Liturgia e comprensione del cristianesimo

Culmen et Fons


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Liturgia e secolarizzazione. La missione della Chiesa nel mondo attuale (Copertina flessibile)


Autore:  Carmine Matarazzo

Prezzo di listino: EUR 28,00
Nuovo a partire da: EUR 23,80 EUR Disponibile
Usato a partire da: Non disponibile
Data di rilascio: December 6, 2018.

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di: Andrea Milano

 

In tarda età, francamente vecchio, dopo una lunga militanza, per dir così, scientifica, mi potrei forse permettere di parlare in prima persona e di usare anche formule alquanto spicce. Così farò in questa presentazione, persuaso come sono che tale genere letterario non dovrebbe assorbirsi nella sintesi di un testo quanto piuttosto nel collocarlo in una cornice che legittimi un invito sincero a leggerlo e persino a studiarlo.

Ora il tema proposto dal libro che il lettore o lo studioso si trova fra le mani è senza dubbio di grande rilievo. Il perché ci sia una relazione fra la liturgia, in particolare quella cattolica, e la secolarizzazione, e questo da almeno tre secoli, costituisce un nodo nevralgico nella cui interpretazione ne va della stessa comprensione storica del cristianesimo nel tempo della modernità. Per chiarire subito, e in breve, l’ardimento di tale asserzione, mentre, com’è ovvio, rimando alle pagine del libro che più in là seguiranno, può forse servire qualche linea che almeno ne prospetti l’ampio orizzonte in cui esso va a collocarsi.

Comincio perciò col chiedermi che cosa si possa intendere per cristianesimo nella sua realtà più autentica, intima e persistente. Tale questione ha interessato molte volte e ha ricevuto le risposte più diverse nella contemporaneità, termine questo che uso per riman­dare ai secoli a partire dalla Rivoluzione francese per giungere fino a noi con un preambolo nell’Illuminismo del secolo XVIII. Solo per suggerire qualche nome mi limiterei qui a richiamare Ludwig Feuerbach, un filosofo che, a dire di Karl Barth, si è sì interessato al cristianesimo, ma solo e sempre «teologizzando» con amore infelice tanto da trasformare del tutto l’essenza di questa religione in una pura e pessima antropologia (1841). Parecchi decenni dopo Adolf von Harnack, da professo teologo liberale, ha affrontato la stessa questione giungendo a concludere che L’essenza del cristianesimo sarebbe in fondo il nudo annuncio da parte di Gesù di Nazaret del regno di Dio e della nobiltà dell’anima umana (1889-1900). Reagendo con limpida forza a tali celebri ma fin troppo pretenziose e riduttive avances,Romano Guardini, negli anni di un trionfante nazionalsocialismo, è sceso in campo anch’egli con un intervento dal titoloL’essenza del cristianesimo (1938), obiettando che è fatica tanto scorretta quanto vana sganciare il messaggio di Gesù dalla sua persona, in quanto esso è determinato e anzi fuso con lui e con la sua vicenda storica.

Negli anni turbinosi intorno al 1968, fra gli allora celebrati John A.T. Robinson, J. Sperna Weiland, Paul Van Buren, Gabriel Vahanian, vale a dire fra coloro che in un modo o nell’altro hanno avuto a che fare con la cosiddetta «teologia della morte di Dio», si è fatto avanti William Hamilton con un testo per quella stagione singolare,cioè La nuova essenza del cristianesimo (1966). E dove in questo saggio si troverebbe la novità? Intanto bisognerebbe superare le troppe associazioni d’idee stereotipate connesse con una formula oramai usurata. Poi, prendendo a debito qualche frammento di Dietrich Bonhoeffer, si dovrebbe riconoscere che, certo, l’elemento centrale e fondamentale è e resta Gesù Cristo, ma non sarebbe sufficiente definire una volta per tutte quale sia l’essenza del cristianesimo, occorre invece esplicitare soprattutto quale sia questa essenza qui e ora per noi. A questo punto non potrebbero negarsi eventuali varie interpretazioni e correzioni purché ciò sia sempre frutto di conoscenza e di amore, e si adoperi uno stile teologico che rinunci a pretese sistematiche e accetti d’essere poco più di una raccolta di immagini o anche frammenti neanche troppo precisi e legati fra loro. Insomma,urge qualcosa che ci basti per poter continuare a vivere, per capire un poco, e soffrire con questo mondo, ma anche effettivamente gioirne nel tempo della «morte di Dio».

