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Lefebvriani: 50 anni e qualche ruga

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di: Lorenzo Prezzi

Che cos’è oggi la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata dal vescovo Marcel Lefebvre? Il suo identikit a cinquant’anni dalla nascita.

Quattrocento persone hanno assistito alla traslazione delle spoglie di mons. Marcel Lefebvre (1905–1991) alla cripta della chiesa titolata al Cuore immacolato di Maria il 24 settembre scorso a Ecône (Svizzera). Il corpo del fondatore della Fraternità tradizionalista San Pio X sarà più facilmente accessibile ai visitatori, «non per la venerazione dei fedeli, ma come segno di rispetto per la sua opera» (B. de Jorna).

Il giorno scelto richiama i 50 anni di esistenza della Fraternità. C’è una curiosità sulle date, perché nella biografia ufficiale – Mons. Marcel Lefebvre. Una vita –, a firma di uno dei 4 vescovi da lui ordinati in dissenso da Roma (1988), B. Tissier de Mallerais, gli anniversari di fondazione sono quelli del 1° ottobre (apertura di una scuola per gli studi ecclesiastici) e, soprattutto, del 1° novembre 1970, data di approvazione della Fraternità (ad experimentum) da parte di vescovo di Friburgo, F Charrière. Il piccolo spostamento temporale è indice di una storiografia interna sempre più autoreferenziale.

Contro il concilio, non «sedevacantisti»

Fondata nel 1970 (e dichiarata illegittima nel 1975), la Fraternità guidata da mons. Lefebvre negozia con la Congregazione per la dottrina della fede (allora presieduta dal card. J. Ratzinger) un documento di consenso (1988) smentito nell’arco di 24 ore. Nello stesso anno il vescovo ordina 4 vescovi incorrendo nella scomunica. Muore nel 1991.

Nel 1994 diventa superiore generale mons. Bernard Fellay. Nel 2000 la fraternità organizza un pellegrinaggio a Roma per il giubileo. Nel 2005 papa Benedetto riceve in udienza mons. Fellay.

Nel 2007 il motu proprio Summorum pontificum amplia a tutta la Chiesa la possibilità di celebrare col rito preconciliare (solo parzialmente permesso da Giovanni Paolo II nel 1984).

Nel 2004 viene rimessa la scomunica ai quattro vescovi e, nel 2012, il Vaticano propone alla fraternità una «preambolo teologico» da accettare in vista di un riconoscimento canonico come prelatura personale. Il capitolo generale rifiuta.

Con papa Francesco i colloqui continuano. Nel 2015 riconosce la validità e la liceità della confessione dei preti tradizionalisti. L’anno successivo incontra Fellay e, nel 2017, riconosce i matrimoni celebrati dai preti della Fraternità.

Un profilo maggiormente pugnace è quello del successore di Fellay, don Davide Pagliarani (2018), ma i contatti non si interrompono. Neppure con la chiusura della commissione Ecclesia Dei, il riferimento curiale della Fraternità (2019).

Alla consunzione dei dialoghi («oggi non abbiamo più contatti. Era diventato un dialogo fra sordi»: così de Jorna) fa da riscontro una sostanziale “internità” del movimento tradizionalista che può validamente e lecitamente celebrare 5 sacramenti, restando privi di liceità (non di validità) quelli legati al vescovo (cresima e ordinazione).

Se la distanza teologica e pastorale si è ampliata con il magistero di papa Francesco, nondimeno agisce una regolamentazione di fatto che evita atti e documenti che potrebbero cristallizzare le opposizioni e che permette alla Fraternità di operare con una certa libertà, misurando anche i suoi limiti e contraddizioni.

