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Lo schiaffo del prete a un drogato: la Grazia più eloquente di mille catechesi

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Un sacerdote racconta il valore di un tale gesto estremo di amore

Ci sono argomenti affrontando i quali si rischia inevitabilmente la gogna mediatica, uno di questi è senza dubbio quello del potere educativo dei ceffoni. So che tanti genitori mi leggono e posso quindi immaginare che da domani questo blog avrà molti meno lettori, eppure sono fermamente convinto che le verità morali a volte debbano essere ribadite con argomenti, come dire, più sostanziali.

Non per nulla uno dei più grandi trofei nel mio “carniere” (ma forse sarebbe meglio chiamarlo “animiere”) di padre spirituale lo devo a un potente ceffone magistralmente affibbiato. La cosa andò così: a quel tempo frequentavo la famiglia McFly (per tutelare la privacy del protagonista di questa storia lo immaginiamo con le fattezze di Michael J. Fox in Ritorno al futuro), famiglia borghese piuttosto benestante del sud, di cui faceva parte il giovane Marty, che oggi appartiene a un movimento ecclesiale ed è ben inserito nella sua diocesi con un ministero preciso che svolge assai bene, ma all’epoca dei fatti tra donne e droga ne combinava più di Bertoldo.

Essendo la madre donna di grande fede e Marty un ragazzo intelligente e curioso (una caratteristica costante nei tossicodipendenti, lo sapevate?) il giovanotto era molto interessato alla fede e così spesso ci lanciavamo in ardite discussioni teologiche che a volte duravano fino al mattino (con la complicità di un buon vino e di qualche sigaretta di troppo), finché pian piano Marty cominciò ad arrendersi all’idea che forse un Dio esisteva, ma come Agostino c’era in lui il problema di una vita di peccato da lasciarsi alle spalle e come Agostino continuava a ripetersi “Domani, domani”.

Per convertirsi non basta sapere che Dio c’è. Anche il diavolo sa bene che c’è. Per convertirsi occorre determinarsi a seguirlo e questo Marty non riusciva a farlo molto bene, la sua volontà era troppo malferma, oscillante. Un giorno era tutto slanci mistici e fervore e la notte successiva la passava in discoteca a rimorchiare. E poi c’era la bestia, la roba, a cui proprio non riusciva a dir di no. Andò avanti oscillando in questo modo per un paio d’anni e così accadeva sempre più spesso che le nostre chiacchierate notturne iniziassero con un’accorata confessione, accorata ma non del tutto sincera, vista la fragilità della sua determinazione a cambiare.

Finché un notte non persi la pazienza, non so cosa successe, forse ero più stanco del solito o forse il suo racconto mi aveva particolarmente addolorato, fatto sta che ascoltando l’ennesimo racconto di come aveva ceduto e si era “fatto una pera” gli ho mollato uno sganassone da primato.

Credetemi, non ne vado fiero. Sono un uomo mite io, da ragazzo ruppi il braccio di un amico facendoci a botte e giurai a me stesso che non avrei mai più alzato la mano su nessuno. Ed avevo mantenuto la promessa fino a quel momento, ma ho comunque le mani a badile, forgiate da anni di pallacanestro, e quindi i miei ceffoni, come diciamo noi romani, appiccicano al muro.

Ora io non sono favorevole in linea di principio alle penitenze corporali, anzi. E poi c’era la faccenda del mio giuramento a cui restar fedele, fatto sta che mi pentii subito di quel gesto istintivo e per mesi ne ho portato il segno nell’anima, consumandomi nel rimorso, finché… finché Marty non mi disse che quello schiaffo era la cosa migliore che potessi fare per lui, che in quel momento ha pensato “ma quanto mi ama quest’uomo per perdere la testa così se gli dico che mi son fatto una pera?”. Per la prima volta quel giorno Marty ha capito la serietà del suo “problema” ed ha decisamente preso in mano la sua vita. Quel giorno il Signore si è servito di un ceffone che è stato strumento della Grazia come e più di un set completo di catechesi.

Parlando con alcuni amici sacerdoti ieri ricordavo questo episodio e riflettevo su come è importante per noi preti essere uomini veri, con tutte le trippe a posto e quindi avere anche sane reazioni di indignazione quando serve. Fare i “bravi bambini”, gli angelici, serve solo ad allontanarci dalle persone e rende più difficile credere a quell’amore che diciamo a parole, ma a volte va mostrato anche con fatti concreti.

Lo schiaffo di un prete d’altra parte deve essere una cosa seria, se in certi casi fa nascere addirittura leggende popolari, come quella raccontata dai “Mercanti di liquore” in questa bella canzone.

Per questo è cosa da dare con molta molta misura, è quasi come essere schiaffeggiati da Dio stesso. Se l’uomo che per dovere istituzionale ha il compito di somministrare la misericordia e il perdono passa alle vie di fatto non può che essere un estremo appello alla coscienza. Come dire: le ho provate tutte con te, non mi resta che questo.

