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Lefebvriani: normalizzati?

Soppressa la Commissione pontificia Ecclesia Dei e assegnati i suoi compiti alla Congregazione della dottrina della fede

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Soppressa la Commissione pontificia Ecclesia Dei e assegnati i suoi compiti alla Congregazione della dottrina della fede (cf. SettimanaNews) resta da capire il senso della decisione e i suoi possibili sviluppi.

Tutto comincia dalla minoranza conciliare (Coetus internazionalis patrum) durante il Vaticano II (1962-65), e poi la fondazione della Fraternità sacerdotale san Pio X (1970) e la sua illegittimità canonica (1975). Nel 1984 Giovanni Paolo II apre all’uso, in determinate condizioni, della messa tridentina. Nel 1988 il card. Ratzinger negozia un documento di consenso che, all’ultimo, viene smentito da mons. Lefebvre. Nasce qui la Commissione Ecclesia Dei.

Lefebvre ordina quattro vescovi e scatta la scomunica per lui e gli ordinati. Muore nel 1991 e gli succede nel 1994 mons. Bernard Fellay. Nel 2000 la Fraternità organizza un pellegrinaggio a Roma per il giubileo. Nel 2005 papa Benedetto riceve in udienza mons. Fellay. Nel 2007 il motu proprio Summorum pontificum amplia a tutta la Chiesa il possibile uso del rito preconciliare. Nel 2009 viene rimessa la scomunica ai quattro vescovi e si avviano le discussioni dottrinali. Nel settembre 2012 il Vaticano propone alla Fraternità un «preambolo teologico» da accettare in vista di un riconoscimento canonico come prelatura personale. Il capitolo generale rifiuta il documento vaticano. A marzo del 2013 viene eletto papa Francesco. Continuano gli incontri di Fellay con i responsabili della Commissione Ecclesia Dei.

Nel 2015  il papa riconosce la validità e liceità della confessione dei preti tradizionalisti e, nel 2016, incontra personalmente Fellay. Nel 2017 sembra possa chiudersi la rottura e il Vaticano riconosce i matrimoni celebrati dalla Fraternità. Nel 2018 il capitolo generale non rielegge Fellay e mette al suo posto don Paglierani, più intransigente del predecessore. Pur continuando i dialoghi con Roma il nuovo superiore parla di una «divergenza dottrinale irriducibile» (cf. SettimanaNews: Accordo impossibileIl successore di Fellay).  Ora la decisione di sopprimere l’Ecclesia Dei.

Interpretazioni

Per i siti e gli ambienti tradizionalisti la decisione significa la rottura, la fine dei colloqui. Si sottolinea che l’emergenza pastorale, considerata chiusa dal documento, sarebbe invece ben viva e dolorosa. In realtà, il loro timore è che venga meno nella curia un gruppo di riferimento, una sorta di «testa di ponte» che li rappresenti.

Una seconda lettura proviene da ambienti teologici e apprezza la decisione. Ritiene, tuttavia, che la radice malata sia da riconoscere nel motu proprio Summorum pontificum, nella decisione di sdoppiare un rito che era e deve rimanere unico. Non solo per coerenza teologica, ma per necessità pastorale. In base alla tradizionale affermazione: lex orandi, lex credendi. Si attende, conseguentemente, che sia annullato il motu proprio.

Una terza posizione è sul versante istituzionale e funzionale. Poiché il confronto è ormai chiaramente dottrinale, allora ricondurre il tutto alla Congregazione della dottrina della fede è il suo esito ragionevole. Considerato anche lo scarso investimento economico fatto sulla Commissione e la plausibile indicazione del Prefetto come interlocutore della Fraternità.

Il testo del documento parte da due considerazioni. Anzitutto le condizioni mutate rispetto a quelle che avevano consigliato l’erezione della Commissione. In secondo luogo: «gli istituti e le comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita».

Dunque, i lefebvriani e affini sono considerati parte del panorama cattolico. Hanno la tradizione apostolica (anche se illegittima, ma non scismatica), hanno i sacramenti e i loro preti li possono esercitare (anche se limitatamente al loro contesto e con un margine di illegittimità non risolto per il resto), hanno la Scrittura (anche se poco coltivata) e hanno un rapporto con la Santa Sede regolare (ad es. come istanza di ricorso),  seppur conflittuale. Manca loro un pieno riconoscimento giuridico e ostentano una palese incomprensione del Vaticano II. Per le altre comunità che si sono staccate dai lefebvriani l’accettazione ecclesiale  è piena.

