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L’Imitazione di Cristo nell’ortodossia russa

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di Silvia Guidi

«Dopo la Bibbia, l’Imitazione di Cristo è il libro più citato da C. S. Lewis nelle lettere che scrisse a don Calabria. Credo che studiare a fondo l’immenso posto che questo libretto occupò nella sua spiritualità riserverebbe non poche sorprese» scrive Luciano Squizzato nell’introduzione al libro Una gioia insolita. Lettere tra un prete cattolico e un laico anglicano (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 312, euro 18) in cui viene pubblicato il carteggio tra i due (insolito anch’esso, per molti aspetti). «L’ascetica personale del convertito — continua Squizzato, parlando dello scrittore inglese — si modellò saldamente su questo sapiente direttorio spirituale tutto incentrato sul mistero di Gesù intuito come croce, risurrezione, amore ed eucaristia. La saggezza umana e cristiana di quest’operetta era in perfetta sintonia col suo pensiero di moderno anglicano».

Stessa sintonia e stessa fortuna anche nel mondo ortodosso, ma non in tutte le epoche e non in tutti i casi, con alcune eccezioni eccellenti.

Studiare a fondo il posto che L’imitazione di Cristo ha occupato, nei secoli, nella spiritualità cristiana rivela davvero risvolti inattesi. È dello stesso avviso padre Antoine Lambrechts, che nell’articolo Perle précieuse ou fruit de l’orgueil? La réception de Imitation du Christ dans l’Église orthodoxe russe uscito su «Irénikon. Revue des moines de Chevetogne» (secondo-quarto trimestre 2016) si occupa in modo approfondito e documentato della fortuna di questo testo dal xvii secolo ai giorni nostri.

Il breve saggio in realtà rielabora e aggiorna il testo di una conferenza tenuta nel luglio del 2005 a Deventer in Olanda, in occasione del venticinquesimo anniversario dell’Associazione ortodossa San Nicola da Mira, su suggerimento di padre Theodoor Van der Voort, rettore della parrocchia ortodossa della città neerlandese. Lo scopo dello studio, quindi, è favorire il dialogo ecumenico e far luce su tutte le “pietre di inciampo” teologiche che ne possono rallentare il passo.

Lo stesso monastero di Chevetogne, dove padre Lambrechts vive la benedettina stabilitas loci, respira già con due polmoni, per citare la famosa immagine di Giovanni Paolo II: il convento ha due chiese, una chiesa di rito latino, dedicata a Gesù, e l’altra chiesa di rito bizantino dedicata all’esaltazione della Vera Croce. Una vocazione all’ecumenismo, quella di Chevetogne, già presente del dna del monastero, fortemente voluta dal fondatore, Lambert Beauduin, anche se la comunità è composta integralmente da monaci benedettini cattolici.

Ma torniamo al De imitatione Christi di Tommaso di Kempis. Dalla lunga e accurata disamina di padre Lambrechts emerge che il successo di questo libro nella Chiesa ortodossa russa è stato quasi unanime lungo tutto il periodo studiato, dalla metà del Seicento fino alla Rivoluzione, e oltre, fino ad arrivare a padre Aleksandr Men’, morto tragicamente — la scure di un ignoto assassino lo colpì sul viottolo che stava percorrendo per andare in chiesa — nel settembre del 1990.

Un altro aspetto importante è che si tratta di una fortuna spontanea. Sono gli stessi ortodossi ad aver preso l’iniziativa di tradurlo, copiarlo, diffonderlo e consigliarlo. Lo testimonia il numero e la regolarità delle edizioni, e la quantità delle copie manoscritte. L’imitazione di Cristo, inoltre, è stata letta negli ambienti più diversi, prima nei monasteri, poi dai nobili, diffondendosi anche alla corte dello zar, diventando presto patrimonio culturale comune, citata da poeti e scrittori.

Dopo la comparsa della Filocalia e del rinnovamento monastico dell’Ottocento, troviamo ancora Tommaso da Kempis sugli scaffali degli stessi lettori, ma stavolta in compagnia dei Padri orientali. Alcuni ipotizzarono addirittura un’origine greca per il De imitatione Christi, segno di una totale assimilazione. Cosa trovavano in questo libro che non fosse già presente nella letteratura ascetica ereditata da Bisanzio? si chiede padre Lambrechts. Si tratta di un testo semplice, umile, capace di consolare, risponde l’autore dell’articolo, ma soprattutto — scrive, citando Berdiaev — si tratta di un un libro «che supera ogni divergenza confessionale» e che consiglia di «scendere al fondo della coscienza personale, uscire da se stessi per entrare in Dio». Un teologo russo contemporaneo, l’igumeno Petr Meščerinov, lo definisce non solo un cammino verso Cristo, ma con Cristo.

Nel corso dell’Ottocento, però, qualcosa inizia a cambiare: il suo stesso successo si ritorce contro il libro, facendolo diventare il simbolo di un passato da cui liberarsi. Appaiono le prime voci esplicitamente critiche: c’è chi trova l’Imitazione inadatta a una società che cambia, mentre cresce il numero di chi preferisce fare riferimento esclusivamente ai Padri orientali. In questo contesto spicca la dura condanna di sant’Ignazio Briantchaninov, molto critico anche nei confronti di tutta l’“idolatria” occidentale.

