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Lo sciopero di “Maria 2.0”

Le donne cattoliche tedesche hanno attuato nei giorni scorsi uno sciopero di protesta, denominata “Maria 2.0”.

- Advertisement -
di: Antonio Dall’Osto (a cura)

Le donne cattoliche tedesche hanno attuato nei giorni scorsi uno sciopero di protesta, denominata “Maria 2.0”, per far pressione sui vescovi e, indirettamente, sul papa, per ottenere l’accesso agli ordini sacri del sacerdozio e del diaconato. Per sette giorni non hanno più messo piede in chiesa. Nonostante l’ampia adesione, il loro gesto è destinato tuttavia a non avere alcun successo, come spiega in un’intervista il canonista di Freiburg, prof. Georg Bier. Ha tuttavia il merito di esprimere un’inquietudine che riguarda il posto della donna in una Chiesa ancora troppo maschilista.

In Germania – come negli Stati Uniti e in altri paesi – già da diverso tempo si è accentuata la discussione non solo sul problema degli abusi nella Chiesa, ma anche sulla possibilità di consentire alle donne di accedere ai ministeri ordinati del sacerdozio e del diaconato.

Il problema ha avuto un momento culminante la scorsa settimana, dall’11 al 18 maggio, con lo sciopero delle donne cattoliche decise a non mettere piede in Chiesa per quei giorni, indetto dal movimento “Maria 2.0”, per protestare – come sostengono – contro «le intollerabili situazioni» presenti nella Chiesa cattolica circa gli abusi e la situazione delle donne, escluse dai ministeri ordinati.

L’iniziativa, nata nella diocesi di Münster, ha avuto un grande successo in tutte le diocesi della Germania, soprattutto fra le donne. Vi hanno aderito anche la Katholische Frauengemeinschaft  (KFD) e la Katholische Deutsche Frauenbund (KDFB), ma è stata scarsa – e lo si può capire – la partecipazione dei giovani.

Alle origini della protesta

Tutto era cominciato con una lettera aperta al papa in occasione del vertice sui minori del 21-24 febbraio scorso, in cui si denunciava il fatto degli abusi e del loro occultamento, ma si chiedeva anche l’accesso delle donne agli uffici ministeriali della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio e un ripensamento della morale sessuale della Chiesa più orientato verso la vita vissuta della gente.

Una delle promotrici dell’iniziativa “Maria 2.0”, Elisabet Kötter, ha affermato: «L’elogio delle donne è volentieri celebrato dagli uomini di Chiesa, ma poi decidono da soli dove le donne potrebbero mettere a frutto i loro talenti nella Chiesa. In mezzo a loro, essi tollerano solo una donna: Maria. Sul piedestallo. Quello è il suo posto. E deve solo tacere. Togliamola dal piedestallo e mettiamola in mezzo a noi, come sorella che guarda nella nostra stessa direzione».

Più decisa ancora Ruth Koch che, sul giornale della diocesi di Münster, scrive: «Da circa 2000 anni, nella nostra Chiesa cattolica, il settore maschile ha determinato la sorte dei fedeli, privando metà dell’umanità della possibilità di accedere all’uguaglianza, alla co-determinazione e ai ministeri nella Chiesa, con argomenti dei tempi antichi, a tutti i livelli, siano essi biologici, teologici o filosofici, non più accettabili.

Anche per questa ragione sono sicura che, per decenni, sono stati commessi abusi di potere, disprezzo e ferite, tollerati e dissimulati in nome di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha avvicinato a Dio e alla buona novella del suo amore incondizionato.

Cosa inaudita! Dove sta la nostra protesta? Certamente ora ci sono anche numerosi ecclesiastici che sono coinvolti nel trattamento e nella riparazione e chiedono e ed esigono un ripensamento anche del “problema delle donne”. È un fatto positivo, ma non basta. Noi donne siamo da lungo tempo educate ad essere buone e a sopportare, a servire e a sottometterci. È tempo che le cose cambino. Le donne stanno alla porta. La nostra protesta vuole essere variegata, pacifica, creativa e ferma, e femminile. Nascono le prime idee. Per la nostra fede, contro gli abusi, per una Chiesa credibile e paritaria».