I dati numerici da loro forniti sono piuttosto stabili: curia generalizia (Ecône), 6 seminari, 6 case di formazione, 14 distretti, 4 case autonome, 167 priorati, 772 chiese, cappelle e centri dimessa, 2 istituti universitari, un centinaio di scuole, 7 case di riposo, 3 vescovi (mons. Williamson è stato allontanato, paradossalmente, per «disobbedienza»), 637 sacerdoti, 204 seminaristi, 56 seminari minori, 123 religiosi, 195 suore di cui 79 oblate, 4 carmeli, 19 suore missionarie in Kenia. La fraternità è presente in 37 paesi e ne serve altri 35. Le sue aree di maggior radicamento sono la Francia e la Svizzera.

Difficile dare numeri per i fedeli che possono frequentare le loro celebrazioni e anche quelle parrocchiali. Si va da una stima prudente (100.000) ad una più ampia (4-5.000.000). Se le cifre dei laici sono ballerine, anche quelle dei preti lasciano zone d’ombra. In 50 anni quanti di loro hanno lasciato la Fraternità, visto che i numeri sono sostanzialmente gli stessi da anni? C’è chi ipotizza che quasi la metà degli ordinati abbiano lasciato la Fraternità o il ministero.

Non possumus

Il cambiamento di umore e di clima interno è evidente dalla scelta di don Pagliarani come superiore generale che, ben prima di essere eletto, diceva: «Può sembrare paradossale, ma il servizio più prezioso che si possa offrire oggi al santo padre è proprio quello di dirgli “non possumus”… Contrariamente a quanto alcuni pensano, nell’ottica della Fraternità, l’obiettivo delle discussioni non è tanto quello di trovare una collocazione canonica per sé stessa, ma, ancora una volta, quello di rendere un servizio alla Chiesa e alle anime che attendono il trionfo della verità».

Pietro Citati, un prete che ha lasciato recentemente la Fraternità, ha detto: «Mi sembra che oggi è del tutto possibile per dei cattolici “tradizionalisti” di operare dentro le strutture canoniche della Chiesa, mantenendo una identità senza compromessi. Il che non significa che questo avvenga sempre e ovunque senza difficoltà. Accettare la riconciliazione non significherebbe per la Fraternità sacerdotale di San Pio X perdere la sua identità o dover rinunciare alla sua battaglia per la tradizione.

Al contrario. La fraternità è purtroppo in procinto di rifiutare la riconciliazione offerta dalla Santa Sede e, siccome gli attuali superiori rimarranno in carica fino al 2030, umanamente parlando sembra difficile che il corso degli eventi possa cambiare» (La Croix, 23 settembre 2020).

Per don Pagliarani la postsinodale Amoris laetitia di papa Francesco rappresenta «della storia della Chiesa degli ultimi decenni quello che Hiroshima o Nagasaki sono per la storia moderna del Giappone: umanamente parlando i danni sono irreparabili». Nella stessa intervista (17 settembre 2019) profetizza una «nuova catastrofe per la Chiesa».

In un comunicato del superiore generale (febbraio 2019) a commento del documento sulla Fratellana universale firmato dal papa con l’imam di El Ahzar si dice: «È un’empietà che disprezza il primo comandamento e che fa dire alla Sapienza di Dio, incarnata in Gesù Cristo morto per noi sulla croce, che “il pluralismo e la diversità delle religioni” è “una sapiente volontà di Dio”».

Finanze e abusi

Del tutto esterni, se non in opposizione, alle Chiese locali in cui sono attivi, i lefebvriani mostrano i loro limiti. Non solo ignorando gli abbandoni, ma anche esibendo “guadagni” di non grande peso, come la richiesta di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una delle loro comunità da parte di Vitus Huonder, vescovo emerito di Coira (Svizzera), o di ospitare nei propri seminari cinque preti diocesani in cerca di maggiore sicurezza dottrinale.

C’è un capitolo ermeticamente chiuso e riguarda le finanze della fraternità. Con un governo fortemente centralizzato (nomine, spostamenti, permessi ecc.), la parte economica, gestita ancora oggi da mons. Fellay, è al riparo da ogni pubblicità. Menzingen, sede della casa generalizia, è nel cantone Zug, considerato un paradiso fiscale all’interno della Confederazione Svizzera, con una fiscalità particolarmente favorevole. Si racconta, senza riscontri obiettivi, di operazioni finanziarie piuttosto disinvolte in occasioni di legati testamentari plurimilionari.

