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L’islam per persone pensanti: una guida

Esiste un Islam buono?

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di: Luca Menichetti

Poco prima di passare a miglior vita Oriana Fallaci così si esprimeva:

«L’Islam Moderato non esiste. E non esiste perché non esiste qualcosa che si chiama Islam Buono e Islam Cattivo. Esiste l’Islam e basta. E Islam è il Corano. Nient’altro che il Corano. E il Corano è il Mein Kampf di una religione che ha sempre mirato ad eliminare gli altri. Una religione che si identifica con la politica, col governare. Che non concede una scheggia d’unghia al libero pensiero, alla libera scelta. Che vuole sostituire la democrazia con la madre di tutti i totalitarismi: la teocrazia».

Erano gli anni successivi all’attentato dell’11 settembre 2001 e i ragionamenti complessi, come i distinguo, probabilmente potevano risultare sospetti. Di conseguenza altri imitatori, ben più modesti, della Fallaci – pensiamo, tra i tanti, a Magdi Cristiano Allam – hanno potuto sparare sull’Islam in quanto tale, spacciarsi per esperti di geopolitica, nonché costruirsi una fortuna politica ed apparire coraggiosi oppositori del politicamente corretto. Anche Antonio Socci, intransigente cattolico antibergogliano, non ha mai avuto alcun dubbio: «L’Islam è un’ideologia travestita da religione, l’hanno riconosciuto perfino persone illuminate di quel mondo».

A poco sono serviti gli studi storici e gli ammonimenti di un Cardini, per citare un esempio di intellettuale tutt’altro che ostile al mondo islamico. Come scrive Alberto Melloni, nell’introduzione alla Guida all’Islam per persone pensanti, ragionando sull’’analfabetismo religioso: “non è facile sanare gli errori di ortografia che hanno portato l’opinione pubblica ad assorbire un pregiudizio nutrito dalla paura di un islam a cui si concede il nobile titolo di radicale e persuadere che definire moderato chi vive la fede nel rispetto dell’altro è uno svarione concettuale (la moderazione, insegna Montesquieu, devono averla i governi; agli individui è chiesta l’osservanza delle leggi..)” (pp. 10).

Il libro di Ghazi Bin Muhammad intende infatti «illustrare criticamente ciò che l’Islam effettivamente è – ed è sempre stato – e ciò che, al contrario, non è». Un’esposizione imperniata prima nell’analisi puntuale di alcuni versetti di 12 sure, tale da illustrare criticamente il Corano e confutare, ad una ad una, gran parte delle accuse imputate alla religione islamica  – I. Cos’è la religione?  II. Cos’è l’islam?  III. “Chi è il tuo Signore?”.  IV. Perché dio ha creato le persone?  V. Cosa sono il paradiso e l’inferno?  VI. Che cos’è il corano?  VII. Chi è il Profeta Muhammad ?  VIII. Che cos’è “il cuore”?  IX. Cos’è la vita terrena?  X. Cos’è la shari‘ah?  XI. Cos’è jihad?  XII. Cos’è il governo?  XIII. Poscritto cos’è la felicità? – e poi  un’ampia appendice sulla genesi del terrorismo, sul funzionamento, sul reclutamento dei jihadisti di Daesh. Senza dimenticare quindi un’analisi della dottrina criminale di questi pseudo-islamici, che hanno stravolto ed estremizzato l’interpretazione già grossolana ed estremista di coloro che, nel campo dottrinario, sono sempre stati minoranza. Secondo Ghazi Bin Muhammad infatti «le uniche persone che si uniscono a Daesh (dal di fuori dei loro territori) e simili sono anti-usuli o neofiti [ndr: neo-convertiti]» (pp. 275)