L’opinione dei vescovi

La Conferenza episcopale tedesca ha respinto lo sciopero e gran parte dei vescovi si sono dichiarati scettici su questa iniziativa, pur ammettendo di capire l’inquietudine delle donne. Piuttosto – è stato sottolineato – ci vuole dialogo e meno sciopero.

Il vescovo Franz-Joseph Bode, presidente della commissione epsicopale per la famiglia, ha definito invece l’iniziativa “Maria 2.0”, un «buon segno».

Mons. Rudolf Voderholzer, vescovo di Regensburg – recentemente chiamato dal papa a far parte della Congregazione per la dottrina della fede – ha sottolineato: «Non si va avanti neanche di un millimetro se raffazzoniamo la storia per giungere poi alla conclusione di permettere il sacerdozio alle donne».

Un altro vescovo, mons. Ulrich Neymeyr, di Erfurt, ha dichiarato di ritenere possibile l’accesso delle donne ai ministeri ordinati. A suo parere, è teologicamente pensabile… Occorre perciò riflettere dal punto di vista teologico, cioè «fino a che punto il sacerdozio è riservato agli uomini per poter rappresentare Cristo. Cosa significa questa rappresentazione: fin dove arriva? Deve riferirsi anche al sesso?». Ma – ha aggiunto – la Chiesa tedesca per quanto riguarda questo problema è legata alla Chiesa universale, mentre in altre parti del mondo – per esempio nell’Europa dell’est – le donne preti sono «ancora assolutamente inimmaginabili». Il legame con la Chiesa universale qui da noi è «forse piuttosto una catena». Il vescovo si è anche dichiarato favorevole all’ordinazione dei cosiddetti viri probati.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Le donne cattoliche tedesche hanno attuato nei giorni scorsi uno sciopero di protesta, denominata “Maria 2.0”.

  

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Le donne cattoliche tedesche hanno attuato nei giorni scorsi uno sciopero di protesta, denominata “Maria 2.0”, per far pressione sui vescovi e, indirettamente, sul papa, per ottenere l’accesso agli ordini sacri del sacerdozio e del diaconato. Per sette giorni non hanno più messo piede in chiesa. Nonostante l’ampia adesione, il loro gesto è destinato tuttavia a non avere alcun successo, come spiega in un’intervista il canonista di Freiburg, prof. Georg Bier. Ha tuttavia il merito di esprimere un’inquietudine che riguarda il posto della donna in una Chiesa ancora troppo maschilista.

In Germania – come negli Stati Uniti e in altri paesi – già da diverso tempo si è accentuata la discussione non solo sul problema degli abusi nella Chiesa, ma anche sulla possibilità di consentire alle donne di accedere ai ministeri ordinati del sacerdozio e del diaconato.

Il problema ha avuto un momento culminante la scorsa settimana, dall’11 al 18 maggio, con lo sciopero delle donne cattoliche decise a non mettere piede in Chiesa per quei giorni, indetto dal movimento “Maria 2.0”, per protestare – come sostengono – contro «le intollerabili situazioni» presenti nella Chiesa cattolica circa gli abusi e la situazione delle donne, escluse dai ministeri ordinati.

L’iniziativa, nata nella diocesi di Münster, ha avuto un grande successo in tutte le diocesi della Germania, soprattutto fra le donne. Vi hanno aderito anche la Katholische Frauengemeinschaft  (KFD) e la Katholische Deutsche Frauenbund (KDFB), ma è stata scarsa – e lo si può capire – la partecipazione dei giovani.

