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L’ultima “profezia” di Carlo Carretto: abbracciate sempre la Chiesa, nonostante gli scandali

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Breve storia del religioso scomodo e tanto amato che denunciava i mali dell’istituzione ecclesiastica

Carlo Carretto prima di lasciare la vita terrena ci aveva consegnato il suo testamento spirituale. La sua ultima profezia, amare e servire la Chiesa nel bene e nel male, nonostante i mali e le tante cose che non funzionavano, denunciate a gran voce nel corso della sua esistenza.

Un’esistenza scomoda sicuramente quella di fratel Carlo (1910-1988), che dal suo eremo di Spello in Umbria pungeva l’istituzione ecclesiastica quando non camminava nella direzione da lui auspicata. Tante posizioni critiche nei confronti del divorzio, del celibato sacerdotale, dell’indissolubilità del matrimonio, che sono riportate da Gianni Di Santo in “Carlo Carretto. Il profeta di Spello” (edizioni San Paolo).

LE TRE “CHIAMATE”

Anima critica, fratel Carlo poiché segnato da una vocazione autentica, che si è manifestata in tre occasioni. La prima, a 18 anni, determinò la sua conversione, «quando mi inginocchiai davanti a un vecchio missionario, di cui ricordo gli occhi chiari e semplici, per esporre la mia confessione, avvertii nel silenzio dell’anima il passaggio di Dio». La seconda volta fu a 23 anni, quando incontrò il medico Luigi Gedda. La terza, l’ultima, arriva a 44 anni. La chiamata alla vita contemplativa nel deserto del Sahara, in una fraternità nel cuore dell’Algeria.

L’INCONTRO CON DIO NEL DESERTO

«Carlo lascia tutto – spiega l’autore de “Il profeta di Spello” – intraprende la via del deserto. La chiamata all’amore universale e intimo con il proprio Dio è più forte di qualsiasi ricordo che lascia in Italia. Buttarsi a peso morto sulla sabbia del deserto, respirarne il calore, la solitudine e il suo splendore. Il Maestro dei novizi della fraternità è categorico: deve disfarsi al più presto della sua agenda, quella dove sono annotati tutti gli indirizzi della Roma che conta. E Carlo lo fa subito. È il segno del distacco con quanto era prima e quanto aveva prima. Nella quiete della tenda impara a pregare, a riparare scarpe, a cercare acqua, a fare il pane».

«Qui si prega sul serio – scrive Carlo in “Lettera dal deserto”, la sua opera principale -. È come se ci avessero ridotti all’unico pozzo esistente nel deserto: o bere o morire, e il pozzo è la preghiera».

L’ULTIMA PROFEZIA

Da quel momento Carlo non smetterà mai i suoi viaggi, i ritiri nel deserto. Un’immensa attività di preghiera, di contatti e di conferenze lo prende ogni giorno di più. Fino a quando le sue condizioni di salute si aggravano. Il “profeta di Spello” era stato colpito da una leucemia che non gli dava tregua. La sua “profezia” più toccante, avviene proprio quando sente che l’energia vitale sta per venire meno. E consiste nell’abbraccio finale alla sua Chiesa.

LE TENTAZIONI DI FRATEL CARLO

Così, il 4 febbraio 1987, dal letto dell’ospedale del Fatebenefratelli a Roma, rilascia un’intervista densa di umanità indirizzata all’amata Chiesa.

«Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità! Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso, e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello. Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure. No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente».

IL MISTERO DI CRISTO

Fratel Carlo spiega come «il mistero della Chiesa di Cristo, vero impenetrabile mistero». ha «il potere di darmi la santità ed è fatta tutta quanta, dal primo all’ultimo, di soli peccatori, e che peccatori! Ha la fede onnipotente e invincibile di rinnovare il mistero eucaristico, ed è composta di uomini deboli che brancolano nel buio e che si battono ogni giorno contro la tentazione di perdere la fede. Porta un messaggio di pura trasparenza ed è incarnata in una pasta sporca, come è sporco il mondo. Parla della dolcezza del Maestro, della sua non-violenza, e nella storia ha mandato eserciti a sbudellare infedeli e torturare eresiarchi. Trasmette un messaggio di evangelica povertà, e non fa che cercare denaro e alleanze con i potenti».

IL CEMENTO DELLO SPIRITO SANTO

Quando era giovane, osserva il “profeta” di Spello, «non capivo perché Gesù, nonostante il rinnegamento di Pietro, lo volle capo, suo successore, primo papa. Ora non mi stupisco più e comprendo sempre meglio che aver fondato la Chiesa sulla tomba di un traditore, di un uomo che si spaventa per le chiacchiere di una serva, era un avvertimento continuo per mantenere ognuno di noi nell’umiltà e nella coscienza della propria fragilità. No, non vado fuori di questa Chiesa fondata su una pietra così debole, perché ne fonderei un’altra su una pietra ancora più debole che sono io».

