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L’uomo che non aveva mai pregato

Storie

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Era sul letto di morte quando tutto accadde

Stava per morire: nel sorriso artificiale di tutti, che cercavano di ingannarlo annunciandogli un miglioramento, vedeva che stava per morire.

Non aveva fede, né carità, né speranza.

Non aveva mai pregato e se ne vantava, come di un’impresa: non era attaccato alla vita e non aveva paura della morte.

Nell’arco di un’ora, due, tre al massimo, avrebbe smesso di vivere.

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Chiese che si allontanassero per poter dormire un po’ e chiuse gli occhi.

Voleva spiare i minimi dettagli della sua morte: un’immensa curiosità, qualcosa di puerile, incredibile.

La curiosità dell’incredulo che aveva voluto deliberatamente costruire il proprio Dio per adorare la propria opera, che è come adorare se stessi. Alla fin fine, voleva vedere come si comportava quel Dio.

La sua malattia era un’anemia senza dolori, che gli lasciava lo spirito libero per spiare l’arrivo della morte. Voleva essere sveglio, perché se si fosse addormentato non si sarebbe risvegliato mai più.

Non aveva più fiducia neanche in se stesso, suo unico Dio.

Nel suo cervello si aggirava un dubbio fastidioso: al di là della tenda nera che si sarebbe poi aperta poteva esserci qualcosa di diverso da quello che aveva pensato? Per assistere all’ultimo minuto della sua vita e al primo della sua morte, con lucida comprensione, aveva rifiutato di assumere qualsiasi droga che potesse anestetizzarlo.

La sua curiosità iniziava a inquietarlo. Come si sarebbe trovato quando il braccio scheletrico della morte avesse spostato la tenda nera? Avrebbe visto quello che non aveva mai voluto vedere? Forse un Dio? Ma non un dio fatto dalle sue mani, ma quel Dio eterno, onnipotente, che non aveva mai pregato?

Aveva affermato talmente tante volte davanti agli uomini che Dio non serviva per comprendere le cose dell’universo che aveva finito per crederci, e se l’esistenza di Dio fosse dipesa da lui, ovvero se avesse avuto tra le mani il potere di cancellare dall’universo quel Dio superfluo, lo avrebbe fatto tranquillamente.

Pensò subito che morire non era passare dall’altro lato della tenda nera. Visto che non aveva la forza neanche per girarsi sull’altro fianco nel letto, morire sarebbe stato cadere in un abisso oscuro e affondare senza rumore in acque paludose che si sarebbero richiuse sulla sua testa.

Che fosse una cosa o l’altra, oltre quella tenda o nella profondità di quel terribile pantano, non si sarebbe imbattuto all’improvviso in quella Luce che aveva spento nel mondo, Luce che gli avrebbe chiarito le cose che non avrebbe più potuto cambiare perché il suo tempo era ormai finito?

Un sudore gelato lo avvolse, e la lingua gli si incollò al palato.

Cercò di gridare e di chiedere che gli portassero qualcuno con cui parlare in segreto in quegli ultimi minuti in cui poteva ancora cambiare il suo destino nell’eternità, ma dalla sua gola non uscì altro che un rantolo.

Era ancora vivo. Sentì qualcuno che lo diceva toccandogli il polso.

Sì, era vivo e voleva che capissero che aveva bisogno di quello che aveva sempre rifiutato, a volte con scherno e disprezzo e altre con un odio e una furia tali che nessuno gliel’avrebbe proposto. E la sua lingua era già morta.

Si ricordò che apparteneva a una società di increduli che si erano impegnati a non chiedere aiuto religioso al momento della morte e a non rispondere alle richieste in quella situazione, perché sarebbe stato un segno di indebolimento cerebrale. Si tiravano indietro in anticipo da quella possibile debolezza quando erano ancora nel pieno dominio delle loro facoltà mentali e della loro volontà.

Era prigioniero e circondato da amici che non lo avrebbero ascoltato, anche se avesse gridato per tutta la notte.

Aveva rinnegato la Luce, e la Luce si era ritirata da lui. Aveva peccato contro lo Spirito.

Con le sue stesse mani si era costruito il proprio dio, un dio in cui non credeva già più. E ora non non aveva più paura, se non di quello che avrebbe incontrato. Oh, se avesse potuto essere certo che dopo la morte non esisteva nulla! Ed ecco che lui, predicatore del Nulla, ora credeva di aver mentito agli altri e a se stesso.

Sentì il medico dire a voce bassissima “È già morto!”

E quella sentenza prematura gelò in tal modo il suo cuore senza carità che non riuscì a uscirgli neanche un unico pensiero cristiano. Il tempo era finito. Lanciò un grido spaventoso, che non riuscì a uscirgli dalla gola, e cadde nell’acqua nera e pestilenziale.

