno in risposta alla tematica generale: “Tu sei una bene per me”, sono state allestite diverse mostre. Una particolarmente interessante tocca il mondo della detenzione accendendo i fari sull’interrogativo sempre presente nel cuore dei giustizialisti, perché cercare di redimere coloro che hanno sbagliato e sono stati condannati a motivo dei loro errori? “Dall’amore nessuno fugge. L’esperienza delle APAC (Amando o Proximo Amaras a Cristo – Amando il Prossimo Amerai Cristo) in Brasile” cerca di rispondere a questa domanda motivando le ragioni del donare tempo spazio e  amore a coloro che abitano le carceri in generale è in modo particolare quelle brasiliane. Intanto è bene precisare che un carcere no è una discarica sociale dove si depositano coloro che sono di disturbo alla società a motivo delle loro colpe, dei loro errori. “L’uomo non è il suo errore” amava ripetere don Oreste Benzi fondatore della comunità papa Giovanni XXIII, proponendo una verità fondamentale che no si può ridurre la dignità di una persona a quello che è stato un suo sbaglio. L’errore è un episodio della vita non il racconto di una vita intera. Da tutti gli. Errori si può guarire perché nessuno, in genere, sbaglia senza una ragione che no giustifica mai il male compiuto ma lo fa comprendere cercando di soccorrere chi lo ha messo in atto.
“Qui entra l’uomo, il delitto rimane fuori” così è scritto nelle carceri brasiliane gestite dalle APAC.
Nessuno è irrecuperabile. La pedagogia dell’incontro, dell’ascolto, della condivisione, del lavoro, della fede, ha dimostrato in diversi ambiti e per molte persone che c’è la possibilità del recupero, del reinserimento. Ridare fiducia, riscoprire il valore intangibile della persona che non può essere né seppellita ne dimenticata o offuscata dal crimine commesso è un percorso di crescita che si può proporre a chi l’ha dimenticato o imbrattato col suo comportamento lesivo nei confronti del prossimo e di se stesso procurando si la vita carceraria come tempo di detenzione e di allontanamento dalla vita sociale, lavorativa, familiare. Bisogna assassinare il crimine e salvare l’ho, sempre e ad ogni costo. Una persona che sbaglia non è una brutta copia da cestinare, un errore irreparabile da rottamare, ma una persona da recuperare. Le armi sono tante, le opportunità reali poche. Non basta arrestare, ammanettare, giudicare, condannare per illudersi d’aver risolto un problema. Se alla base di ogni intervento nella vita di una persona non c’è il recupero ogni scelta e fallimento, ogni azione è solo giustizialismo. Difatti in questa mostra delle carceri brasiliane il detenuto viene definito, giustamente, “RECUPERANDO”. “La misericordia di Dio, capace di trasformare i cuori, e’ anche in grado di trasformare le sbarre in esperienza di libertà” (Papa Francesco).
 Un ruolo importante lo svolge la possibilità di lavoro che l’esperienza APAC favorisce per ogni recuperando. Le statistiche dicono che  quando c’è la possibilità di un lavoro, o all’interno del carcere, o all’esterno, quando è come è possibile, i detenuti recidivanti scendono da 90 al 2 per cento dal 90 al 2 per cento. Segno evidente che un detenuto no può semplicemente essere p archeggiato in una cella, casomai sovraffollata, ma dargli, offrirli una possibilità di  esprimersi lavorativamente, per farlo uscire dalla spirale delinquenziale e immetterlo nel flusso positivo e produttivo della società dopo aver recuperato se stesso.
“Con la misericordia e il perdono Dio va oltre la giustizia, la ingloba e la supera in un evento superiore, nel quale si sperimenta l’amore, che è a fondamento di una vera giustizia. (…) con la misericordia la giustizia è più giusta, realizza davvero. Se stessa. Questo non significa essere di manica larga, nel senso di spalancare le porte delle carceri a chi si ne macchiato di. Reati gravi. significa che dobbiamo aiutare a non rimanere a terra coloro che sono caduti. È’ difficile metterlo in pratica, perché a volte preferiamo rinchiudere qualcuno in carcere per tutta la. Vita, piuttosto che cercare di recuperarlo, aiutandolo a reinserirsi nella società. (Papa Francesco, il nome di Dio e’ misericordia, 2016). Ancora una volta la voce del Papa, per chi glielo permette, illumina il cammino, orienta le coscienze,  stimola le azioni ispirate alla sensibilità umana prima ancora che religiosa.

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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".
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