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Le sette parole di Maria









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di: Roberto Mela

«O Signore, io stessa sarò la tua musica», dice un bel versetto del poeta elisabettiano John Donne (1571-1631) citato dal card. Ravasi nel suo ennesimo volume di riflessioni bibliche, punteggiato come sempre da numerose citazioni letterarie, pittoriche e musicali in specie. Sette le parole di Maria commentate, di cui una fatta di silenzio, espressa con «stava (ritta)» sotto la croce del suo Figlio. L’autore le inquadra brevemente nel loro contesto.

Il linguaggio non è tecnico filologico-esegetico, ma riflessivo e generale. Ravasi nota come le parole Maria siano «marginali» nei testi evangelici: 16 versetti con 154 parole greche (di cui 102 espresse nel Magnificat) sulle 19.404 del Vangelo di Luca e sulle 15.416 di Giovanni. Ravasi ne ripercorre “cronologicamente” l’espressione, seguendo Maria nel suo cammino di fede.

La prima parola (Lc 1,34) è la domanda di chiarificazione della modalità di realizzazione del piano di Dio all’interno del progetto matrimoniale di Maria. Pronta in Lc 1,38 l’espressione della piena disponibilità della «serva/doulē del Signore», come “servi di YHWH” erano stati vari personaggi dell’AT (per lo più maschili), con grandi compiti nella storia della salvezza. Ricordo però che solo qui c’è l’espressione «la serva» di YHWH con l’articolo, caso unico nella Bibbia.

Alla visitazione, in cui Maria è proclamata da Elisabetta «la credente», segue l’esplosione del canto del Magnificat. Alla terza parola di Maria (Lc 1,46-55) Ravasi dedica le pp. 49-90, proponendone un’analisi letteraria generale, a cui seguono alcune considerazione versetto per versetto.

Anche se frutto della pietà della comunità primitiva e intessuto di riferimenti all’AT, il cantico di addice bene a Maria. Ella canta la grazia immeritata di YHWH sulla sua piccolezza e la scelta paradossale di YHWH, ma costante nella storia della salvezza, di strumenti “deboli” per realizzare i suoi piani. Nel Magnificat si canta il ribaltamento della mentalità umana tipica del regno di Dio, ma che inizia già fin d’ora. I setti aoristi impiegati come un martello indicano la puntualità di attuazione ma, essendo secondo Ravasi anche aoristi gnomici, attestano pure ciò che è il modo solito di agire di YHWH nei confronti dell’umanità.

La ricerca addolorata e penosa (odinōmenoi, Lc 2,48) – più che di due «angosciati» (così CEI 2008) – da parte dei due genitori verso Gesù «impegnato nelle cose del Padre suo», mostra la loro fatica nel comprendere la persona e il cammino del Figlio di Dio, che però verrà sempre accompagnato nella sua vita dall’affetto e dalla fede di Maria e di Giuseppe.

A Cana di Galilea (Gv 2,1-11) Maria svolge non tanto una funzione provvidenziale di soluzione del dramma di due giovani sposi rimasti senza vino durante la festa, ma quella di favorire l’instaurazione della nuova alleanza della Chiesa-sposa (mai nominata) con il vero Sposo nella celebrazione dell’abbondanza delle nozze messianiche. Maria è invitata da Gesù a uscire dal piano dei rapporti familiari e della ricerca di segni prodigiosi a quello dell’attuazione della storia della salvezza, che vede a Cana scoccare l’inizio (così il benemerito Segalla) di quell’Ora (che viene solo per volontà del Padre…), che troverà il suo apice al Golgota. In quel momento ricorrerà per la seconda volta il termine «donna», al vocativo gynai. Col suo brusco «che cosa c’è fra me e te, o donna?» Gesù non si mostra scostante nei confronti di Maria, ma con un fraseggio tipicamente ebraico rivela la diversa prospettiva di vedute e invita la madre a raccordarsi con la sua.

