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Liliana Segre e Pio XII: «Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te»

Così le disse il Santo Padre allora Pio XII  quando la riceverà in udienza a guerra finita.

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Emerge dall’Archivio Apostolico Vaticano una parte ignota nella vicenda di Liliana Segre: gli zii materni non si diedero per vinti e chiesero aiuto alle autorità ecclesiastiche; la loro storia arrivò anche al Santo Padre. Ma fu tutto vano.

«Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te»

Così le disse il Santo Padre allora Pio XII  quando la riceverà in udienza a guerra finita.

Liliana e il suo papà sono due dei tanti ebrei che Papa Pacelli tentò di salvare.

La vicenda è emersa di recente, per la riapertura dell’Archivio Apostolico Vaticano, recentemente aperto proprio per quegli anni. L’apertura era avvenuta prima del lockdown poi sospesa per motivi sanitari; ora, con nuovi rigidi protocolli, la consultazione è di nuovo possibile.

E in quei documenti, tra le tante storie che sono emerse uguali per la sofferenza che hanno significato, per la crudeltà dei rapporti lacerati, dell’indifferenza che allora spesso le ha circondate, tra quelle una spicca in particolare perché parla di una ragazzina di 13 anni e di suo papà.

Si tratta proprio di Liliana Segre, attualmente senatrice a vita, finita troppo spesso in prima pagina per questioni che invece la riguardano tangenzialmente. Ciò che la attraversa da parte a parte e che ha trafitto tutta la sua vita è invece l’esperienza dell’esclusione sociale culminata poi nella deportazione nei campi di concentramento nazisti, industrie messe in piedi per eliminare popoli e minoranze.

Lo racconta il Corriere del 20 luglio e così ripercorre rapidamente la vicenda che l’ha vista vittima e protagonista, aggiungendo però dei volti e dei nomi che fino ad oggi non erano emersi.

La Segre quando racconta della sua incredibile resistenza e quasi inspiegabile sopravvivenza al susseguirsi di privazioni e torture chiama in causa la forza nascosta, soprattutto psichica, che alberga in ognuno di noi, persino in lei, che era una bimba borghese viziata da nonni e zii.

Ma forse a sostenerla è stata anche un’altra trama, fatta anche di altri affetti e altre forze, come la fede. Seguendone il filo si arriva fino al Papa, Pio XII, così lungamente incompreso e calunniato proprio nel suo operato durante la seconda guerra mondiale. Ma non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, alla fine, con qualche anticipo fin da ora.

(…) qualcuno non si era rassegnato a perderli nel turbine della guerra e dello sterminio. Erano i fratelli della madre di Liliana, Lucia, morta quando lei non aveva ancora un anno: Oscar e Dario Foligno. Oscar, internato in Svizzera, sollecitò la nunziatura apostolica a Berna, guidata da monsignor Filippo Bernardini, in contatto con gli ambienti ebraici e la Croce Rossa internazionale. Il 30 giugno 1944, Foligno inviò un messaggio che ancor oggi è toccante nella sua semplicità: «Pensovi con tanto affetto tranquillizzatemi vostro stato di salute indicando se possibile invio pacchi… Abbiate fede vi abbraccio Oscar». Il testo è stringato: non si potevano superare le 25 parole. Sperava che i suoi cari avrebbero potuto leggerlo. Li pensava deportati in Slovacchia. (CorSera)

Per la famiglia Segre si muoverà direttamente la Santa Sede. C’è un telegramma del 23 agosto del 44 firmato dall’allora segretario di Stato, Mons. Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI.

Allora si occupava della commissione soccorsi.

 «Prego Eccellenza Vostra Reverendissima assumere notizie giovinetta Liliana Segre che pare trovasi campo di concentramento Pomerania Greifswald. Voglia V.E.R. prestare possibilmente assistenza». Non si fa cenno ad Alberto Segre. Anche il luogo di destinazione di Liliana è cambiato. Probabilmente l’interessamento autorevole è stato sollecitato dall’altro zio di Liliana, Dario Foligno. Dario, nel 1937, si era convertito al cattolicesimo leggendo Sant’Agostino ed era avvocato rotale. Aveva passato un momento difficile durante la razzia degli ebrei di Roma il 16 ottobre 1943, ma era stato liberato dal Collegio militare, luogo di concentrazione degli ebrei strappati alle loro case, come coniuge di famiglia mista con moglie «ariana» (non come convertito). Foligno si era poi rivolto a Montini per essere nascosto, non sentendosi sicuro, ed era stato aiutato. (Ibidem)

Si muoverà per Montini la nunziatura apostolica a Berlino presso il Ministero degli Esteri tedesco; siamo nel settembre del ’44. Non arriverà nessuna risposta, poiché si trattava di ebrei.

Una nota, senza data, conservata tra le carte vaticane, fa stato di vari passi vaticani per gli ebrei, concludendo: «Tutte le segnalazioni a favore dei non ariani arrestati, fatte all’ambasciata di Germania, non hanno sortito alcun effetto». Descrive il muro che i diplomatici vaticani si trovavano innanzi. (Ib)

E’ sicuro che la storia dei Segre e in particolare di Liliana doveva essere nota e cara anche allo stesso Santo Padre se, a guerra finita, ricevendola in udienza,

 presentatagli dallo zio Dario, vedendola in ginocchio secondo il protocollo, le disse: «Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te». (Ib)

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Liliana Segre e Pio XII: «Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te»

Così le disse il Santo Padre allora Pio XII  quando la riceverà in udienza a guerra finita.