L’oscurità era immensa, al punto che a confronto le tenebre più grandi del mondo sarebbero sembrate luminose.

In quel momento sentì la voce di un angelo che cantava il Nome che è al di sopra di ogni nome, quello di Nostro Signore Gesù Cristo. E avvenne ciò che ha detto San Paolo, che sentendo il nome di Gesù ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e agli inferi.

E si aprì la porta di bronzo che non viene fusa da alcun fuoco, e l’uomo che non aveva mai pregato per non inginocchiarsi davanti a nessuno entrò in ginocchio all’inferno.

Lì l’oscurità era molto più densa, ma gli occhi del condannato l’attraversavano come frecce rosse, e videro che lì era penetrata la voce dell’angelo, e quel mondo di mancanza di penitenza lo ascoltava in ginocchio. E oltre, molto più oltre, vide quello che per tutta l’eternità sarebbe stato il suo re e signore, circondato da una moltitudine di ombre pallide, molto tristi, inginocchiate. E capì che il diavolo formava la sua scorta preferita con coloro che non avevano mai pregato e che si inginocchiavano solo all’inferno.

E capì anche una cosa terribile: che nessuno di loro era stato davvero ateo. Tutti, nel segreto della loro ostinazione, avevano creduto in Dio, ma non avevano confessato per non umiliarsi davanti a Lui. Ora, piegando le ginocchia con il loro terribile stridore di ossa, provavano il peggiore dei tormenti dell’inferno * [*la privazione di Dio], ma la loro ostinazione era così grande che se avessero potuto fuggire da qualche pertugio delle porte nessuno di loro si sarebbe pentito, per non pregare colui che non avevano mai pregato.

Le loro anime erano irrimediabilmente aride per l’Amore che nasce nella preghiera umile.

La sua disperazione fu così terribile che diede un grido e sentì il medico dire: “Mi sono sbagliato! È ancora vivo! Ma poi morirà”.

Capì che aveva sognato quegli orrori e si pentì. Con uno sforzo disperato riuscì ad articolare queste parole:

“Portatemi un sacerdote!”

Una povera impiegata, che non aveva aderito al giuramento degli increduli, gli portò il sacerdote, la cui mano consacrata spezzò la corazza di argilla che avvolgeva il suo cuore. I suoi peccati si staccarono dalla sua anima, come squame, e per la prima volta pregò.

Morì un’ora dopo ed entrò in Cielo in ginocchio, piangendo di gioia. E poté vedere il volto di Dio.

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Stava per morire: nel sorriso artificiale di tutti, che cercavano di ingannarlo annunciandogli un miglioramento, vedeva che stava per morire.

Non aveva fede, né carità, né speranza.

Non aveva mai pregato e se ne vantava, come di un’impresa: non era attaccato alla vita e non aveva paura della morte.

Nell’arco di un’ora, due, tre al massimo, avrebbe smesso di vivere.

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Voleva spiare i minimi dettagli della sua morte: un’immensa curiosità, qualcosa di puerile, incredibile.

La curiosità dell’incredulo che aveva voluto deliberatamente costruire il proprio Dio per adorare la propria opera, che è come adorare se stessi. Alla fin fine, voleva vedere come si comportava quel Dio.

La sua malattia era un’anemia senza dolori, che gli lasciava lo spirito libero per spiare l’arrivo della morte. Voleva essere sveglio, perché se si fosse addormentato non si sarebbe risvegliato mai più.

Non aveva più fiducia neanche in se stesso, suo unico Dio.

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La sua curiosità iniziava a inquietarlo. Come si sarebbe trovato quando il braccio scheletrico della morte avesse spostato la tenda nera? Avrebbe visto quello che non aveva mai voluto vedere? Forse un Dio? Ma non un dio fatto dalle sue mani, ma quel Dio eterno, onnipotente, che non aveva mai pregato?

Aveva affermato talmente tante volte davanti agli uomini che Dio non serviva per comprendere le cose dell’universo che aveva finito per crederci, e se l’esistenza di Dio fosse dipesa da lui, ovvero se avesse avuto tra le mani il potere di cancellare dall’universo quel Dio superfluo, lo avrebbe fatto tranquillamente.

Pensò subito che morire non era passare dall’altro lato della tenda nera. Visto che non aveva la forza neanche per girarsi sull’altro fianco nel letto, morire sarebbe stato cadere in un abisso oscuro e affondare senza rumore in acque paludose che si sarebbero richiuse sulla sua testa.