Altro capitolo inquietante sono gli abusi. Nel Livre noir de la Fraternité Sacerdotale Saint-Pio X se ne segnalano una decina, in parte già conclusi con condanne civili come quello relativo a p. F. Abbet, condannato da un tribunale belga a cinque anni di carcere, o di p. C. Roisnel condannato a 19 anni di reclusione, o dell’ex seminarista K. Sloniker con una condanna a vita per violenza sui minori.

In questa materia la Fraternità non solo è andata a rimorchio delle posizioni di Roma, nonostante il rigorismo che vorrebbe qualificarla, ma ha anche in alcuni casi ignorato le indicazioni delle istanze vaticane quando si è rivolta ad esse. Del resto, nei suoi documenti formativi interni, se la Scrittura è solamente citata, la formazione psicologica è del tutto assente, con osservazioni come questa: «Per quanto attiene alla castità sacerdotale, non ci si deve mai allontanare da una attitudine di prudente riserva con le donne, evitando la misoginia».

In compenso, molta attenzione è data alla filosofia (non moderna), alla dogmatica, al latino e alla liturgia (preconciliare) (cf. resoconto della riunione dei superiori, 29-31 dicembre 2015).

Ignorati dai conservatori

Ampiamente riconosciuti e non più “rincorsi” da alcune istanze vaticane, i tradizionalisti hanno perso il fascino di essere alternativi. Come ha detto papa Francesco: «Penso che siano cattolici in cammino verso la piena comunione». Hanno smarrito il fascino di essere l’unico luogo in cui si celebra in latino e non hanno colto l’occasione di poter condizionare la storia della Chiesa.

Il rifiuto opposto a Roma nel 2012 ha delegittimato e collassato la lettura restrittiva del Vaticano II. Se i conservatori avessero potuto esibire nel conclave dell’anno successivo la soluzione dell’unico “scisma” post-conciliare, dalla Sistina non sarebbe uscito il nome di Bergoglio.

Il segnale più evidente della loro marginalità è il fatto di essere irrilevanti per i conservatori, dal card. Burke al trumpista (ora inquisito) Bannon. Lo stesso mons. Carlo Maria Viganò che è arrivato sulle loro posizioni di violento rifiuto del Vaticano II non li cita nemmeno.

Senza ignorare la sincerità di molti e le scelte coraggiose di alcuni, l’insistenza con cui nelle loro comunicazioni interne si richiama la fedeltà e l’appartenenza suggerisce un approccio prudente.

In una testimonianza – tratta da Le libre noir e quindi con un taglio molto critico – si ricostruisce così il clima interno dopo un ventennio di frequentazione: «Non c’è nulla di male in un ritiro (a cui invitano con insistenza le persone vicine, ndr), a meno di essere bombardati di ricette che pretendono di indicare come è necessario vivere. Il peccato è ovunque: in spiaggia quando vi sia folla; nei metodi naturali di controllo delle nascite, considerati come contraccettivi equivalenti alla pillola; non si può sostenere economicamente istituzioni che non fanno parte della Fraternità; non si può mandare i figli in scuole che non siano conformi agli indirizzi interni, né partecipare alla messa conciliare.

Di più. Tutto quello che fanno la Chiesa e gli uomini di Chiesa è passato a un vaglio sottile. Per lo più i preti e i superiori della Fraternità considerano i loro atti come eretici, modernisti, blasfemi… I fedeli esercitano a loro volta un controllo sociale sugli altri. Le donne sono criticate quando mostrano un po’ troppo di pelle. Se la gonna è troppo corta (appena sopra il ginocchio è già un incitamento ai maschi) o la scollatura un po’ aperta. Per sopravvivere in questo ambiente non resta altra soluzione che tagliare con il mondo seguendo esattamente le indicazioni e conformandosi ad esse».