E poi, si domandava, «cosa contano le pietre? Ciò che conta è il cemento che unisce le pietre, che è lo Spirito Santo».

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Carlo Carretto prima di lasciare la vita terrena ci aveva consegnato il suo testamento spirituale. La sua ultima profezia, amare e servire la Chiesa nel bene e nel male, nonostante i mali e le tante cose che non funzionavano, denunciate a gran voce nel corso della sua esistenza.

Un’esistenza scomoda sicuramente quella di fratel Carlo (1910-1988), che dal suo eremo di Spello in Umbria pungeva l’istituzione ecclesiastica quando non camminava nella direzione da lui auspicata. Tante posizioni critiche nei confronti del divorzio, del celibato sacerdotale, dell’indissolubilità del matrimonio, che sono riportate da Gianni Di Santo in “Carlo Carretto. Il profeta di Spello” (edizioni San Paolo).

LE TRE “CHIAMATE”

Anima critica, fratel Carlo poiché segnato da una vocazione autentica, che si è manifestata in tre occasioni. La prima, a 18 anni, determinò la sua conversione, «quando mi inginocchiai davanti a un vecchio missionario, di cui ricordo gli occhi chiari e semplici, per esporre la mia confessione, avvertii nel silenzio dell’anima il passaggio di Dio». La seconda volta fu a 23 anni, quando incontrò il medico Luigi Gedda. La terza, l’ultima, arriva a 44 anni. La chiamata alla vita contemplativa nel deserto del Sahara, in una fraternità nel cuore dell’Algeria.

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«Carlo lascia tutto – spiega l’autore de “Il profeta di Spello” – intraprende la via del deserto. La chiamata all’amore universale e intimo con il proprio Dio è più forte di qualsiasi ricordo che lascia in Italia. Buttarsi a peso morto sulla sabbia del deserto, respirarne il calore, la solitudine e il suo splendore. Il Maestro dei novizi della fraternità è categorico: deve disfarsi al più presto della sua agenda, quella dove sono annotati tutti gli indirizzi della Roma che conta. E Carlo lo fa subito. È il segno del distacco con quanto era prima e quanto aveva prima. Nella quiete della tenda impara a pregare, a riparare scarpe, a cercare acqua, a fare il pane».

«Qui si prega sul serio – scrive Carlo in “Lettera dal deserto”, la sua opera principale -. È come se ci avessero ridotti all’unico pozzo esistente nel deserto: o bere o morire, e il pozzo è la preghiera».

L’ULTIMA PROFEZIA

Da quel momento Carlo non smetterà mai i suoi viaggi, i ritiri nel deserto. Un’immensa attività di preghiera, di contatti e di conferenze lo prende ogni giorno di più. Fino a quando le sue condizioni di salute si aggravano. Il “profeta di Spello” era stato colpito da una leucemia che non gli dava tregua. La sua “profezia” più toccante, avviene proprio quando sente che l’energia vitale sta per venire meno. E consiste nell’abbraccio finale alla sua Chiesa.

LE TENTAZIONI DI FRATEL CARLO

Così, il 4 febbraio 1987, dal letto dell’ospedale del Fatebenefratelli a Roma, rilascia un’intervista densa di umanità indirizzata all’amata Chiesa.

«Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità! Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso, e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello. Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure. No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente».

IL MISTERO DI CRISTO

Fratel Carlo spiega come «il mistero della Chiesa di Cristo, vero impenetrabile mistero». ha «il potere di darmi la santità ed è fatta tutta quanta, dal primo all’ultimo, di soli peccatori, e che peccatori! Ha la fede onnipotente e invincibile di rinnovare il mistero eucaristico, ed è composta di uomini deboli che brancolano nel buio e che si battono ogni giorno contro la tentazione di perdere la fede. Porta un messaggio di pura trasparenza ed è incarnata in una pasta sporca, come è sporco il mondo. Parla della dolcezza del Maestro, della sua non-violenza, e nella storia ha mandato eserciti a sbudellare infedeli e torturare eresiarchi. Trasmette un messaggio di evangelica povertà, e non fa che cercare denaro e alleanze con i potenti».

IL CEMENTO DELLO SPIRITO SANTO

Quando era giovane, osserva il “profeta” di Spello, «non capivo perché Gesù, nonostante il rinnegamento di Pietro, lo volle capo, suo successore, primo papa. Ora non mi stupisco più e comprendo sempre meglio che aver fondato la Chiesa sulla tomba di un traditore, di un uomo che si spaventa per le chiacchiere di una serva, era un avvertimento continuo per mantenere ognuno di noi nell’umiltà e nella coscienza della propria fragilità. No, non vado fuori di questa Chiesa fondata su una pietra così debole, perché ne fonderei un’altra su una pietra ancora più debole che sono io».

E poi, si domandava, «cosa contano le pietre? Ciò che conta è il cemento che unisce le pietre, che è lo Spirito Santo».

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