Il rischio di queste contrapposizioni così violente, conclude l’autore del saggio, non è solo non comprendere più i cristiani di Occidente, ma finire per censurare anche la propria tradizione e rigettare il proprio passato ecclesiale.

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«Dopo la Bibbia, l’Imitazione di Cristo è il libro più citato da C. S. Lewis nelle lettere che scrisse a don Calabria. Credo che studiare a fondo l’immenso posto che questo libretto occupò nella sua spiritualità riserverebbe non poche sorprese» scrive Luciano Squizzato nell’introduzione al libro Una gioia insolita. Lettere tra un prete cattolico e un laico anglicano (Milano, Jaca Book, 2017, pagine 312, euro 18) in cui viene pubblicato il carteggio tra i due (insolito anch’esso, per molti aspetti). «L’ascetica personale del convertito — continua Squizzato, parlando dello scrittore inglese — si modellò saldamente su questo sapiente direttorio spirituale tutto incentrato sul mistero di Gesù intuito come croce, risurrezione, amore ed eucaristia. La saggezza umana e cristiana di quest’operetta era in perfetta sintonia col suo pensiero di moderno anglicano».

Stessa sintonia e stessa fortuna anche nel mondo ortodosso, ma non in tutte le epoche e non in tutti i casi, con alcune eccezioni eccellenti.

Studiare a fondo il posto che L’imitazione di Cristo ha occupato, nei secoli, nella spiritualità cristiana rivela davvero risvolti inattesi. È dello stesso avviso padre Antoine Lambrechts, che nell’articolo Perle précieuse ou fruit de l’orgueil? La réception de Imitation du Christ dans l’Église orthodoxe russe uscito su «Irénikon. Revue des moines de Chevetogne» (secondo-quarto trimestre 2016) si occupa in modo approfondito e documentato della fortuna di questo testo dal xvii secolo ai giorni nostri.

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Lo stesso monastero di Chevetogne, dove padre Lambrechts vive la benedettina stabilitas loci, respira già con due polmoni, per citare la famosa immagine di Giovanni Paolo II: il convento ha due chiese, una chiesa di rito latino, dedicata a Gesù, e l’altra chiesa di rito bizantino dedicata all’esaltazione della Vera Croce. Una vocazione all’ecumenismo, quella di Chevetogne, già presente del dna del monastero, fortemente voluta dal fondatore, Lambert Beauduin, anche se la comunità è composta integralmente da monaci benedettini cattolici.

Ma torniamo al De imitatione Christi di Tommaso di Kempis. Dalla lunga e accurata disamina di padre Lambrechts emerge che il successo di questo libro nella Chiesa ortodossa russa è stato quasi unanime lungo tutto il periodo studiato, dalla metà del Seicento fino alla Rivoluzione, e oltre, fino ad arrivare a padre Aleksandr Men’, morto tragicamente — la scure di un ignoto assassino lo colpì sul viottolo che stava percorrendo per andare in chiesa — nel settembre del 1990.

Un altro aspetto importante è che si tratta di una fortuna spontanea. Sono gli stessi ortodossi ad aver preso l’iniziativa di tradurlo, copiarlo, diffonderlo e consigliarlo. Lo testimonia il numero e la regolarità delle edizioni, e la quantità delle copie manoscritte. L’imitazione di Cristo, inoltre, è stata letta negli ambienti più diversi, prima nei monasteri, poi dai nobili, diffondendosi anche alla corte dello zar, diventando presto patrimonio culturale comune, citata da poeti e scrittori.

Dopo la comparsa della Filocalia e del rinnovamento monastico dell’Ottocento, troviamo ancora Tommaso da Kempis sugli scaffali degli stessi lettori, ma stavolta in compagnia dei Padri orientali. Alcuni ipotizzarono addirittura un’origine greca per il De imitatione Christi, segno di una totale assimilazione. Cosa trovavano in questo libro che non fosse già presente nella letteratura ascetica ereditata da Bisanzio? si chiede padre Lambrechts. Si tratta di un testo semplice, umile, capace di consolare, risponde l’autore dell’articolo, ma soprattutto — scrive, citando Berdiaev — si tratta di un un libro «che supera ogni divergenza confessionale» e che consiglia di «scendere al fondo della coscienza personale, uscire da se stessi per entrare in Dio». Un teologo russo contemporaneo, l’igumeno Petr Meščerinov, lo definisce non solo un cammino verso Cristo, ma con Cristo.

Nel corso dell’Ottocento, però, qualcosa inizia a cambiare: il suo stesso successo si ritorce contro il libro, facendolo diventare il simbolo di un passato da cui liberarsi. Appaiono le prime voci esplicitamente critiche: c’è chi trova l’Imitazione inadatta a una società che cambia, mentre cresce il numero di chi preferisce fare riferimento esclusivamente ai Padri orientali. In questo contesto spicca la dura condanna di sant’Ignazio Briantchaninov, molto critico anche nei confronti di tutta l’“idolatria” occidentale.

Il rischio di queste contrapposizioni così violente, conclude l’autore del saggio, non è solo non comprendere più i cristiani di Occidente, ma finire per censurare anche la propria tradizione e rigettare il proprio passato ecclesiale.

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