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L’eucaristia trasforma l’atto di fede

Il cristianesimo sta scomparendo? Almeno nella società francese e in Occidente? Per molti sociologi il suo declino è ineluttabile.

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di: Hugues Derycke
Presentazione della questione

Il cristianesimo sta scomparendo? Almeno nella società francese e in Occidente? Per molti sociologi il suo declino è ineluttabile. Sarebbe diventato insignificante perfino in termini di pertinenza nel tessuto sociale o come oggetto di studio in sociologia. La Chiesa avrebbe fatto il suo tempo, manifestando l’incapacità di riformarsi per iscriversi nella modernità.

Ebbene, per rispetto del dialogo con quelli e quelle che la pensano così, accetto di accogliere positivamente questi interrogativi. Inoltre, accetto di lasciarmi interpellare da queste domande che toccano la mia fede e contestano il mio stato di chierico. Non intendo oppormi a queste affermazioni che rispecchiano una visione critica della Chiesa nella modernità.

Per molto tempo ho pensato che presentarsi “in modo diverso” come prete della Missione di Francia fosse sufficiente per ottenere un’accoglienza positiva. Ma è ancora un modo di proteggersi attraverso un altro tipo di clericalismo, più discreto, più vicino agli interlocutori, ma sempre una forma di protezione. La fede, con la sua profonda esigenza cristica, ci invita ad affrontare il rischio senza alcuna protezione, in una vulnerabilità che accetta di perdersi.

Non sono il primo degli uomini e delle donne che, da secoli e fin dall’inizio, hanno compreso che essere discepoli di Cristo significa imboccare questo passaggio, lontano dalle certezze; questo passaggio attraverso il Getsemani, dove si coniuga il desiderio di allontanare la prova del non-senso della morte con il desiderio di immergersi più profondamente nel mistero di Dio che si unisce all’umanità.

Penso perfino che questa trasformazione sia divenuta molto più ampia in numerosi credenti e operi uno spostamento significativo da ciò che dai nostri contemporanei viene chiamato “atto di fede”. Si produce una specie di “rovesciamento” nel cuore della fede cristiana quando si prende sul serio l’evento della croce. Si è toccati da questo evento, mai concluso, della morte di Dio in croce che si apre sull’affermazione della risurrezione di Cristo, affermazione che non comporta alcuna immagine, alcuna prova, alcuna certezza. Tutto ciò scava un abisso dove tutto sembra perdersi e dove tutto può assumere un senso nuovo, così nuovo, così diverso come un buco nero da cui si sprigiona un’energia incommensurabile.

«Deus est interior meo et superior summo meo» (s. Agostino). La fede è l’iscrizione in ciascuno di questa assenza di garanzia che opera incessantemente uno spostamento che conduce alla “confessione” e che instaura una “conversione”. La risurrezione è un “evento di linguaggio” nel senso che essa è legata al suo annuncio, ma più ancora alla trasformazione che essa opera in noi, vale a dire la dimensione sociale di carità per gli altri.

Prima di noi e con noi

Alcuni santi e alcuni grandi nomi ci hanno preceduto in questa avventura che attraversa le frontiere della fede che si professa.

La mia generazione è rimasta affascinata da Bonhoeffer, ma io ho scoperto che questo movimento di conversione trasformante si trova anche in Barth, in Jüngel e, beninteso, in sant’Agostino. Altri alla Missione, come Jean Deries, hanno letto questo movimento in Péguy o, come Dominique Fontaine, in Madelaine Delbrêl e in Teresa di Lisieux. Norbert Guillot ogni anno trascorreva una giornata nella cella di Teresa di Lisieux. Altri ancora hanno percepito questa stessa gratitudine di apertura in Charles de Foucauld.

Bisognerebbe ricordare il passaggio di Pierre Raphaël dai fratelli del Vangelo che gli aprirono il cammino di New York, dal popolo dei senza-tetto e poi dalla prigione di Riker Island.

Thierry Quinteton, quand’era a New York, ritrovò la memoria “rivoluzionaria” di Dorothy Day, fondatrice dei Catholic-Workers, che prese ispirazione da Maritain il quale, prima di diventare “il contadino della Garonna”, era stato negli Stati Uniti un lettore di s. Tommaso, sottolineando l’aspetto di contestazione di ciò che era divenuto il tomismo.