Che fosse una cosa o l’altra, oltre quella tenda o nella profondità di quel terribile pantano, non si sarebbe imbattuto all’improvviso in quella Luce che aveva spento nel mondo, Luce che gli avrebbe chiarito le cose che non avrebbe più potuto cambiare perché il suo tempo era ormai finito?

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Un sudore gelato lo avvolse, e la lingua gli si incollò al palato.

Cercò di gridare e di chiedere che gli portassero qualcuno con cui parlare in segreto in quegli ultimi minuti in cui poteva ancora cambiare il suo destino nell’eternità, ma dalla sua gola non uscì altro che un rantolo.

Era ancora vivo. Sentì qualcuno che lo diceva toccandogli il polso.

Sì, era vivo e voleva che capissero che aveva bisogno di quello che aveva sempre rifiutato, a volte con scherno e disprezzo e altre con un odio e una furia tali che nessuno gliel’avrebbe proposto. E la sua lingua era già morta.

Si ricordò che apparteneva a una società di increduli che si erano impegnati a non chiedere aiuto religioso al momento della morte e a non rispondere alle richieste in quella situazione, perché sarebbe stato un segno di indebolimento cerebrale. Si tiravano indietro in anticipo da quella possibile debolezza quando erano ancora nel pieno dominio delle loro facoltà mentali e della loro volontà.

Era prigioniero e circondato da amici che non lo avrebbero ascoltato, anche se avesse gridato per tutta la notte.

Aveva rinnegato la Luce, e la Luce si era ritirata da lui. Aveva peccato contro lo Spirito.

Con le sue stesse mani si era costruito il proprio dio, un dio in cui non credeva già più. E ora non non aveva più paura, se non di quello che avrebbe incontrato. Oh, se avesse potuto essere certo che dopo la morte non esisteva nulla! Ed ecco che lui, predicatore del Nulla, ora credeva di aver mentito agli altri e a se stesso.

Sentì il medico dire a voce bassissima “È già morto!”

E quella sentenza prematura gelò in tal modo il suo cuore senza carità che non riuscì a uscirgli neanche un unico pensiero cristiano. Il tempo era finito. Lanciò un grido spaventoso, che non riuscì a uscirgli dalla gola, e cadde nell’acqua nera e pestilenziale.

L’oscurità era immensa, al punto che a confronto le tenebre più grandi del mondo sarebbero sembrate luminose.

In quel momento sentì la voce di un angelo che cantava il Nome che è al di sopra di ogni nome, quello di Nostro Signore Gesù Cristo. E avvenne ciò che ha detto San Paolo, che sentendo il nome di Gesù ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e agli inferi.

E si aprì la porta di bronzo che non viene fusa da alcun fuoco, e l’uomo che non aveva mai pregato per non inginocchiarsi davanti a nessuno entrò in ginocchio all’inferno.

Lì l’oscurità era molto più densa, ma gli occhi del condannato l’attraversavano come frecce rosse, e videro che lì era penetrata la voce dell’angelo, e quel mondo di mancanza di penitenza lo ascoltava in ginocchio. E oltre, molto più oltre, vide quello che per tutta l’eternità sarebbe stato il suo re e signore, circondato da una moltitudine di ombre pallide, molto tristi, inginocchiate. E capì che il diavolo formava la sua scorta preferita con coloro che non avevano mai pregato e che si inginocchiavano solo all’inferno.

E capì anche una cosa terribile: che nessuno di loro era stato davvero ateo. Tutti, nel segreto della loro ostinazione, avevano creduto in Dio, ma non avevano confessato per non umiliarsi davanti a Lui. Ora, piegando le ginocchia con il loro terribile stridore di ossa, provavano il peggiore dei tormenti dell’inferno * [*la privazione di Dio], ma la loro ostinazione era così grande che se avessero potuto fuggire da qualche pertugio delle porte nessuno di loro si sarebbe pentito, per non pregare colui che non avevano mai pregato.

Le loro anime erano irrimediabilmente aride per l’Amore che nasce nella preghiera umile.

La sua disperazione fu così terribile che diede un grido e sentì il medico dire: “Mi sono sbagliato! È ancora vivo! Ma poi morirà”.

Capì che aveva sognato quegli orrori e si pentì. Con uno sforzo disperato riuscì ad articolare queste parole:

“Portatemi un sacerdote!”

Una povera impiegata, che non aveva aderito al giuramento degli increduli, gli portò il sacerdote, la cui mano consacrata spezzò la corazza di argilla che avvolgeva il suo cuore. I suoi peccati si staccarono dalla sua anima, come squame, e per la prima volta pregò.

Morì un’ora dopo ed entrò in Cielo in ginocchio, piangendo di gioia. E poté vedere il volto di Dio.

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