Nella prima metà del secolo scorso fu contestata con successo la teologia liberale di Adolf von Harnack da Karl Barth, sebbene questa sia stata difesa con un nuovo approccio da Rudolf Bultmann. In questo rifiuto della teologia liberale ricorderei anche Dietrich Bonhoeffer, un altro grande della teologia protestante al quale mi sono interessato con ammirazione incondizionata. Oggi, a più di mezzo secolo dall’apparizione del minimalismo sconfortato di Hamilton e, a mio parere, fin dal principio più che fragile, prendiamo atto che si sono dissolti da parecchio pure i fin troppo impetuosi tormenti aggrovigliatisi intorno alla «teologia della morte di Dio».

Non mi trattengo dal precisare che quelli finora additati non sono stati gli unici nomi di coloro che hanno messo a fuoco la questione dell’«essenza del cristianesimo», mi permetto d’essere fin troppo tranchant dichiarando che, mentre si srotolavano nel variegato e complicato mondo cristiano congiunture e fasi turbinose assieme a sbandamenti drammatici, fin da allora ho spesso potuto manifestare un orientamento di pensiero personale. Intanto per il cattolicesimo si era verificata la sorpresa del concilio Vaticano II e, nonostante il faticoso periodo del suo svolgersi e delle sue applicazioni, alla fine,a mio parere, si è dovuto constatare che si è trattato di un autentico,per dir così, prodigio o, se si preferisce, di un unicum storico straordinariamente fecondo. La vitalità e la maturazione dei semi là piantati sono risultate, e lo saranno molto a lungo, produttive e anzi creative:si è trattato di un paradossale impasto di ritorno alle origini e proiezioni al futuro più che straordinario. Ipotizzo che, stando così le cose, fra la tantissima, preziosa eredità conciliare si possa individuare anche qualche presupposto per una riconsiderazione dell’«essenza del cristianesimo».

Non mi pare che valga la pena lasciar perdere questa espressione. Tutto dipende dal significato che si vuole attribuire sia al termine essenza, sia a quello di cristianesimo, sia alla loro connessione. Correlandosi in questa formula, tali termini potrebbero usarsi per significare l’identità originaria e pur sempre storica del cristianesimo,identità che si evolve differenziandosi in componenti individuabili ed esprimibili in alcune dimensioni che si possono anche avanzare e ponderare senza pretese totalizzanti. Naturalmente bisogna prendere atto che Gesù di Nazaret sarebbe solo un parto della fantasia senza il Nuovo Testamento in una sola Bibbia che include l’Antico Testamento. Come si può intravedere persino facendo leva sui traguardi dei migliori studi storico-critico attuali, non si dà Gesù di Nazaret senza anche prendere sul serio i titoli neotestamentari di Cristo, Signore e via dicendo. Neppure si dà Gesù Cristo senza la sua passione, morte e risurrezione e perfino senza la verificabile inesauribilità della sua comprensione.

In questa cornice la formula «essenza del cristianesimo» potrebbe valorizzarsi, per esempio, intendendola come implicante una tri­dimensionalità immanente alla fede cristiana in quanto essa si arti­cola nella confessione di un credo, nella celebrazione di una liturgia,nella prassi di un’etica con al vertice l’agape. Detto in altro modo,sempre in questa fede si vengono a comportare necessariamente dei contenuti cognitivi da accettare pensandoli, delle azioni rituali da celebrare e dei comportamenti pratici da ossequiare, il tutto inter-connesso in una sorta di «pericoresi», cioè nell’inanellamento di ciascuna nell’altra di tali dimensioni. Il Credo o le professioni di fede sono da accettare nella reciprocità con i sacramenti così come con la morale cristiana, e viceversa. Mi pare che per necessità inaggirabile occorra sostenere che il cristianesimo non possa sussistere sen­za l’intrinseca unità così come una compenetrazione degli elementi in essa coinerenti: la conoscenza da elaborare dal kerygma fino alla teologia si interconnette con la celebrazione dei sacramenti come il battesimo, l’eucaristia e il perdono dei peccati, così come con la mo­rale che include le virtù cardinali della prudenza, giustizia, fortezza e temperanza e, al di sopra, le virtù teologali della fede, della speranza e dell’agape. Non a caso nel cattolico processo della canonizzazione dei santi si segue ancora questo schema.

Il dinamismo della pericoresi è circolare: così andrebbe analizzato a fondo l’interconnettersi della sua trimensionalità esplicitando che la sua interna differenziazione è senza confusione e la sua unitarietà impone la distinzione. Certo dovremmo spiegarci con maggiore chiarezza e con l’ampiezza che ora non ci si può consentire. Qualche altro piccolo spunto si potrebbe fornirlo, per esempio, rimandando ai sacramenti inseriti nel Credo così come all’inserimento dei simboli di fede nella celebrazione dei sacramenti. Ma pure nei sacramenti si includono tratti riferiti ai comportamenti morali cristiani,e anche nella morale cristiana si ha a che fare con la normatività che riguarda il comportarsi nei confronti dei contenuti della fede. Certo,quelle che sto balbettando sono ovviamente soltanto alcune parole che, tuttavia, mi auguro siano chiare in questa presentazione che non riguarda solo la liturgia.