Jean-Marie Ploux, introducendo Nietzsche in un percorso fondamentale, ne scopre una radice profetica nel discorso sulla morte di Dio. Jacques Leclerc ci rimanda ad una recente lettura di Kierkegaard che accantona il pessimismo delle analisi sociologiche per ridare freschezza ad un ascolto della radicalità dei Vangeli come speranza per oggi. Troviamo qui un’eco di un dialogo con Maurice Bellet, sacerdote e psicanalista, morto nel 2018. Si dovrebbe menzionare Karl Rahner, che accoglie il pensiero sull’evoluzione di Theillard de Chardin per rinviare continuamente alla comprensione dell’unione ipostatica come cuore “rinnovante” della fede. Non si deve dimenticare che Karl Barth e Hans Urs von Balthasar andavano di pari passo e che la teologia estetica di Balthasar è tutt’altro che un classicismo, ma piuttosto una considerazione del carattere sovversivo del venerdì santo e della croce.

Emmanuel Falque è in bilico sulla frontiera tra filosofia e teologia nel “passeur de Ghetsémani”. Non siamo dunque soli in questa riacquisizione dell’atto di fede come “trasformazione” che contesta l’inerzia e gli ordini troppo ben stabiliti…

Per vivere bisogna crederci

La trasformazione dell’atto di fede impegna i nostri contemporanei nell’acquisizione personale della fede che porta a coglierne il carattere di una trasformazione efficace, performante e mai compiuta. Per vivere bisogna crederci, secondo un’affermazione di Henri-Jérôme Gagey. «Per impegnarsi bisogna crederci» ho osato dire al MEDEF, per indicare questa radice sovversiva che la fede cristiana porta nella cultura.

Da diversi anni faccio da guida a Roma a diversi gruppi di imprenditori, membri dell’APM (Associazione del Progresso del Menagement), 6.000 membri che si incontrano in Club di 20 partecipanti, dieci volte l’anno, per una giornata di formazione. Sono di tutte le tendenze spirituali, credenti, agnostici o atei. Da più di 20 anni mi occupo dell’estetica della decisione e della mondialità, del pluralismo religioso e della laicità. Il viaggio a Roma comporta alcune tappe obbligate.

La prima mondializzazione riguarda la Roma antica: Repubblica, Consolato e Impero. L’iscrizione del cristianesimo nel paganesimo come inserimento nel progresso e nella storia (Paolo Veynes), l’audace forma architettonica del Pantheon, (apertura spalancata sul cielo e sulla pluralità degli aspetti spirituali), l’anticipazione delle relazioni tra Francia e Roma, e il Vaticano, all’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, la prima ambasciata permanente della storia, creata da Francesco I. La forza della conversione del pubblicano Matteo che salda i suoi debiti aderendo subito alla chiamata di Cristo e di Pietro, quadro del Caravaggio nella chiesa barocca di San Luigi dei Francesi.

Quando è possibile, il viaggio si chiude con la visita della basilica di San Pietro, sintesi della ripresa dell’architettura delle basiliche imperiali e della cupola del Pantheon, nell’aspetto cruciforme. Il tutto dominato dal genio del barocco di Michelangelo e di altri ancora. A questo punto mi è concesso di celebrare con loro l’eucaristia nelle Grotte vaticane, vicino alla tomba di Pietro. Perché, quando essi visitano un’impresa o un’officina, funziona così.

Eucaristia

L’eucaristia – come viene celebrata nel rito del Vaticano II, cioè nella fedeltà al rito più antico, come la scienza storica ci ha restituito – è, insieme, un atto di celebrazione della fede, di rinvigorimento della fede e di proposta della fede. Essa è dunque una celebrazione che ha senso solo con la partecipazione. Il rito ordinario la richiede e mi è capitato di interromperla quando la risposta dei fedeli è venuta meno! La celebrazione straordinaria del rito tridentino invita ad una forma spettacolare della gloria di Dio, in cui l’assemblea assiste come ad una rappresentazione. La rappresentazione mira a creare un’emozione personale e segreta di ciascun fedele. Questa forma straordinaria vuole confermare la fede dei fedeli in coerenza con un’armonia divina che richiama la cultura. In questo senso, la forma straordinaria, uscita dal Concilio di Trento, manifesta una forma di bellezza polifonica, uditiva e visiva.