Il punto di partenza della dissertazione del resto è molto chiaro: «Il Corano è la parte più fraintesa dell’islam tanto dai musulmani quanto dai non-musulmani, per cui dobbiamo discuterlo piuttosto nel dettaglio» (pp. 65). L’intento di analizzare i testi sacri viene condotto – merito di Ghazi Bin Muhammad – con un linguaggio divulgativo perfettamente comprensibile; e ne discendono innumerevoli affermazioni che, in linea con quanto affermato dagli studiosi «usuli» tradizionali, contrastano la vulgata dell’Islam religione violenta, foraggio del peggior oscurantismo. L’autore, ben consapevole delle distorsioni e delle strumentalizzazioni politico-religiose presenti specularmente in oriente e in occidente, attribuisce ad una piccola minoranza, di fanatici incapaci di leggere il Corano (ma capaci di manipolare il corpus del hadith), di essersi appropriata dell’Islam al fine di «condurlo a un conflitto perpetuo con il resto del mondo»: «Quel che le reti dei salafiti/wahhbiti radicali e dei Fratelli musulmani hanno fatto, collettivamente e infaticabilmente, per almeno 70 anni è setacciare questo corpus alla ricerca di ahadith adatti a loro e alle loro opinioni. E ne hanno trovati alcuni. Non molti […] ma apparentemente abbastanza da funzionare come fulcro per le loro insurrezioni e le loro barbarie» (pp. 251).

Il Corano analizzato e vissuto correttamente, secondo Ghazi Bin Muhammad, non ha nulla a che spartire con quanto affermato dai terroristi islamici e dagli occidentali che speculano sulla paura e sull’ignoranza. Per questo motivo molte affermazioni dell’autore, scaturite sempre dall’analisi dei versetti coranici, potranno lasciare increduli coloro che hanno sempre identificato l’Islam come la negazione della ragione, della libertà e della misericordia. Ad esempio, come commento alla Sura di Hûd: «Dio ci ha creati per la misericordia e questo significa che ci rendiamo le cose facili» (una critica a coloro che «adottano un atteggiamento farisaico ed enfatizzano più del dovuto infiniti dettagli e regole religiose»).

Riguardo la Sura dei profeti, 21,10: «Questo significa che l’islam riconosce e rispetta le rivelazioni anteriori e le religioni che esse hanno portato»;  ed inoltre «Il Corano è un testo operativo, non speculativo. La sua lettura vuole essere trasformativa e istruttiva» (pp. 77). Sul famigerato «versetto della spada»: ci si riferiva ad una guerra di difesa e «generalizzarlo ed estenderlo, oltre il suo tempo e a un contesto differenti è scorretto» (pp. 87). Nel lungo capitolo che segue alla Sura della genuflessa, 45,18 possiamo poi leggere le parole del Profeta: «Tenete lontane le pene (hadd) corporali e capitali quanto potete (in Tirmidhi; Halim et al.)» (pp. 174). Ancora sulla parola jihad che «non è guerra santa, che i musulmani non ritengono la guerra di per sé santa, e che la considerano come un mezzo necessario e non come un fine in sé» (pp. 194). Anche le accuse di voler prefigurare un sistema teocratico sono rispedite al mittente: «Il Profeta Muhammad è stato l’ultimo dei Messaggeri di Dio e, quando morì, la porta della rivelazione fu chiusa. Nessuno riceve la rivelazione dopo di lui, perciò non ci può essere teocrazia nell’islam dopo il Profeta» (pp. 209).

In tutta evidenza sono affermazioni controcorrente rispetto l’immagine dell’Islam che è stata proposta in questi anni da noti organi di stampa e da spregiudicati maître à penser. Non dobbiamo quindi meravigliarci degli articoli a dir poco scandalizzati che sono stati riservati a questo libro di Ghazi Bin Muhammad da parte di «Giornale» e di «La verità», per il solo fatto di essere stato pubblicato. Se di «verità» vogliamo parlare allora potremmo convenire ancora una volta con l’autore di questa «guida per persone pensanti» quando scrive che «ci sono guerre e atti terroristici in tutto il mondo intrapresi da estremisti che rivendicano il Corano come autorità per le loro azioni malvagie e i loro crimini. Una delle ragioni è la semplice ignoranza del Corano. Gli estremisti ascoltano shaykh [ndr: studiosi] non qualificati e ignoranti che danno le proprie interpretazioni nuove e selettive del Corano e del hadith, rifiutando il consenso generale degli studiosi musulmani nel corso dei secoli. Questa situazione non sarà risolta se non si comprende che l’interpretazione legittima del Corano richiede molto lavoro e molta conoscenza» (pp. 95).