  

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«Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te»

Così le disse il Santo Padre allora Pio XII  quando la riceverà in udienza a guerra finita.

Liliana e il suo papà sono due dei tanti ebrei che Papa Pacelli tentò di salvare.

La vicenda è emersa di recente, per la riapertura dell’Archivio Apostolico Vaticano, recentemente aperto proprio per quegli anni. L’apertura era avvenuta prima del lockdown poi sospesa per motivi sanitari; ora, con nuovi rigidi protocolli, la consultazione è di nuovo possibile.

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E in quei documenti, tra le tante storie che sono emerse uguali per la sofferenza che hanno significato, per la crudeltà dei rapporti lacerati, dell’indifferenza che allora spesso le ha circondate, tra quelle una spicca in particolare perché parla di una ragazzina di 13 anni e di suo papà.

Si tratta proprio di Liliana Segre, attualmente senatrice a vita, finita troppo spesso in prima pagina per questioni che invece la riguardano tangenzialmente. Ciò che la attraversa da parte a parte e che ha trafitto tutta la sua vita è invece l’esperienza dell’esclusione sociale culminata poi nella deportazione nei campi di concentramento nazisti, industrie messe in piedi per eliminare popoli e minoranze.

Lo racconta il Corriere del 20 luglio e così ripercorre rapidamente la vicenda che l’ha vista vittima e protagonista, aggiungendo però dei volti e dei nomi che fino ad oggi non erano emersi.

La Segre quando racconta della sua incredibile resistenza e quasi inspiegabile sopravvivenza al susseguirsi di privazioni e torture chiama in causa la forza nascosta, soprattutto psichica, che alberga in ognuno di noi, persino in lei, che era una bimba borghese viziata da nonni e zii.

Ma forse a sostenerla è stata anche un’altra trama, fatta anche di altri affetti e altre forze, come la fede. Seguendone il filo si arriva fino al Papa, Pio XII, così lungamente incompreso e calunniato proprio nel suo operato durante la seconda guerra mondiale. Ma non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, alla fine, con qualche anticipo fin da ora.

(…) qualcuno non si era rassegnato a perderli nel turbine della guerra e dello sterminio. Erano i fratelli della madre di Liliana, Lucia, morta quando lei non aveva ancora un anno: Oscar e Dario Foligno. Oscar, internato in Svizzera, sollecitò la nunziatura apostolica a Berna, guidata da monsignor Filippo Bernardini, in contatto con gli ambienti ebraici e la Croce Rossa internazionale. Il 30 giugno 1944, Foligno inviò un messaggio che ancor oggi è toccante nella sua semplicità: «Pensovi con tanto affetto tranquillizzatemi vostro stato di salute indicando se possibile invio pacchi… Abbiate fede vi abbraccio Oscar». Il testo è stringato: non si potevano superare le 25 parole. Sperava che i suoi cari avrebbero potuto leggerlo. Li pensava deportati in Slovacchia. (CorSera)

Per la famiglia Segre si muoverà direttamente la Santa Sede. C’è un telegramma del 23 agosto del 44 firmato dall’allora segretario di Stato, Mons. Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI.

Allora si occupava della commissione soccorsi.

 «Prego Eccellenza Vostra Reverendissima assumere notizie giovinetta Liliana Segre che pare trovasi campo di concentramento Pomerania Greifswald. Voglia V.E.R. prestare possibilmente assistenza». Non si fa cenno ad Alberto Segre. Anche il luogo di destinazione di Liliana è cambiato. Probabilmente l’interessamento autorevole è stato sollecitato dall’altro zio di Liliana, Dario Foligno. Dario, nel 1937, si era convertito al cattolicesimo leggendo Sant’Agostino ed era avvocato rotale. Aveva passato un momento difficile durante la razzia degli ebrei di Roma il 16 ottobre 1943, ma era stato liberato dal Collegio militare, luogo di concentrazione degli ebrei strappati alle loro case, come coniuge di famiglia mista con moglie «ariana» (non come convertito). Foligno si era poi rivolto a Montini per essere nascosto, non sentendosi sicuro, ed era stato aiutato. (Ibidem)

Si muoverà per Montini la nunziatura apostolica a Berlino presso il Ministero degli Esteri tedesco; siamo nel settembre del ’44. Non arriverà nessuna risposta, poiché si trattava di ebrei.

Una nota, senza data, conservata tra le carte vaticane, fa stato di vari passi vaticani per gli ebrei, concludendo: «Tutte le segnalazioni a favore dei non ariani arrestati, fatte all’ambasciata di Germania, non hanno sortito alcun effetto». Descrive il muro che i diplomatici vaticani si trovavano innanzi. (Ib)

E’ sicuro che la storia dei Segre e in particolare di Liliana doveva essere nota e cara anche allo stesso Santo Padre se, a guerra finita, ricevendola in udienza,

 presentatagli dallo zio Dario, vedendola in ginocchio secondo il protocollo, le disse: «Alzati! Sono io che dovrei stare inginocchiato davanti a te». (Ib)

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