La forma ordinaria è finalizzata alla trasformazione dei fedeli, a permettere loro di inserirsi nel mistero del Cristo, morto e risorto, con il quale sono invitati a fare comunione. Il suo significato culturale è meno evidente e, all’inizio dell’attuazione della riforma liturgica, la celebrazione è stata congestionata da commenti che ne hanno ridotto la sua forza simbolica. Mentre essa cerca di portare alla conversione, alla realizzazione dell’essere cristiano, sollecitando la coscienza dei partecipanti ad un’acquisizione personale, è stata vista da alcuni come una ratifica di un impegno militante che si deve manifestare e, da altri, come un obbligo tassativo.

Alla Missione abbiamo una forte tradizione di belle liturgie, che danno spazio all’innovazione artistica, possono manifestare forti convinzioni e lasciano aperto il campo all’interiorità di ciascuno. Riprendendo il vocabolario di Paul Ricoeur, si può dire che la forza “simbolica” dell’eucaristia ha ripreso vigore dopo le prime applicazioni rozze della riforma liturgica.

L’eucaristia può essere così accolta meglio come il luogo in cui siamo attratti da Cristo nel dono che egli fa di sé. Conquistati da colui che noi pensavamo di conquistare. L’eucaristia si propone di operare un cambiamento, una conversione, una trasformazione.

Poco dopo il Concilio, alcune comunità cristiane e alcuni credenti cercavano di riscrivere il Credo, il Simbolo della fede. In breve, la tentazione era quella di celebrare la realtà che noi viviamo. Oggi il concetto di spostamento è percepito meglio. Si tratta di andare incontro a Colui che ci sta cercando. Il riconoscimento della libertà di coscienza da parte della Chiesa cattolica e cara alla laicità francese si sta concretizzando…

Dall’obbligo di celebrare, e di partecipare, ogni giorno o ogni domenica, si percepisce meglio che questo invito procede da una proposta: quella di essere attratti da Cristo, di essere riconciliati dentro di noi e, soprattutto, di essere trasformati: essere resi migliori per meglio servire l’umanità.

L’eucaristia assicura la trasformazione della fede. Questa accoglienza della trasformazione della fede non è più riservata ad una piccola élite spirituale e intellettuale che ha fatto la scelta di andare ai fondamenti della fede. Essa è largamente proponibile nella celebrazione; coinvolge il celebrante e la comunità in una forma di abbandono di sé che è accessibile alla coscienza di ciascuno.

L’effetto Vaticano II è un’appropriazione dei fondamenti dogmatici che si inscrive progressivamente in un gesto pastorale.

La fede trasforma

Mi sono domandato: quando e come ho avuto l’intuizione che l’eucaristia strutturava la fede, rimandandola al cuore del mistero cristiano della morte in croce di Gesù, dell’affermazione della sua risurrezione, e della comunione a questo movimento dinamico di conversione e di trasformazione? Non lo so, ma non si diventa sacerdote senza imbattersi nell’eucaristia.

Durante i primi anni di formazione alla Missione di Francia, mentre ancora lavoravo, ero legato solo all’eucaristia settimanale presieduta da Jean-Marie Ploux, superiore di quel seminario che aveva appena riaperto con la generazione di Jacques Leclerc.

Il più delle volte Jean-Marie utilizzava la preghiera eucaristica numero 4: «perché non viviamo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi…». Questo alimentava il desiderio di dare la propria vita alla sequela di Cristo, anche se poi ho capito che noi doniamo la nostra vita anche alla Chiesa e che questa Chiesa è incapace di rispondere alla grandezza di questo dono.

Progressivamente, la celebrazione eucaristica è diventata centrale e il luogo del rafforzamento della fede. Qui ho richiamato i discorsi sulla morte di Dio, la teologia di Moltmann sul Dio crocefisso e “l’abbandono” del Figlio da parte del Padre, la profondità in Dio di questo abbassamento di Gesù, questa kenosi che lo immerge nella morte e che determina in Dio uno spazio di rovesciamento del male e di risurrezione. L’eucaristia ci fa partecipare a questo abbandono e comunicare a questo sconvolgimento; e ciò autorizza a benedire e ad aprire il futuro con un segno di croce.