La destra è altrove

Il realismo pastorale di una Chiesa che, in quanto sacramento, non si percepisce come «sfera» ma «poliedro» suggerisce di attendersi che «la storia degli effetti» non venga messa in questione. Cancellare il Summorum pontificum significherebbe ridare identità alle istanze della Fraternità e travolgere le altre comunità conservatrici e riconosciute. In un’intervista a La Croix (9 maggio 2016) papa Francesco diceva: «Penso, come avevo detto in Argentina, che siano cattolici in cammino verso la piena comunione». Del resto, la marginalità del mondo tradizionalista è vistosa a partire dalla scelta della destra cattolica di scegliersi altri «cavalli» (dal card. Burke al trumpista Bannon), altri temi (omosessualità), altri orizzonti politici (fine dell’Europa).

 

I lefebvriani non sembrano neppure in grado controllare i loro. Dopo la cacciata del vescovo Williamson (ironia involontaria, «per disobbedienza»), questi ha già fatto una sua chiesuola e ha già ordinato un altro vescovo. Un possibile contenitore per i più facinorosi nell’ipotesi di una accordo pieno con Roma. Hanno perso il fascino di essere l’unico luogo dove si celebra in latino. E soprattutto non hanno colto l’occasione di poter condizionare la storia della Chiesa. Il rifiuto opposto a Roma nel 2012 ha delegittimato la lettura restrittiva del Vaticano II perseguita da Benedetto XVI. Il conclave dell’anno successivo, se i conservatori avessero potuto esibire la soluzione dell’unico «scisma» postconciliare, avrebbe avuto altri esiti rispetto all’elezione del card. Bergoglio.

Gli ultimi anni li hanno ricondotti a quello che sono: 1 curia generalizia, 6 seminari, 6 case di formazione, 14 distretti, 4 case autonome, 167 prioriati, 772 chiese, cappelle e centri di messa, 2 istituti universitari, un centinaio di scuole, 7 case di riposo, 3 vescovi, 637 sacerdoti, 204 seminaristi, 56 seminari minori, 123 frati, 195 suore, 79 oblati, 4 carmeli, 19 suore missionarie in Kenia.

La Fraternità è presente in 37 paesi e ne serve altri 35. In Francia e in Svizzera sono già chiamati nelle aule giudiziarie per l’accusa di abusi da parte di alcuni dei loro preti, la generazione dei più anziani si va esaurendo e la questione del sostentamento economico diventa sempre più urgente. Una storia normale?

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Tutto comincia dalla minoranza conciliare (Coetus internazionalis patrum) durante il Vaticano II (1962-65), e poi la fondazione della Fraternità sacerdotale san Pio X (1970) e la sua illegittimità canonica (1975). Nel 1984 Giovanni Paolo II apre all’uso, in determinate condizioni, della messa tridentina. Nel 1988 il card. Ratzinger negozia un documento di consenso che, all’ultimo, viene smentito da mons. Lefebvre. Nasce qui la Commissione Ecclesia Dei.

Lefebvre ordina quattro vescovi e scatta la scomunica per lui e gli ordinati. Muore nel 1991 e gli succede nel 1994 mons. Bernard Fellay. Nel 2000 la Fraternità organizza un pellegrinaggio a Roma per il giubileo. Nel 2005 papa Benedetto riceve in udienza mons. Fellay. Nel 2007 il motu proprio Summorum pontificum amplia a tutta la Chiesa il possibile uso del rito preconciliare. Nel 2009 viene rimessa la scomunica ai quattro vescovi e si avviano le discussioni dottrinali. Nel settembre 2012 il Vaticano propone alla Fraternità un «preambolo teologico» da accettare in vista di un riconoscimento canonico come prelatura personale. Il capitolo generale rifiuta il documento vaticano. A marzo del 2013 viene eletto papa Francesco. Continuano gli incontri di Fellay con i responsabili della Commissione Ecclesia Dei.

Nel 2015  il papa riconosce la validità e liceità della confessione dei preti tradizionalisti e, nel 2016, incontra personalmente Fellay. Nel 2017 sembra possa chiudersi la rottura e il Vaticano riconosce i matrimoni celebrati dalla Fraternità. Nel 2018 il capitolo generale non rielegge Fellay e mette al suo posto don Paglierani, più intransigente del predecessore. Pur continuando i dialoghi con Roma il nuovo superiore parla di una «divergenza dottrinale irriducibile» (cf. SettimanaNews: Accordo impossibileIl successore di Fellay).  Ora la decisione di sopprimere l’Ecclesia Dei.