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Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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«L’Islam Moderato non esiste. E non esiste perché non esiste qualcosa che si chiama Islam Buono e Islam Cattivo. Esiste l’Islam e basta. E Islam è il Corano. Nient’altro che il Corano. E il Corano è il Mein Kampf di una religione che ha sempre mirato ad eliminare gli altri. Una religione che si identifica con la politica, col governare. Che non concede una scheggia d’unghia al libero pensiero, alla libera scelta. Che vuole sostituire la democrazia con la madre di tutti i totalitarismi: la teocrazia».

Erano gli anni successivi all’attentato dell’11 settembre 2001 e i ragionamenti complessi, come i distinguo, probabilmente potevano risultare sospetti. Di conseguenza altri imitatori, ben più modesti, della Fallaci – pensiamo, tra i tanti, a Magdi Cristiano Allam – hanno potuto sparare sull’Islam in quanto tale, spacciarsi per esperti di geopolitica, nonché costruirsi una fortuna politica ed apparire coraggiosi oppositori del politicamente corretto. Anche Antonio Socci, intransigente cattolico antibergogliano, non ha mai avuto alcun dubbio: «L’Islam è un’ideologia travestita da religione, l’hanno riconosciuto perfino persone illuminate di quel mondo».

A poco sono serviti gli studi storici e gli ammonimenti di un Cardini, per citare un esempio di intellettuale tutt’altro che ostile al mondo islamico. Come scrive Alberto Melloni, nell’introduzione alla Guida all’Islam per persone pensanti, ragionando sull’’analfabetismo religioso: “non è facile sanare gli errori di ortografia che hanno portato l’opinione pubblica ad assorbire un pregiudizio nutrito dalla paura di un islam a cui si concede il nobile titolo di radicale e persuadere che definire moderato chi vive la fede nel rispetto dell’altro è uno svarione concettuale (la moderazione, insegna Montesquieu, devono averla i governi; agli individui è chiesta l’osservanza delle leggi..)” (pp. 10).

Il libro di Ghazi Bin Muhammad intende infatti «illustrare criticamente ciò che l’Islam effettivamente è – ed è sempre stato – e ciò che, al contrario, non è». Un’esposizione imperniata prima nell’analisi puntuale di alcuni versetti di 12 sure, tale da illustrare criticamente il Corano e confutare, ad una ad una, gran parte delle accuse imputate alla religione islamica  – I. Cos’è la religione?  II. Cos’è l’islam?  III. “Chi è il tuo Signore?”.  IV. Perché dio ha creato le persone?  V. Cosa sono il paradiso e l’inferno?  VI. Che cos’è il corano?  VII. Chi è il Profeta Muhammad ?  VIII. Che cos’è “il cuore”?  IX. Cos’è la vita terrena?  X. Cos’è la shari‘ah?  XI. Cos’è jihad?  XII. Cos’è il governo?  XIII. Poscritto cos’è la felicità? – e poi  un’ampia appendice sulla genesi del terrorismo, sul funzionamento, sul reclutamento dei jihadisti di Daesh. Senza dimenticare quindi un’analisi della dottrina criminale di questi pseudo-islamici, che hanno stravolto ed estremizzato l’interpretazione già grossolana ed estremista di coloro che, nel campo dottrinario, sono sempre stati minoranza. Secondo Ghazi Bin Muhammad infatti «le uniche persone che si uniscono a Daesh (dal di fuori dei loro territori) e simili sono anti-usuli o neofiti [ndr: neo-convertiti]» (pp. 275)