Resta a mio parere che, se non si dà un’«essenza del cristianesi­mo» al di fuori dell’evento Gesù di Nazaret e, insieme, non si dà lui stesso senza pure quella triade sveltamente e anzi grossolanamente qui accennata, allora il nucleo autentico, intimo e persistente del cristianesimo, e in particolare del cattolicesimo, non può non conte­nere anche ciò che si chiama liturgia. Ma che s’intende per liturgia? Che cosa s’intende per liturgia nelle diverse forme di cristianesimo,allorquando cioè si parla piuttosto di cristianesimi? Se c’è il rischio di un riduzionismo minimalista, non c’è il rischio opposto di un massimalismo? L’insieme delle Chiese cristiane, compresa la Chiesa cattolica, non condividono forse almeno il simbolo di fede niceno-costantinopolitano? E come questo viene interpretato non solo nella sua interpretazione teologica, ma pure nella sua realizzazione nella liturgia? Questo termine, è logico, andrebbe precisato nella sua «essenzialità» (!) già sopra da me lasciata intravedere. Ma la mia opinione non potrebbe forse apparire pencolante verso il massimalismo?

Ora, tuttavia, non è opportuno sviluppare una risposta a tal pro­posito, mentre invece mi s’impone qui di far presente che il lavoro che intendo presentare s’interessa in chiave teologico-pastorale sì di liturgia in generale, ma con pazienza analitica ricostruisce pure il suo rapportarsi storico con la secolarizzazione. Come si sa, questo termine, presente nelle legislazioni della Chiesa cattolica, si è usato al tempo della pace di Vestfalia (1648) allorquando si è deciso di frazionare territorialmente i beni da sottrarre al campo religioso per passarli al campo laico. Dagli anni Sessanta del secolo scorso è sempre più servito per designare il complesso fenomeno di tra­sformazioni che coinvolgevano Chiese e denominazioni cristiane. A tale argomento mi sono interessato già dagli anni Settanta, fra l’altro, mettendo in guardia da incaute previsioni degli inarrestabili trionfi della scienza e dei progressivi indebolimenti delle grandi re­ligioni mondiali. Non presumevo di possedere uno spirito profetico,percepivo bensì, da una parte, il proliferare di maghi, fattucchiere ed esorcisti e, dall’altra, apprendevo l’avvertimento lanciato da qualche sociologo che coglieva segnali vivaci dalle reazioni positive delle religioni tradizionali provenienti dalle Americhe come dall’Europa.

L’interesse che possono attirare le non poche pagine del lavoro di Carmine Matarazzo non sarà pertanto inutile se vi si scopre che mette in ordine i dibattiti avvenuti intorno ai rinnovamenti invocati e realizzati nell’ambito liturgico appunto in rapporto con le effettive trasformazioni secolarizzanti della società. Metterei in risalto la sua messa a fuoco delle meno note discussioni che rimbalzavano attraverso le riviste, e questo non è cosa da poco. A distanza di tempo si è oramai riconosciuto che la tesi della secolarizzazione, inarrestabile come un tritasassi globale, non ha annullato i protagonismi certo va­riegati e diversi delle religioni mondiali. Rimanderei a tal proposito al noto Peter L. Berger, da mezzo secolo tenace e brillante sociologo,il quale ha lealmente riconosciuto, nel suo saggio I molti altari della modernità. Le religioni al tempo del pluralismo (2014), che il suo pre­cedente paradigma di lettura del fenomeno religioso di fronte all’e­videnza non regge più e oggi ci troviamo a verificare la coesistenza dei discorsi religiosi e dei discorsi secolari, compiendo così un passo avanti per la comprensione della modernità e della religione. Il seco­larismo europeo è un’eccezione. Berger non nasconde neanche le sue lontane origini e anzi riconferma la scelta personale e incurabile per il luteranesimo. Si tratta di un buon esempio.

Tirando rapidamente le somme di questa presentazione, posso sostenere che questo libro, a suo modo, aiuta molto a comprendere che la componente liturgica del cristianesimo, e in particolare del cattolicesimo, non sfugge, anzi è indiscutibilmente rilevante ed essenzialmente appartiene, al rinnovato paradigma che necessita qui e ora per comprendere e operare nel nostro mondo tutt’altro che incondizionatamente secolare.

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