Interpretazioni

Per i siti e gli ambienti tradizionalisti la decisione significa la rottura, la fine dei colloqui. Si sottolinea che l’emergenza pastorale, considerata chiusa dal documento, sarebbe invece ben viva e dolorosa. In realtà, il loro timore è che venga meno nella curia un gruppo di riferimento, una sorta di «testa di ponte» che li rappresenti.

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Una seconda lettura proviene da ambienti teologici e apprezza la decisione. Ritiene, tuttavia, che la radice malata sia da riconoscere nel motu proprio Summorum pontificum, nella decisione di sdoppiare un rito che era e deve rimanere unico. Non solo per coerenza teologica, ma per necessità pastorale. In base alla tradizionale affermazione: lex orandi, lex credendi. Si attende, conseguentemente, che sia annullato il motu proprio.

Una terza posizione è sul versante istituzionale e funzionale. Poiché il confronto è ormai chiaramente dottrinale, allora ricondurre il tutto alla Congregazione della dottrina della fede è il suo esito ragionevole. Considerato anche lo scarso investimento economico fatto sulla Commissione e la plausibile indicazione del Prefetto come interlocutore della Fraternità.

Il testo del documento parte da due considerazioni. Anzitutto le condizioni mutate rispetto a quelle che avevano consigliato l’erezione della Commissione. In secondo luogo: «gli istituti e le comunità religiose che celebrano abitualmente nella forma straordinaria hanno trovato oggi una propria stabilità di numero e di vita».

Dunque, i lefebvriani e affini sono considerati parte del panorama cattolico. Hanno la tradizione apostolica (anche se illegittima, ma non scismatica), hanno i sacramenti e i loro preti li possono esercitare (anche se limitatamente al loro contesto e con un margine di illegittimità non risolto per il resto), hanno la Scrittura (anche se poco coltivata) e hanno un rapporto con la Santa Sede regolare (ad es. come istanza di ricorso),  seppur conflittuale. Manca loro un pieno riconoscimento giuridico e ostentano una palese incomprensione del Vaticano II. Per le altre comunità che si sono staccate dai lefebvriani l’accettazione ecclesiale  è piena.

La destra è altrove

Il realismo pastorale di una Chiesa che, in quanto sacramento, non si percepisce come «sfera» ma «poliedro» suggerisce di attendersi che «la storia degli effetti» non venga messa in questione. Cancellare il Summorum pontificum significherebbe ridare identità alle istanze della Fraternità e travolgere le altre comunità conservatrici e riconosciute. In un’intervista a La Croix (9 maggio 2016) papa Francesco diceva: «Penso, come avevo detto in Argentina, che siano cattolici in cammino verso la piena comunione». Del resto, la marginalità del mondo tradizionalista è vistosa a partire dalla scelta della destra cattolica di scegliersi altri «cavalli» (dal card. Burke al trumpista Bannon), altri temi (omosessualità), altri orizzonti politici (fine dell’Europa).

 

I lefebvriani non sembrano neppure in grado controllare i loro. Dopo la cacciata del vescovo Williamson (ironia involontaria, «per disobbedienza»), questi ha già fatto una sua chiesuola e ha già ordinato un altro vescovo. Un possibile contenitore per i più facinorosi nell’ipotesi di una accordo pieno con Roma. Hanno perso il fascino di essere l’unico luogo dove si celebra in latino. E soprattutto non hanno colto l’occasione di poter condizionare la storia della Chiesa. Il rifiuto opposto a Roma nel 2012 ha delegittimato la lettura restrittiva del Vaticano II perseguita da Benedetto XVI. Il conclave dell’anno successivo, se i conservatori avessero potuto esibire la soluzione dell’unico «scisma» postconciliare, avrebbe avuto altri esiti rispetto all’elezione del card. Bergoglio.

Gli ultimi anni li hanno ricondotti a quello che sono: 1 curia generalizia, 6 seminari, 6 case di formazione, 14 distretti, 4 case autonome, 167 prioriati, 772 chiese, cappelle e centri di messa, 2 istituti universitari, un centinaio di scuole, 7 case di riposo, 3 vescovi, 637 sacerdoti, 204 seminaristi, 56 seminari minori, 123 frati, 195 suore, 79 oblati, 4 carmeli, 19 suore missionarie in Kenia.

La Fraternità è presente in 37 paesi e ne serve altri 35. In Francia e in Svizzera sono già chiamati nelle aule giudiziarie per l’accusa di abusi da parte di alcuni dei loro preti, la generazione dei più anziani si va esaurendo e la questione del sostentamento economico diventa sempre più urgente. Una storia normale?

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