Il punto di partenza della dissertazione del resto è molto chiaro: «Il Corano è la parte più fraintesa dell’islam tanto dai musulmani quanto dai non-musulmani, per cui dobbiamo discuterlo piuttosto nel dettaglio» (pp. 65). L’intento di analizzare i testi sacri viene condotto – merito di Ghazi Bin Muhammad – con un linguaggio divulgativo perfettamente comprensibile; e ne discendono innumerevoli affermazioni che, in linea con quanto affermato dagli studiosi «usuli» tradizionali, contrastano la vulgata dell’Islam religione violenta, foraggio del peggior oscurantismo. L’autore, ben consapevole delle distorsioni e delle strumentalizzazioni politico-religiose presenti specularmente in oriente e in occidente, attribuisce ad una piccola minoranza, di fanatici incapaci di leggere il Corano (ma capaci di manipolare il corpus del hadith), di essersi appropriata dell’Islam al fine di «condurlo a un conflitto perpetuo con il resto del mondo»: «Quel che le reti dei salafiti/wahhbiti radicali e dei Fratelli musulmani hanno fatto, collettivamente e infaticabilmente, per almeno 70 anni è setacciare questo corpus alla ricerca di ahadith adatti a loro e alle loro opinioni. E ne hanno trovati alcuni. Non molti […] ma apparentemente abbastanza da funzionare come fulcro per le loro insurrezioni e le loro barbarie» (pp. 251).

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Riguardo la Sura dei profeti, 21,10: «Questo significa che l’islam riconosce e rispetta le rivelazioni anteriori e le religioni che esse hanno portato»;  ed inoltre «Il Corano è un testo operativo, non speculativo. La sua lettura vuole essere trasformativa e istruttiva» (pp. 77). Sul famigerato «versetto della spada»: ci si riferiva ad una guerra di difesa e «generalizzarlo ed estenderlo, oltre il suo tempo e a un contesto differenti è scorretto» (pp. 87). Nel lungo capitolo che segue alla Sura della genuflessa, 45,18 possiamo poi leggere le parole del Profeta: «Tenete lontane le pene (hadd) corporali e capitali quanto potete (in Tirmidhi; Halim et al.)» (pp. 174). Ancora sulla parola jihad che «non è guerra santa, che i musulmani non ritengono la guerra di per sé santa, e che la considerano come un mezzo necessario e non come un fine in sé» (pp. 194). Anche le accuse di voler prefigurare un sistema teocratico sono rispedite al mittente: «Il Profeta Muhammad è stato l’ultimo dei Messaggeri di Dio e, quando morì, la porta della rivelazione fu chiusa. Nessuno riceve la rivelazione dopo di lui, perciò non ci può essere teocrazia nell’islam dopo il Profeta» (pp. 209).

In tutta evidenza sono affermazioni controcorrente rispetto l’immagine dell’Islam che è stata proposta in questi anni da noti organi di stampa e da spregiudicati maître à penser. Non dobbiamo quindi meravigliarci degli articoli a dir poco scandalizzati che sono stati riservati a questo libro di Ghazi Bin Muhammad da parte di «Giornale» e di «La verità», per il solo fatto di essere stato pubblicato. Se di «verità» vogliamo parlare allora potremmo convenire ancora una volta con l’autore di questa «guida per persone pensanti» quando scrive che «ci sono guerre e atti terroristici in tutto il mondo intrapresi da estremisti che rivendicano il Corano come autorità per le loro azioni malvagie e i loro crimini. Una delle ragioni è la semplice ignoranza del Corano. Gli estremisti ascoltano shaykh [ndr: studiosi] non qualificati e ignoranti che danno le proprie interpretazioni nuove e selettive del Corano e del hadith, rifiutando il consenso generale degli studiosi musulmani nel corso dei secoli. Questa situazione non sarà risolta se non si comprende che l’interpretazione legittima del Corano richiede molto lavoro e molta conoscenza» (pp. 95).

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