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Le spoglie di San Giovanni XXIII tornano a Bergamo. Prima tappa: il carcere

Santi

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Prima tappa della peregrinatio. La commozione dei detenuti e degli operatori. Simboli ed esperienze umane. E un invito a sperare. Per tutti. 

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Dialogando con il direttore dell’Eco di Bergamo, Papa Francesco ha detto che a livello globale lo preoccupano «i disequilibri che sono sempre legati ad uno sconsiderato sfruttamento: degli uomini e delle risorse della natura». E ha significativamente aggiunto: «Però il vero compito della Chiesa non è far cambiare i governi, ma far entrare la logica del Vangelo nel pensiero e nei gesti dei governanti».  

Sono parole illuminanti, che fanno memoria della peculiare missione della Chiesa, la quale non è e non dovrebbe mai essere considerata un “agente politico”, e non si propone come scopo della sua azione quello di provocare cambi di governo o di regime. Ciò non significa, ovviamente, tacere di fronte alle ingiustizie o invitare i cristiani al quieto vivere e al disimpegno. Significa però non dimenticare mai quale sa la vera natura della Chiesa ed evitare che essa venga strumentalizzata. 
  
Le parole di Papa Francesco rappresentano la chiave di lettura per comprendere l’atteggiamento della Santa Sede nei confronti, ad esempio, del governo di Pechino. La lunga e difficile trattativa condotta dai più stretti collaboratori del Pontefice per arrivare a un accordo sulla nomina dei vescovi non è animata da alcun retropensiero “politico”, ma ha una finalità esclusivamente evangelica, quella di favorire l’unità della Chiesa in Cina attraverso l’indispensabile legame con il Successore di Pietro, elemento fondante per la Chiesa stessa, e permettere dunque che i fedeli cattolici cinesi possano vivere la loro fede. 
  
Lo aveva spiegato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, parlando proprio della trattativa con Pechino: «Vorrei rifarmi ancora alle parole di Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici cinesi. Egli insegna che la missione propria della Chiesa non è quella di cambiare le strutture o l’amministrazione dello Stato, ma di annunciare agli uomini il Cristo, Salvatore del mondo, appoggiandosi sulla potenza di Dio. La Chiesa in Cina non vuole sostituirsi allo Stato, ma desidera offrire un contributo sereno e positivo per il bene di tutti. Pertanto, il messaggio della Santa Sede è un messaggio di buona volontà, con l’augurio di proseguire nel dialogo intrapreso per contribuire alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo».  
  
Parolin citava appunto l’approccio di Benedetto XVI nel dialogo con la Cina. Un approccio in sintonia con le parole di Francesco. Nel novembre 2016, il cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo emerito dell’Avana aveva rivelato un dialogo avuto con Papa Raztinger nell’estate 2012, dunque pochi mesi prima della rinuncia del Pontefice tedesco. Si parlava di Cuba e delle relazioni tra la Chiesa e il governo comunista dell’isola caraibica. 
 
«Nell’ultima conversazione che abbiamo avuto, in giugno o luglio 2012 – aveva raccontato Ortega – Papa Benedetto ha ricordato la sua visita a Cuba e ha detto: “È stato molto interessante l’incontro con il Presidente Raul Castro. Lui è un uomo che vuole fare diversi cambiamenti. Bisogna aiutarlo. La Chiesa deve essere per il dialogo. La Chiesa non è al mondo per cambiare i governi, ma per penetrare con il Vangelo il cuore degli uomini. Questa dovrebbe essere sempre la via della Chiesa”. Lo diceva facendo un bilancio per il fatto di aver potuto visitare Cuba, e prima di lui, Giovanni Paolo II, perché noi avevamo mantenuto questa posizione dialogica. Diceva che non c’è un’altra via se non questa». Pochi mesi dopo, durante il conclave del 2013, il cardinale Ortega raccontò le parole di Ratzinger a Bergoglio, che rispose dicendo: «Questa frase di Papa Benedetto sarebbe da mettere su uno striscione all’ingresso di ogni città del mondo». 