Divenuto prete, ho progressivamente cercato nell’omelia di stabilire «dei contatti luminosi», come diceva Karl Barth, tra la Bibbia e il giornale, tra la parola di Dio e la comunità presente, e vi ho aggiunto il legame con l’eucaristia, con la celebrazione della morte e risurrezione di Cristo, come luogo di comunicazione.

Noi usciamo dalla celebrazione, inviati, migliori e trasformati per trasformare il mondo. Attore e testimone del modo con cui legare la propria fede alla celebrazione rinnovata dell’eucaristia, come proposta dal concilio Vaticano II: ecco quanto intendo testimoniare.

Così è possibile pensare che noi siamo contemporanei di una manifestazione più eclatante di questa trasformazione della fede che alcuni profeti, dentro e fuori la Chiesa, avevano già preannunciato.

Più in generale: credere o non credere, è diventata una questione “normale”, non un tabu, per cui ciascuno può liberamente circolare in queste diverse posizioni. È come se la società uscisse da un’età adolescenziale o sbattesse la porta delle chiese: era una liberazione necessaria.

La lotta contro le violenze religiose e di ogni natura, comprese quelle di coscienza, rimane tristemente di attualità. I pochi tentativi, ancora timidi, della Chiesa lasciano il campo aperto alla protesta. Il periodo di questi sussulti tragici si prolunga. La violenza sul bambino, che segna per tutta l’esistenza la vittima, la costrizione che ferisce il libero arbitrio, rappresentano ugualmente un non-rispetto della libertà di coscienza. Questi atti sono ancora più odiosi oggi in cui la libertà di coscienza è un dato acquisito come un bene fondamentale della nostra società.

La risposta della Chiesa deve essere all’altezza della sfida: giustizia e risarcimento per le vittime, identificazione e condanna dei colpevoli. Più in profondità, c’è la possibilità di essere presenti con maggior rigore in questo quadro nuovo in cui la Chiesa propone la fede cristiana. Il quadro è quello del rispetto e della promozione della libertà di coscienza. Una speranza è possibile: il riconoscimento di questa trasformazione portata dal cristianesimo.

Tutto questo è già entrato in modo forte nella cultura. Sta a noi continuare ad aprire queste porte.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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L’eucaristia trasforma l’atto di fede

Il cristianesimo sta scomparendo? Almeno nella società francese e in Occidente? Per molti sociologi il suo declino è ineluttabile.

  

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Presentazione della questione

Il cristianesimo sta scomparendo? Almeno nella società francese e in Occidente? Per molti sociologi il suo declino è ineluttabile. Sarebbe diventato insignificante perfino in termini di pertinenza nel tessuto sociale o come oggetto di studio in sociologia. La Chiesa avrebbe fatto il suo tempo, manifestando l’incapacità di riformarsi per iscriversi nella modernità.

Ebbene, per rispetto del dialogo con quelli e quelle che la pensano così, accetto di accogliere positivamente questi interrogativi. Inoltre, accetto di lasciarmi interpellare da queste domande che toccano la mia fede e contestano il mio stato di chierico. Non intendo oppormi a queste affermazioni che rispecchiano una visione critica della Chiesa nella modernità.

Per molto tempo ho pensato che presentarsi “in modo diverso” come prete della Missione di Francia fosse sufficiente per ottenere un’accoglienza positiva. Ma è ancora un modo di proteggersi attraverso un altro tipo di clericalismo, più discreto, più vicino agli interlocutori, ma sempre una forma di protezione. La fede, con la sua profonda esigenza cristica, ci invita ad affrontare il rischio senza alcuna protezione, in una vulnerabilità che accetta di perdersi.

Non sono il primo degli uomini e delle donne che, da secoli e fin dall’inizio, hanno compreso che essere discepoli di Cristo significa imboccare questo passaggio, lontano dalle certezze; questo passaggio attraverso il Getsemani, dove si coniuga il desiderio di allontanare la prova del non-senso della morte con il desiderio di immergersi più profondamente nel mistero di Dio che si unisce all’umanità.