E poi c’è la questione del valore educativo dello schiaffo. Io credo che un ragazzo sia perfettamente in grado di percepire quando uno schiaffo è dato per amore. Giorni fa sul blog di Costanza discutevamo del valore della gelosia, ecco, mi sembra che lo schiaffo di un genitore sia una extrema ratio, una cosa che non si può dare a cuor leggero, ma a volte è necessario perché manifesta la “gelosia educativa” del genitore, cioè la ribellione contro il fatto che il proprio figlio sta tradendo se stesso e buttando la sua vita.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Un sacerdote racconta il valore di un tale gesto estremo di amore

Ci sono argomenti affrontando i quali si rischia inevitabilmente la gogna mediatica, uno di questi è senza dubbio quello del potere educativo dei ceffoni. So che tanti genitori mi leggono e posso quindi immaginare che da domani questo blog avrà molti meno lettori, eppure sono fermamente convinto che le verità morali a volte debbano essere ribadite con argomenti, come dire, più sostanziali.

Non per nulla uno dei più grandi trofei nel mio “carniere” (ma forse sarebbe meglio chiamarlo “animiere”) di padre spirituale lo devo a un potente ceffone magistralmente affibbiato. La cosa andò così: a quel tempo frequentavo la famiglia McFly (per tutelare la privacy del protagonista di questa storia lo immaginiamo con le fattezze di Michael J. Fox in Ritorno al futuro), famiglia borghese piuttosto benestante del sud, di cui faceva parte il giovane Marty, che oggi appartiene a un movimento ecclesiale ed è ben inserito nella sua diocesi con un ministero preciso che svolge assai bene, ma all’epoca dei fatti tra donne e droga ne combinava più di Bertoldo.

Essendo la madre donna di grande fede e Marty un ragazzo intelligente e curioso (una caratteristica costante nei tossicodipendenti, lo sapevate?) il giovanotto era molto interessato alla fede e così spesso ci lanciavamo in ardite discussioni teologiche che a volte duravano fino al mattino (con la complicità di un buon vino e di qualche sigaretta di troppo), finché pian piano Marty cominciò ad arrendersi all’idea che forse un Dio esisteva, ma come Agostino c’era in lui il problema di una vita di peccato da lasciarsi alle spalle e come Agostino continuava a ripetersi “Domani, domani”.

Per convertirsi non basta sapere che Dio c’è. Anche il diavolo sa bene che c’è. Per convertirsi occorre determinarsi a seguirlo e questo Marty non riusciva a farlo molto bene, la sua volontà era troppo malferma, oscillante. Un giorno era tutto slanci mistici e fervore e la notte successiva la passava in discoteca a rimorchiare. E poi c’era la bestia, la roba, a cui proprio non riusciva a dir di no. Andò avanti oscillando in questo modo per un paio d’anni e così accadeva sempre più spesso che le nostre chiacchierate notturne iniziassero con un’accorata confessione, accorata ma non del tutto sincera, vista la fragilità della sua determinazione a cambiare.

Finché un notte non persi la pazienza, non so cosa successe, forse ero più stanco del solito o forse il suo racconto mi aveva particolarmente addolorato, fatto sta che ascoltando l’ennesimo racconto di come aveva ceduto e si era “fatto una pera” gli ho mollato uno sganassone da primato.

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Ora io non sono favorevole in linea di principio alle penitenze corporali, anzi. E poi c’era la faccenda del mio giuramento a cui restar fedele, fatto sta che mi pentii subito di quel gesto istintivo e per mesi ne ho portato il segno nell’anima, consumandomi nel rimorso, finché… finché Marty non mi disse che quello schiaffo era la cosa migliore che potessi fare per lui, che in quel momento ha pensato “ma quanto mi ama quest’uomo per perdere la testa così se gli dico che mi son fatto una pera?”. Per la prima volta quel giorno Marty ha capito la serietà del suo “problema” ed ha decisamente preso in mano la sua vita. Quel giorno il Signore si è servito di un ceffone che è stato strumento della Grazia come e più di un set completo di catechesi.

Parlando con alcuni amici sacerdoti ieri ricordavo questo episodio e riflettevo su come è importante per noi preti essere uomini veri, con tutte le trippe a posto e quindi avere anche sane reazioni di indignazione quando serve. Fare i “bravi bambini”, gli angelici, serve solo ad allontanarci dalle persone e rende più difficile credere a quell’amore che diciamo a parole, ma a volte va mostrato anche con fatti concreti.

Lo schiaffo di un prete d’altra parte deve essere una cosa seria, se in certi casi fa nascere addirittura leggende popolari, come quella raccontata dai “Mercanti di liquore” in questa bella canzone.

Per questo è cosa da dare con molta molta misura, è quasi come essere schiaffeggiati da Dio stesso. Se l’uomo che per dovere istituzionale ha il compito di somministrare la misericordia e il perdono passa alle vie di fatto non può che essere un estremo appello alla coscienza. Come dire: le ho provate tutte con te, non mi resta che questo.

E poi c’è la questione del valore educativo dello schiaffo. Io credo che un ragazzo sia perfettamente in grado di percepire quando uno schiaffo è dato per amore. Giorni fa sul blog di Costanza discutevamo del valore della gelosia, ecco, mi sembra che lo schiaffo di un genitore sia una extrema ratio, una cosa che non si può dare a cuor leggero, ma a volte è necessario perché manifesta la “gelosia educativa” del genitore, cioè la ribellione contro il fatto che il proprio figlio sta tradendo se stesso e buttando la sua vita.

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