Da parte sua Maria invita con la sua sesta parola i «diaconi» a fare tutto quello che Gesù eventualmente dirà (Gv 2,5). Con ciò l’evangelista Giovanni allude alla funzione provvidenziale di Giuseppe in Egitto e alla volontà di Israele di “ascoltare e fare” le dieci parole che YHWH donerà al Sinai durante la stipulazione della Prima alleanza.

Sotto la croce (Gv 19,26-27) accade una scena di rivelazione-vocazione-missione che non tende tanto a ricordare cronachisticamente un testamento filiale e un affidamento di Maria alla custodia umana del Discepolo Amato, quanto la rivelazione del volto della Chiesa madre che nel momento dell’abbandono/distacco da Gesù morente diventa feconda di sempre nuovi figli. La donna/gynai diventa madre feconda in modo nuovo (cf. Ap 12).

È una parola silente quella settima di Maria sotto la croce. È espressa nel suo «stare ritta» in modo continuo e stabile. Stabat Mater dolorosa, onoreranno con pietà gli autori in un’infinità di opere musicali la madre che contempla il Figlio, nella costanza di chi non fugge ma raccoglie il mandato del Figlio di Dio.

La tradizione popolare e la pietà verso la madre Maria hanno voluto esplicitare il silenzio dell’Addolorata. Jacopone di Todi in questo è un maestro: «Figlio bianco e vermiglio,/ Figlio senza simiglio/ Figlio a chi m’apiglio?/ Figlio, m’hai lassato./ Figlio bianco e biondo/ Figlio, volto iocondo,/ Figlio, perché t’ha ’l mondo,/ Figlio così sprezzato?/ Figlio dolze e placente,/ Figlio de la dolente,/ Figlio, hatte la gente/ malamente trattato» (cit. a p. 131).

Noto en passant a p. 46 r 3 che hóti non è un avverbio, ma una congiunzione causale. Utile la bibliografia utilizzata dall’autore (pp. 147-149).

Originale: Settimana News
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«O Signore, io stessa sarò la tua musica», dice un bel versetto del poeta elisabettiano John Donne (1571-1631) citato dal card. Ravasi nel suo ennesimo volume di riflessioni bibliche, punteggiato come sempre da numerose citazioni letterarie, pittoriche e musicali in specie. Sette le parole di Maria commentate, di cui una fatta di silenzio, espressa con «stava (ritta)» sotto la croce del suo Figlio. L’autore le inquadra brevemente nel loro contesto.

Il linguaggio non è tecnico filologico-esegetico, ma riflessivo e generale. Ravasi nota come le parole Maria siano «marginali» nei testi evangelici: 16 versetti con 154 parole greche (di cui 102 espresse nel Magnificat) sulle 19.404 del Vangelo di Luca e sulle 15.416 di Giovanni. Ravasi ne ripercorre “cronologicamente” l’espressione, seguendo Maria nel suo cammino di fede.

La prima parola (Lc 1,34) è la domanda di chiarificazione della modalità di realizzazione del piano di Dio all’interno del progetto matrimoniale di Maria. Pronta in Lc 1,38 l’espressione della piena disponibilità della «serva/doulē del Signore», come “servi di YHWH” erano stati vari personaggi dell’AT (per lo più maschili), con grandi compiti nella storia della salvezza. Ricordo però che solo qui c’è l’espressione «la serva» di YHWH con l’articolo, caso unico nella Bibbia.

Alla visitazione, in cui Maria è proclamata da Elisabetta «la credente», segue l’esplosione del canto del Magnificat. Alla terza parola di Maria (Lc 1,46-55) Ravasi dedica le pp. 49-90, proponendone un’analisi letteraria generale, a cui seguono alcune considerazione versetto per versetto.