Penso perfino che questa trasformazione sia divenuta molto più ampia in numerosi credenti e operi uno spostamento significativo da ciò che dai nostri contemporanei viene chiamato “atto di fede”. Si produce una specie di “rovesciamento” nel cuore della fede cristiana quando si prende sul serio l’evento della croce. Si è toccati da questo evento, mai concluso, della morte di Dio in croce che si apre sull’affermazione della risurrezione di Cristo, affermazione che non comporta alcuna immagine, alcuna prova, alcuna certezza. Tutto ciò scava un abisso dove tutto sembra perdersi e dove tutto può assumere un senso nuovo, così nuovo, così diverso come un buco nero da cui si sprigiona un’energia incommensurabile.

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Prima di noi e con noi

Alcuni santi e alcuni grandi nomi ci hanno preceduto in questa avventura che attraversa le frontiere della fede che si professa.

La mia generazione è rimasta affascinata da Bonhoeffer, ma io ho scoperto che questo movimento di conversione trasformante si trova anche in Barth, in Jüngel e, beninteso, in sant’Agostino. Altri alla Missione, come Jean Deries, hanno letto questo movimento in Péguy o, come Dominique Fontaine, in Madelaine Delbrêl e in Teresa di Lisieux. Norbert Guillot ogni anno trascorreva una giornata nella cella di Teresa di Lisieux. Altri ancora hanno percepito questa stessa gratitudine di apertura in Charles de Foucauld.

Bisognerebbe ricordare il passaggio di Pierre Raphaël dai fratelli del Vangelo che gli aprirono il cammino di New York, dal popolo dei senza-tetto e poi dalla prigione di Riker Island.

Thierry Quinteton, quand’era a New York, ritrovò la memoria “rivoluzionaria” di Dorothy Day, fondatrice dei Catholic-Workers, che prese ispirazione da Maritain il quale, prima di diventare “il contadino della Garonna”, era stato negli Stati Uniti un lettore di s. Tommaso, sottolineando l’aspetto di contestazione di ciò che era divenuto il tomismo.

Jean-Marie Ploux, introducendo Nietzsche in un percorso fondamentale, ne scopre una radice profetica nel discorso sulla morte di Dio. Jacques Leclerc ci rimanda ad una recente lettura di Kierkegaard che accantona il pessimismo delle analisi sociologiche per ridare freschezza ad un ascolto della radicalità dei Vangeli come speranza per oggi. Troviamo qui un’eco di un dialogo con Maurice Bellet, sacerdote e psicanalista, morto nel 2018. Si dovrebbe menzionare Karl Rahner, che accoglie il pensiero sull’evoluzione di Theillard de Chardin per rinviare continuamente alla comprensione dell’unione ipostatica come cuore “rinnovante” della fede. Non si deve dimenticare che Karl Barth e Hans Urs von Balthasar andavano di pari passo e che la teologia estetica di Balthasar è tutt’altro che un classicismo, ma piuttosto una considerazione del carattere sovversivo del venerdì santo e della croce.

Emmanuel Falque è in bilico sulla frontiera tra filosofia e teologia nel “passeur de Ghetsémani”. Non siamo dunque soli in questa riacquisizione dell’atto di fede come “trasformazione” che contesta l’inerzia e gli ordini troppo ben stabiliti…

Per vivere bisogna crederci

La trasformazione dell’atto di fede impegna i nostri contemporanei nell’acquisizione personale della fede che porta a coglierne il carattere di una trasformazione efficace, performante e mai compiuta. Per vivere bisogna crederci, secondo un’affermazione di Henri-Jérôme Gagey. «Per impegnarsi bisogna crederci» ho osato dire al MEDEF, per indicare questa radice sovversiva che la fede cristiana porta nella cultura.

Da diversi anni faccio da guida a Roma a diversi gruppi di imprenditori, membri dell’APM (Associazione del Progresso del Menagement), 6.000 membri che si incontrano in Club di 20 partecipanti, dieci volte l’anno, per una giornata di formazione. Sono di tutte le tendenze spirituali, credenti, agnostici o atei. Da più di 20 anni mi occupo dell’estetica della decisione e della mondialità, del pluralismo religioso e della laicità. Il viaggio a Roma comporta alcune tappe obbligate.

