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L’omaggio di Papa Francesco ai due preti scomodi che dissero no alla guerra

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ANDREA TORNIELLI

CITTÀ DEL VATICANO

Poche ore, lo spazio di una mattinata per un blitz in elicottero tra la Bassa mantovana e il Mugello. Una visita privata, i cui momenti salienti non saranno i discorsi, ma la preghiera silenziosa sulla tomba di due preti italiani: don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967), in occasione del cinquantesimo della morte di quest’ultimo. Entrambi, in modi diversi, anticonformisti e profetici. Entrambi incompresi e puniti dalle gerarchie ecclesiastiche. Entrambi capaci di incarnare il Vangelo nella sua radicalità, pagandone il prezzo di persona e rimanendo obbedientissimi. 

 

 

Si è parlato di «riabilitazione», ma l’omaggio silenzioso a due testimoni del Novecento che questa mattina renderà il Papa argentino non è innanzitutto uno sguardo sul passato. Tanto più che né don Mazzolari – per il quale si aprirà in autunno il processo di beatificazione – né don Milani – la cui opera è stata riconosciuta e che viene definito «santo non canonizzato» dall’attuale presidente della Cei Gualtiero Bassetti – sembrano averne bisogno. La visita sulle loro tombe nell’ultimo giorno di questa calda primavera rappresenta piuttosto l’indicazione di due modelli di vita sacerdotale, due preti totalmente dediti alla loro gente. 

 

Uniti, tra l’altro, anche dalla comune consapevolezza che nell’epoca contemporanea la classica dottrina sulla «guerra giusta» andava rivista perché con le armi di distruzione di massa sempre più sofisticate i cristiani dovevano impegnarsi contro la guerra e per la giustizia, come scriveva nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari, prete partigiano. «Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra – scriveva – è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra».  

 

Ma le sintonie tra Francesco e Mazzolari sono anche sulla misericordia e sull’attenzione ai poveri. Un anno fa Bergoglio, parlando della necessità di andare incontro alle persone qualunque sia la loro condizione, aveva detto: «Don Primo Mazzolari fece un bel discorso su questo, era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». 

 

Forte e provocatorio anche il no alla guerra di don Milani, che quando già era ammalato del tumore che l’avrebbe ucciso, venne processato per aver scritto una «Lettera ai cappellani militari» nella quale metteva in luce che tutte le guerre erano state inutili e ingiuste, fatta eccezione per la guerra della resistenza. Anche di don Milani, esiliato come priore a Barbiana in una piccola chiesa parrocchiale con 84 persone residenti, una zona senza luce né acqua corrente, Papa Francesco ha già parlato. 

 

In un recente video-messaggio, dopo aver ricordato l’esperimento originale della scuola a tempo pieno per i ragazzi poveri, ha detto: «Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani». Sia don Milani che don Mazzolari amavano profondamente Cristo e la sua Chiesa. E sapevano trarre dal Vangelo vissuto parole che non hanno perso la loro attualità, come quelle scritte nel 1957 da Milani in Esperienze pastorali: «C’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né all’una né all’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca». Come non pensarle oggi applicabili a chi profana il nome di Dio uccidendo innocenti? 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Poche ore, lo spazio di una mattinata per un blitz in elicottero tra la Bassa mantovana e il Mugello. Una visita privata, i cui momenti salienti non saranno i discorsi, ma la preghiera silenziosa sulla tomba di due preti italiani: don Primo Mazzolari (1890-1959) e don Lorenzo Milani (1923-1967), in occasione del cinquantesimo della morte di quest’ultimo. Entrambi, in modi diversi, anticonformisti e profetici. Entrambi incompresi e puniti dalle gerarchie ecclesiastiche. Entrambi capaci di incarnare il Vangelo nella sua radicalità, pagandone il prezzo di persona e rimanendo obbedientissimi. 

 

 

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Si è parlato di «riabilitazione», ma l’omaggio silenzioso a due testimoni del Novecento che questa mattina renderà il Papa argentino non è innanzitutto uno sguardo sul passato. Tanto più che né don Mazzolari – per il quale si aprirà in autunno il processo di beatificazione – né don Milani – la cui opera è stata riconosciuta e che viene definito «santo non canonizzato» dall’attuale presidente della Cei Gualtiero Bassetti – sembrano averne bisogno. La visita sulle loro tombe nell’ultimo giorno di questa calda primavera rappresenta piuttosto l’indicazione di due modelli di vita sacerdotale, due preti totalmente dediti alla loro gente. 

 

Uniti, tra l’altro, anche dalla comune consapevolezza che nell’epoca contemporanea la classica dottrina sulla «guerra giusta» andava rivista perché con le armi di distruzione di massa sempre più sofisticate i cristiani dovevano impegnarsi contro la guerra e per la giustizia, come scriveva nel 1955 in un saggio anonimo intitolato «Tu non uccidere» don Mazzolari, prete partigiano. «Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra – scriveva – è un punto oscuro dell’umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra».  

 

Ma le sintonie tra Francesco e Mazzolari sono anche sulla misericordia e sull’attenzione ai poveri. Un anno fa Bergoglio, parlando della necessità di andare incontro alle persone qualunque sia la loro condizione, aveva detto: «Don Primo Mazzolari fece un bel discorso su questo, era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito, andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere». 

 

Forte e provocatorio anche il no alla guerra di don Milani, che quando già era ammalato del tumore che l’avrebbe ucciso, venne processato per aver scritto una «Lettera ai cappellani militari» nella quale metteva in luce che tutte le guerre erano state inutili e ingiuste, fatta eccezione per la guerra della resistenza. Anche di don Milani, esiliato come priore a Barbiana in una piccola chiesa parrocchiale con 84 persone residenti, una zona senza luce né acqua corrente, Papa Francesco ha già parlato. 

 

In un recente video-messaggio, dopo aver ricordato l’esperimento originale della scuola a tempo pieno per i ragazzi poveri, ha detto: «Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani». Sia don Milani che don Mazzolari amavano profondamente Cristo e la sua Chiesa. E sapevano trarre dal Vangelo vissuto parole che non hanno perso la loro attualità, come quelle scritte nel 1957 da Milani in Esperienze pastorali: «C’è una legge che gli uomini non hanno forse ancora ben scritta nei loro codici, ma che è scritta nel loro cuore. Una gran parte dell’umanità la chiama legge di Dio, l’altra parte la chiama legge della Coscienza. Quelli che non credono né all’una né all’altra non sono che un’infima minoranza malata. Sono i cultori dell’obbedienza cieca». Come non pensarle oggi applicabili a chi profana il nome di Dio uccidendo innocenti? 

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