Leggi anche:

La grammatica della carità

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Dialogando con il direttore dell’Eco di Bergamo, Papa Francesco ha detto che a livello globale lo preoccupano «i disequilibri che sono sempre legati ad uno sconsiderato sfruttamento: degli uomini e delle risorse della natura». E ha significativamente aggiunto: «Però il vero compito della Chiesa non è far cambiare i governi, ma far entrare la logica del Vangelo nel pensiero e nei gesti dei governanti».  

Sono parole illuminanti, che fanno memoria della peculiare missione della Chiesa, la quale non è e non dovrebbe mai essere considerata un “agente politico”, e non si propone come scopo della sua azione quello di provocare cambi di governo o di regime. Ciò non significa, ovviamente, tacere di fronte alle ingiustizie o invitare i cristiani al quieto vivere e al disimpegno. Significa però non dimenticare mai quale sa la vera natura della Chiesa ed evitare che essa venga strumentalizzata. 
  
Le parole di Papa Francesco rappresentano la chiave di lettura per comprendere l’atteggiamento della Santa Sede nei confronti, ad esempio, del governo di Pechino. La lunga e difficile trattativa condotta dai più stretti collaboratori del Pontefice per arrivare a un accordo sulla nomina dei vescovi non è animata da alcun retropensiero “politico”, ma ha una finalità esclusivamente evangelica, quella di favorire l’unità della Chiesa in Cina attraverso l’indispensabile legame con il Successore di Pietro, elemento fondante per la Chiesa stessa, e permettere dunque che i fedeli cattolici cinesi possano vivere la loro fede. 
  
Lo aveva spiegato il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, parlando proprio della trattativa con Pechino: «Vorrei rifarmi ancora alle parole di Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici cinesi. Egli insegna che la missione propria della Chiesa non è quella di cambiare le strutture o l’amministrazione dello Stato, ma di annunciare agli uomini il Cristo, Salvatore del mondo, appoggiandosi sulla potenza di Dio. La Chiesa in Cina non vuole sostituirsi allo Stato, ma desidera offrire un contributo sereno e positivo per il bene di tutti. Pertanto, il messaggio della Santa Sede è un messaggio di buona volontà, con l’augurio di proseguire nel dialogo intrapreso per contribuire alla vita della Chiesa cattolica in Cina, al bene del popolo cinese e alla pace nel mondo».  
  
Parolin citava appunto l’approccio di Benedetto XVI nel dialogo con la Cina. Un approccio in sintonia con le parole di Francesco. Nel novembre 2016, il cardinale Jaime Ortega y Alamino, arcivescovo emerito dell’Avana aveva rivelato un dialogo avuto con Papa Raztinger nell’estate 2012, dunque pochi mesi prima della rinuncia del Pontefice tedesco. Si parlava di Cuba e delle relazioni tra la Chiesa e il governo comunista dell’isola caraibica. 
 
«Nell’ultima conversazione che abbiamo avuto, in giugno o luglio 2012 – aveva raccontato Ortega – Papa Benedetto ha ricordato la sua visita a Cuba e ha detto: “È stato molto interessante l’incontro con il Presidente Raul Castro. Lui è un uomo che vuole fare diversi cambiamenti. Bisogna aiutarlo. La Chiesa deve essere per il dialogo. La Chiesa non è al mondo per cambiare i governi, ma per penetrare con il Vangelo il cuore degli uomini. Questa dovrebbe essere sempre la via della Chiesa”. Lo diceva facendo un bilancio per il fatto di aver potuto visitare Cuba, e prima di lui, Giovanni Paolo II, perché noi avevamo mantenuto questa posizione dialogica. Diceva che non c’è un’altra via se non questa». Pochi mesi dopo, durante il conclave del 2013, il cardinale Ortega raccontò le parole di Ratzinger a Bergoglio, che rispose dicendo: «Questa frase di Papa Benedetto sarebbe da mettere su uno striscione all’ingresso di ogni città del mondo». 

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