Originale: Settimana News
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di: Lorenzo Prezzi

Che cos’è oggi la Fraternità Sacerdotale San Pio X fondata dal vescovo Marcel Lefebvre? Il suo identikit a cinquant’anni dalla nascita.

Quattrocento persone hanno assistito alla traslazione delle spoglie di mons. Marcel Lefebvre (1905–1991) alla cripta della chiesa titolata al Cuore immacolato di Maria il 24 settembre scorso a Ecône (Svizzera). Il corpo del fondatore della Fraternità tradizionalista San Pio X sarà più facilmente accessibile ai visitatori, «non per la venerazione dei fedeli, ma come segno di rispetto per la sua opera» (B. de Jorna).

Il giorno scelto richiama i 50 anni di esistenza della Fraternità. C’è una curiosità sulle date, perché nella biografia ufficiale – Mons. Marcel Lefebvre. Una vita –, a firma di uno dei 4 vescovi da lui ordinati in dissenso da Roma (1988), B. Tissier de Mallerais, gli anniversari di fondazione sono quelli del 1° ottobre (apertura di una scuola per gli studi ecclesiastici) e, soprattutto, del 1° novembre 1970, data di approvazione della Fraternità (ad experimentum) da parte di vescovo di Friburgo, F Charrière. Il piccolo spostamento temporale è indice di una storiografia interna sempre più autoreferenziale.

Contro il concilio, non «sedevacantisti»

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Fondata nel 1970 (e dichiarata illegittima nel 1975), la Fraternità guidata da mons. Lefebvre negozia con la Congregazione per la dottrina della fede (allora presieduta dal card. J. Ratzinger) un documento di consenso (1988) smentito nell’arco di 24 ore. Nello stesso anno il vescovo ordina 4 vescovi incorrendo nella scomunica. Muore nel 1991.

Nel 1994 diventa superiore generale mons. Bernard Fellay. Nel 2000 la fraternità organizza un pellegrinaggio a Roma per il giubileo. Nel 2005 papa Benedetto riceve in udienza mons. Fellay.

Nel 2007 il motu proprio Summorum pontificum amplia a tutta la Chiesa la possibilità di celebrare col rito preconciliare (solo parzialmente permesso da Giovanni Paolo II nel 1984).

Nel 2004 viene rimessa la scomunica ai quattro vescovi e, nel 2012, il Vaticano propone alla fraternità una «preambolo teologico» da accettare in vista di un riconoscimento canonico come prelatura personale. Il capitolo generale rifiuta.

Con papa Francesco i colloqui continuano. Nel 2015 riconosce la validità e la liceità della confessione dei preti tradizionalisti. L’anno successivo incontra Fellay e, nel 2017, riconosce i matrimoni celebrati dai preti della Fraternità.

Un profilo maggiormente pugnace è quello del successore di Fellay, don Davide Pagliarani (2018), ma i contatti non si interrompono. Neppure con la chiusura della commissione Ecclesia Dei, il riferimento curiale della Fraternità (2019).

Alla consunzione dei dialoghi («oggi non abbiamo più contatti. Era diventato un dialogo fra sordi»: così de Jorna) fa da riscontro una sostanziale “internità” del movimento tradizionalista che può validamente e lecitamente celebrare 5 sacramenti, restando privi di liceità (non di validità) quelli legati al vescovo (cresima e ordinazione).

Se la distanza teologica e pastorale si è ampliata con il magistero di papa Francesco, nondimeno agisce una regolamentazione di fatto che evita atti e documenti che potrebbero cristallizzare le opposizioni e che permette alla Fraternità di operare con una certa libertà, misurando anche i suoi limiti e contraddizioni.