Alle origini della protesta

Tutto era cominciato con una lettera aperta al papa in occasione del vertice sui minori del 21-24 febbraio scorso, in cui si denunciava il fatto degli abusi e del loro occultamento, ma si chiedeva anche l’accesso delle donne agli uffici ministeriali della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio e un ripensamento della morale sessuale della Chiesa più orientato verso la vita vissuta della gente.

Una delle promotrici dell’iniziativa “Maria 2.0”, Elisabet Kötter, ha affermato: «L’elogio delle donne è volentieri celebrato dagli uomini di Chiesa, ma poi decidono da soli dove le donne potrebbero mettere a frutto i loro talenti nella Chiesa. In mezzo a loro, essi tollerano solo una donna: Maria. Sul piedestallo. Quello è il suo posto. E deve solo tacere. Togliamola dal piedestallo e mettiamola in mezzo a noi, come sorella che guarda nella nostra stessa direzione».

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Più decisa ancora Ruth Koch che, sul giornale della diocesi di Münster, scrive: «Da circa 2000 anni, nella nostra Chiesa cattolica, il settore maschile ha determinato la sorte dei fedeli, privando metà dell’umanità della possibilità di accedere all’uguaglianza, alla co-determinazione e ai ministeri nella Chiesa, con argomenti dei tempi antichi, a tutti i livelli, siano essi biologici, teologici o filosofici, non più accettabili.

Anche per questa ragione sono sicura che, per decenni, sono stati commessi abusi di potere, disprezzo e ferite, tollerati e dissimulati in nome di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha avvicinato a Dio e alla buona novella del suo amore incondizionato.

Cosa inaudita! Dove sta la nostra protesta? Certamente ora ci sono anche numerosi ecclesiastici che sono coinvolti nel trattamento e nella riparazione e chiedono e ed esigono un ripensamento anche del “problema delle donne”. È un fatto positivo, ma non basta. Noi donne siamo da lungo tempo educate ad essere buone e a sopportare, a servire e a sottometterci. È tempo che le cose cambino. Le donne stanno alla porta. La nostra protesta vuole essere variegata, pacifica, creativa e ferma, e femminile. Nascono le prime idee. Per la nostra fede, contro gli abusi, per una Chiesa credibile e paritaria».

L’opinione dei vescovi

La Conferenza episcopale tedesca ha respinto lo sciopero e gran parte dei vescovi si sono dichiarati scettici su questa iniziativa, pur ammettendo di capire l’inquietudine delle donne. Piuttosto – è stato sottolineato – ci vuole dialogo e meno sciopero.

Il vescovo Franz-Joseph Bode, presidente della commissione epsicopale per la famiglia, ha definito invece l’iniziativa “Maria 2.0”, un «buon segno».

Mons. Rudolf Voderholzer, vescovo di Regensburg – recentemente chiamato dal papa a far parte della Congregazione per la dottrina della fede – ha sottolineato: «Non si va avanti neanche di un millimetro se raffazzoniamo la storia per giungere poi alla conclusione di permettere il sacerdozio alle donne».

Un altro vescovo, mons. Ulrich Neymeyr, di Erfurt, ha dichiarato di ritenere possibile l’accesso delle donne ai ministeri ordinati. A suo parere, è teologicamente pensabile… Occorre perciò riflettere dal punto di vista teologico, cioè «fino a che punto il sacerdozio è riservato agli uomini per poter rappresentare Cristo. Cosa significa questa rappresentazione: fin dove arriva? Deve riferirsi anche al sesso?». Ma – ha aggiunto – la Chiesa tedesca per quanto riguarda questo problema è legata alla Chiesa universale, mentre in altre parti del mondo – per esempio nell’Europa dell’est – le donne preti sono «ancora assolutamente inimmaginabili». Il legame con la Chiesa universale qui da noi è «forse piuttosto una catena». Il vescovo si è anche dichiarato favorevole all’ordinazione dei cosiddetti viri probati.

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