La prima mondializzazione riguarda la Roma antica: Repubblica, Consolato e Impero. L’iscrizione del cristianesimo nel paganesimo come inserimento nel progresso e nella storia (Paolo Veynes), l’audace forma architettonica del Pantheon, (apertura spalancata sul cielo e sulla pluralità degli aspetti spirituali), l’anticipazione delle relazioni tra Francia e Roma, e il Vaticano, all’Ambasciata di Francia presso la Santa Sede, la prima ambasciata permanente della storia, creata da Francesco I. La forza della conversione del pubblicano Matteo che salda i suoi debiti aderendo subito alla chiamata di Cristo e di Pietro, quadro del Caravaggio nella chiesa barocca di San Luigi dei Francesi.

Quando è possibile, il viaggio si chiude con la visita della basilica di San Pietro, sintesi della ripresa dell’architettura delle basiliche imperiali e della cupola del Pantheon, nell’aspetto cruciforme. Il tutto dominato dal genio del barocco di Michelangelo e di altri ancora. A questo punto mi è concesso di celebrare con loro l’eucaristia nelle Grotte vaticane, vicino alla tomba di Pietro. Perché, quando essi visitano un’impresa o un’officina, funziona così.

Eucaristia

L’eucaristia – come viene celebrata nel rito del Vaticano II, cioè nella fedeltà al rito più antico, come la scienza storica ci ha restituito – è, insieme, un atto di celebrazione della fede, di rinvigorimento della fede e di proposta della fede. Essa è dunque una celebrazione che ha senso solo con la partecipazione. Il rito ordinario la richiede e mi è capitato di interromperla quando la risposta dei fedeli è venuta meno! La celebrazione straordinaria del rito tridentino invita ad una forma spettacolare della gloria di Dio, in cui l’assemblea assiste come ad una rappresentazione. La rappresentazione mira a creare un’emozione personale e segreta di ciascun fedele. Questa forma straordinaria vuole confermare la fede dei fedeli in coerenza con un’armonia divina che richiama la cultura. In questo senso, la forma straordinaria, uscita dal Concilio di Trento, manifesta una forma di bellezza polifonica, uditiva e visiva.

La forma ordinaria è finalizzata alla trasformazione dei fedeli, a permettere loro di inserirsi nel mistero del Cristo, morto e risorto, con il quale sono invitati a fare comunione. Il suo significato culturale è meno evidente e, all’inizio dell’attuazione della riforma liturgica, la celebrazione è stata congestionata da commenti che ne hanno ridotto la sua forza simbolica. Mentre essa cerca di portare alla conversione, alla realizzazione dell’essere cristiano, sollecitando la coscienza dei partecipanti ad un’acquisizione personale, è stata vista da alcuni come una ratifica di un impegno militante che si deve manifestare e, da altri, come un obbligo tassativo.

Alla Missione abbiamo una forte tradizione di belle liturgie, che danno spazio all’innovazione artistica, possono manifestare forti convinzioni e lasciano aperto il campo all’interiorità di ciascuno. Riprendendo il vocabolario di Paul Ricoeur, si può dire che la forza “simbolica” dell’eucaristia ha ripreso vigore dopo le prime applicazioni rozze della riforma liturgica.

L’eucaristia può essere così accolta meglio come il luogo in cui siamo attratti da Cristo nel dono che egli fa di sé. Conquistati da colui che noi pensavamo di conquistare. L’eucaristia si propone di operare un cambiamento, una conversione, una trasformazione.

Poco dopo il Concilio, alcune comunità cristiane e alcuni credenti cercavano di riscrivere il Credo, il Simbolo della fede. In breve, la tentazione era quella di celebrare la realtà che noi viviamo. Oggi il concetto di spostamento è percepito meglio. Si tratta di andare incontro a Colui che ci sta cercando. Il riconoscimento della libertà di coscienza da parte della Chiesa cattolica e cara alla laicità francese si sta concretizzando…

Dall’obbligo di celebrare, e di partecipare, ogni giorno o ogni domenica, si percepisce meglio che questo invito procede da una proposta: quella di essere attratti da Cristo, di essere riconciliati dentro di noi e, soprattutto, di essere trasformati: essere resi migliori per meglio servire l’umanità.