I dati numerici da loro forniti sono piuttosto stabili: curia generalizia (Ecône), 6 seminari, 6 case di formazione, 14 distretti, 4 case autonome, 167 priorati, 772 chiese, cappelle e centri dimessa, 2 istituti universitari, un centinaio di scuole, 7 case di riposo, 3 vescovi (mons. Williamson è stato allontanato, paradossalmente, per «disobbedienza»), 637 sacerdoti, 204 seminaristi, 56 seminari minori, 123 religiosi, 195 suore di cui 79 oblate, 4 carmeli, 19 suore missionarie in Kenia. La fraternità è presente in 37 paesi e ne serve altri 35. Le sue aree di maggior radicamento sono la Francia e la Svizzera.

Difficile dare numeri per i fedeli che possono frequentare le loro celebrazioni e anche quelle parrocchiali. Si va da una stima prudente (100.000) ad una più ampia (4-5.000.000). Se le cifre dei laici sono ballerine, anche quelle dei preti lasciano zone d’ombra. In 50 anni quanti di loro hanno lasciato la Fraternità, visto che i numeri sono sostanzialmente gli stessi da anni? C’è chi ipotizza che quasi la metà degli ordinati abbiano lasciato la Fraternità o il ministero.

Non possumus

Il cambiamento di umore e di clima interno è evidente dalla scelta di don Pagliarani come superiore generale che, ben prima di essere eletto, diceva: «Può sembrare paradossale, ma il servizio più prezioso che si possa offrire oggi al santo padre è proprio quello di dirgli “non possumus”… Contrariamente a quanto alcuni pensano, nell’ottica della Fraternità, l’obiettivo delle discussioni non è tanto quello di trovare una collocazione canonica per sé stessa, ma, ancora una volta, quello di rendere un servizio alla Chiesa e alle anime che attendono il trionfo della verità».

Pietro Citati, un prete che ha lasciato recentemente la Fraternità, ha detto: «Mi sembra che oggi è del tutto possibile per dei cattolici “tradizionalisti” di operare dentro le strutture canoniche della Chiesa, mantenendo una identità senza compromessi. Il che non significa che questo avvenga sempre e ovunque senza difficoltà. Accettare la riconciliazione non significherebbe per la Fraternità sacerdotale di San Pio X perdere la sua identità o dover rinunciare alla sua battaglia per la tradizione.

Al contrario. La fraternità è purtroppo in procinto di rifiutare la riconciliazione offerta dalla Santa Sede e, siccome gli attuali superiori rimarranno in carica fino al 2030, umanamente parlando sembra difficile che il corso degli eventi possa cambiare» (La Croix, 23 settembre 2020).

Per don Pagliarani la postsinodale Amoris laetitia di papa Francesco rappresenta «della storia della Chiesa degli ultimi decenni quello che Hiroshima o Nagasaki sono per la storia moderna del Giappone: umanamente parlando i danni sono irreparabili». Nella stessa intervista (17 settembre 2019) profetizza una «nuova catastrofe per la Chiesa».

In un comunicato del superiore generale (febbraio 2019) a commento del documento sulla Fratellana universale firmato dal papa con l’imam di El Ahzar si dice: «È un’empietà che disprezza il primo comandamento e che fa dire alla Sapienza di Dio, incarnata in Gesù Cristo morto per noi sulla croce, che “il pluralismo e la diversità delle religioni” è “una sapiente volontà di Dio”».

Finanze e abusi

Del tutto esterni, se non in opposizione, alle Chiese locali in cui sono attivi, i lefebvriani mostrano i loro limiti. Non solo ignorando gli abbandoni, ma anche esibendo “guadagni” di non grande peso, come la richiesta di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in una delle loro comunità da parte di Vitus Huonder, vescovo emerito di Coira (Svizzera), o di ospitare nei propri seminari cinque preti diocesani in cerca di maggiore sicurezza dottrinale.

C’è un capitolo ermeticamente chiuso e riguarda le finanze della fraternità. Con un governo fortemente centralizzato (nomine, spostamenti, permessi ecc.), la parte economica, gestita ancora oggi da mons. Fellay, è al riparo da ogni pubblicità. Menzingen, sede della casa generalizia, è nel cantone Zug, considerato un paradiso fiscale all’interno della Confederazione Svizzera, con una fiscalità particolarmente favorevole. Si racconta, senza riscontri obiettivi, di operazioni finanziarie piuttosto disinvolte in occasioni di legati testamentari plurimilionari.