Anche se frutto della pietà della comunità primitiva e intessuto di riferimenti all’AT, il cantico di addice bene a Maria. Ella canta la grazia immeritata di YHWH sulla sua piccolezza e la scelta paradossale di YHWH, ma costante nella storia della salvezza, di strumenti “deboli” per realizzare i suoi piani. Nel Magnificat si canta il ribaltamento della mentalità umana tipica del regno di Dio, ma che inizia già fin d’ora. I setti aoristi impiegati come un martello indicano la puntualità di attuazione ma, essendo secondo Ravasi anche aoristi gnomici, attestano pure ciò che è il modo solito di agire di YHWH nei confronti dell’umanità.

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La ricerca addolorata e penosa (odinōmenoi, Lc 2,48) – più che di due «angosciati» (così CEI 2008) – da parte dei due genitori verso Gesù «impegnato nelle cose del Padre suo», mostra la loro fatica nel comprendere la persona e il cammino del Figlio di Dio, che però verrà sempre accompagnato nella sua vita dall’affetto e dalla fede di Maria e di Giuseppe.

A Cana di Galilea (Gv 2,1-11) Maria svolge non tanto una funzione provvidenziale di soluzione del dramma di due giovani sposi rimasti senza vino durante la festa, ma quella di favorire l’instaurazione della nuova alleanza della Chiesa-sposa (mai nominata) con il vero Sposo nella celebrazione dell’abbondanza delle nozze messianiche. Maria è invitata da Gesù a uscire dal piano dei rapporti familiari e della ricerca di segni prodigiosi a quello dell’attuazione della storia della salvezza, che vede a Cana scoccare l’inizio (così il benemerito Segalla) di quell’Ora (che viene solo per volontà del Padre…), che troverà il suo apice al Golgota. In quel momento ricorrerà per la seconda volta il termine «donna», al vocativo gynai. Col suo brusco «che cosa c’è fra me e te, o donna?» Gesù non si mostra scostante nei confronti di Maria, ma con un fraseggio tipicamente ebraico rivela la diversa prospettiva di vedute e invita la madre a raccordarsi con la sua.

Da parte sua Maria invita con la sua sesta parola i «diaconi» a fare tutto quello che Gesù eventualmente dirà (Gv 2,5). Con ciò l’evangelista Giovanni allude alla funzione provvidenziale di Giuseppe in Egitto e alla volontà di Israele di “ascoltare e fare” le dieci parole che YHWH donerà al Sinai durante la stipulazione della Prima alleanza.

Sotto la croce (Gv 19,26-27) accade una scena di rivelazione-vocazione-missione che non tende tanto a ricordare cronachisticamente un testamento filiale e un affidamento di Maria alla custodia umana del Discepolo Amato, quanto la rivelazione del volto della Chiesa madre che nel momento dell’abbandono/distacco da Gesù morente diventa feconda di sempre nuovi figli. La donna/gynai diventa madre feconda in modo nuovo (cf. Ap 12).

È una parola silente quella settima di Maria sotto la croce. È espressa nel suo «stare ritta» in modo continuo e stabile. Stabat Mater dolorosa, onoreranno con pietà gli autori in un’infinità di opere musicali la madre che contempla il Figlio, nella costanza di chi non fugge ma raccoglie il mandato del Figlio di Dio.

La tradizione popolare e la pietà verso la madre Maria hanno voluto esplicitare il silenzio dell’Addolorata. Jacopone di Todi in questo è un maestro: «Figlio bianco e vermiglio,/ Figlio senza simiglio/ Figlio a chi m’apiglio?/ Figlio, m’hai lassato./ Figlio bianco e biondo/ Figlio, volto iocondo,/ Figlio, perché t’ha ’l mondo,/ Figlio così sprezzato?/ Figlio dolze e placente,/ Figlio de la dolente,/ Figlio, hatte la gente/ malamente trattato» (cit. a p. 131).

Noto en passant a p. 46 r 3 che hóti non è un avverbio, ma una congiunzione causale. Utile la bibliografia utilizzata dall’autore (pp. 147-149).

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