L’eucaristia assicura la trasformazione della fede. Questa accoglienza della trasformazione della fede non è più riservata ad una piccola élite spirituale e intellettuale che ha fatto la scelta di andare ai fondamenti della fede. Essa è largamente proponibile nella celebrazione; coinvolge il celebrante e la comunità in una forma di abbandono di sé che è accessibile alla coscienza di ciascuno.

L’effetto Vaticano II è un’appropriazione dei fondamenti dogmatici che si inscrive progressivamente in un gesto pastorale.

La fede trasforma

Mi sono domandato: quando e come ho avuto l’intuizione che l’eucaristia strutturava la fede, rimandandola al cuore del mistero cristiano della morte in croce di Gesù, dell’affermazione della sua risurrezione, e della comunione a questo movimento dinamico di conversione e di trasformazione? Non lo so, ma non si diventa sacerdote senza imbattersi nell’eucaristia.

Durante i primi anni di formazione alla Missione di Francia, mentre ancora lavoravo, ero legato solo all’eucaristia settimanale presieduta da Jean-Marie Ploux, superiore di quel seminario che aveva appena riaperto con la generazione di Jacques Leclerc.

Il più delle volte Jean-Marie utilizzava la preghiera eucaristica numero 4: «perché non viviamo più per noi stessi, ma per lui che è morto e risorto per noi…». Questo alimentava il desiderio di dare la propria vita alla sequela di Cristo, anche se poi ho capito che noi doniamo la nostra vita anche alla Chiesa e che questa Chiesa è incapace di rispondere alla grandezza di questo dono.

Progressivamente, la celebrazione eucaristica è diventata centrale e il luogo del rafforzamento della fede. Qui ho richiamato i discorsi sulla morte di Dio, la teologia di Moltmann sul Dio crocefisso e “l’abbandono” del Figlio da parte del Padre, la profondità in Dio di questo abbassamento di Gesù, questa kenosi che lo immerge nella morte e che determina in Dio uno spazio di rovesciamento del male e di risurrezione. L’eucaristia ci fa partecipare a questo abbandono e comunicare a questo sconvolgimento; e ciò autorizza a benedire e ad aprire il futuro con un segno di croce.

Divenuto prete, ho progressivamente cercato nell’omelia di stabilire «dei contatti luminosi», come diceva Karl Barth, tra la Bibbia e il giornale, tra la parola di Dio e la comunità presente, e vi ho aggiunto il legame con l’eucaristia, con la celebrazione della morte e risurrezione di Cristo, come luogo di comunicazione.

Noi usciamo dalla celebrazione, inviati, migliori e trasformati per trasformare il mondo. Attore e testimone del modo con cui legare la propria fede alla celebrazione rinnovata dell’eucaristia, come proposta dal concilio Vaticano II: ecco quanto intendo testimoniare.

Così è possibile pensare che noi siamo contemporanei di una manifestazione più eclatante di questa trasformazione della fede che alcuni profeti, dentro e fuori la Chiesa, avevano già preannunciato.

Più in generale: credere o non credere, è diventata una questione “normale”, non un tabu, per cui ciascuno può liberamente circolare in queste diverse posizioni. È come se la società uscisse da un’età adolescenziale o sbattesse la porta delle chiese: era una liberazione necessaria.

La lotta contro le violenze religiose e di ogni natura, comprese quelle di coscienza, rimane tristemente di attualità. I pochi tentativi, ancora timidi, della Chiesa lasciano il campo aperto alla protesta. Il periodo di questi sussulti tragici si prolunga. La violenza sul bambino, che segna per tutta l’esistenza la vittima, la costrizione che ferisce il libero arbitrio, rappresentano ugualmente un non-rispetto della libertà di coscienza. Questi atti sono ancora più odiosi oggi in cui la libertà di coscienza è un dato acquisito come un bene fondamentale della nostra società.

La risposta della Chiesa deve essere all’altezza della sfida: giustizia e risarcimento per le vittime, identificazione e condanna dei colpevoli. Più in profondità, c’è la possibilità di essere presenti con maggior rigore in questo quadro nuovo in cui la Chiesa propone la fede cristiana. Il quadro è quello del rispetto e della promozione della libertà di coscienza. Una speranza è possibile: il riconoscimento di questa trasformazione portata dal cristianesimo.

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