Altro capitolo inquietante sono gli abusi. Nel Livre noir de la Fraternité Sacerdotale Saint-Pio X se ne segnalano una decina, in parte già conclusi con condanne civili come quello relativo a p. F. Abbet, condannato da un tribunale belga a cinque anni di carcere, o di p. C. Roisnel condannato a 19 anni di reclusione, o dell’ex seminarista K. Sloniker con una condanna a vita per violenza sui minori.

In questa materia la Fraternità non solo è andata a rimorchio delle posizioni di Roma, nonostante il rigorismo che vorrebbe qualificarla, ma ha anche in alcuni casi ignorato le indicazioni delle istanze vaticane quando si è rivolta ad esse. Del resto, nei suoi documenti formativi interni, se la Scrittura è solamente citata, la formazione psicologica è del tutto assente, con osservazioni come questa: «Per quanto attiene alla castità sacerdotale, non ci si deve mai allontanare da una attitudine di prudente riserva con le donne, evitando la misoginia».

In compenso, molta attenzione è data alla filosofia (non moderna), alla dogmatica, al latino e alla liturgia (preconciliare) (cf. resoconto della riunione dei superiori, 29-31 dicembre 2015).

Ignorati dai conservatori

Ampiamente riconosciuti e non più “rincorsi” da alcune istanze vaticane, i tradizionalisti hanno perso il fascino di essere alternativi. Come ha detto papa Francesco: «Penso che siano cattolici in cammino verso la piena comunione». Hanno smarrito il fascino di essere l’unico luogo in cui si celebra in latino e non hanno colto l’occasione di poter condizionare la storia della Chiesa.

Il rifiuto opposto a Roma nel 2012 ha delegittimato e collassato la lettura restrittiva del Vaticano II. Se i conservatori avessero potuto esibire nel conclave dell’anno successivo la soluzione dell’unico “scisma” post-conciliare, dalla Sistina non sarebbe uscito il nome di Bergoglio.

Il segnale più evidente della loro marginalità è il fatto di essere irrilevanti per i conservatori, dal card. Burke al trumpista (ora inquisito) Bannon. Lo stesso mons. Carlo Maria Viganò che è arrivato sulle loro posizioni di violento rifiuto del Vaticano II non li cita nemmeno.

Senza ignorare la sincerità di molti e le scelte coraggiose di alcuni, l’insistenza con cui nelle loro comunicazioni interne si richiama la fedeltà e l’appartenenza suggerisce un approccio prudente.

In una testimonianza – tratta da Le libre noir e quindi con un taglio molto critico – si ricostruisce così il clima interno dopo un ventennio di frequentazione: «Non c’è nulla di male in un ritiro (a cui invitano con insistenza le persone vicine, ndr), a meno di essere bombardati di ricette che pretendono di indicare come è necessario vivere. Il peccato è ovunque: in spiaggia quando vi sia folla; nei metodi naturali di controllo delle nascite, considerati come contraccettivi equivalenti alla pillola; non si può sostenere economicamente istituzioni che non fanno parte della Fraternità; non si può mandare i figli in scuole che non siano conformi agli indirizzi interni, né partecipare alla messa conciliare.

Di più. Tutto quello che fanno la Chiesa e gli uomini di Chiesa è passato a un vaglio sottile. Per lo più i preti e i superiori della Fraternità considerano i loro atti come eretici, modernisti, blasfemi… I fedeli esercitano a loro volta un controllo sociale sugli altri. Le donne sono criticate quando mostrano un po’ troppo di pelle. Se la gonna è troppo corta (appena sopra il ginocchio è già un incitamento ai maschi) o la scollatura un po’ aperta. Per sopravvivere in questo ambiente non resta altra soluzione che tagliare con il mondo seguendo esattamente le indicazioni e conformandosi ad esse».

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