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Le sei parole di Maria

Il numero sei indica simbolicamente un’imperfezione, un gradino in meno rispetto alle sette parole di Cristo in croce.

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di: Roberto Mela

A differenza delle “sette parole di Gesù in croce”, commentate a più riprese, le sei parole pronunciate da Maria non sono mai state analizzate come un insieme compiuto (Lc 1,34.38.46-55; 2,48; Gv 2,3.5). Lo fa l’autrice, grande esperta di Origene, docente di Storia del Cristianesimo all’Università “La Sapienza” di Roma e professore invitato all’Istituto patristico Augustinianum.

Il numero sei indica simbolicamente un’imperfezione, un gradino in meno rispetto alle sette parole di Cristo in croce. Le parole di Maria preparano ad arrivare a Cristo. Nella prefazione la studiosa chiarisce che, nelle sue riflessioni, seguirà il metodo dell’intertestualità e del ricorso ai padri della Chiesa.

Aggiungerei il fatto che l’autrice dispone le riflessioni seguendo il filo rosso della vocazione a cui Maria è chiamata, diventare la madre del Figlio di Dio. Come lei, ogni cristiano deve scoprire e seguire la propria vocazione, aiutato da Maria.

Ho trovato le riflessioni a tratti molto belle, originali, sempre profonde e ben fondate biblicamente.

All’angelo Gabriele che le annuncia il mistero di Dio (cf. Dn 9,21-22) e della sua vocazione, Maria risponde con una domanda sulla modalità di compimento dell’evento, dal momento che non conosce uomo. Dio chiama ogni uomo, rappresentato da Maria, che risponde in piena libertà collaborativa, trovando risposta al suo “non”. Così il cristiano è chiamato a generare il Figlio di Dio in se stesso e negli altri, collaborando alla divinizzazione dell’essere umano. La difficoltà provoca l’intervento trasformante dello Spirito.

Maria esprime il suo fiat di desiderio, che fa pendant con il fiat genesiaco di comando da parte di YHWH. Il desiderio è chiamato a trasformare la storia. Significativo il paragrafo riassuntivo di questa intuizione originale. Lo riportiamo per esteso. «Maria annuncia che è arrivato il momento in cui l’umanità ha potere sulla storia, è chiamata da Dio a gestire la storia; a gestirla con il desiderio che ha la stessa efficacia del comando, perché è sintonico con il comando; è chiamata ad assumere la responsabilità della storia, perché è abitata dallo Spirito, che vive la misericordia e che ha lo stesso desiderio che Dio manifesta con la sua volontà, in ordine alla costruzione del corpo di Cristo» (p. 46).

Maria arriva “in ritardo” ad esprimere la sua gioia col Magnificat, perché in precedenza ha bisogno di trovare una conferma e un rafforzamento della propria fede nell’incontro con Elisabetta. Questa linea interpretativa di Origene, e non tanto quella dell’umiltà e del servizio proposta da Ambrogio, sembra la migliore per Cocchini. Nessun accenno però in questo caso al tema dell’Arca dell’alleanza innegabilmente presente nel brano.

La domanda angosciata di Maria al figlio Gesù rimasto nel tempio è una domanda “pasquale”. La scena è anticipo della Pasqua (come l’abbraccio di Simeone anticipa quello di Giuseppe di Arimatea al corpo di Gesù deposto dalla croce). I tre giorni e la domande sul senso accomunano le due scene. Non va cercato tra i morti il Vivente, non va cercato con sguardo al passato colui che è già nel Padre.

Il buio nel cammino della fede può giungere, e giunge anche per Maria (nonostante le ritrosie espresse nel passato). Non ce se ne deve vergognare, ma cercare il confronto con altri sia per la conferma della vocazione e della fede, sia per lasciarsi trasformare dallo Spirito dal buio del Venerdì santo alla luce del Terzo giorno.

Nella scena delle nozze di Cana si esalta l’intercessione di Maria e l’invito a compiere la volontà di Gesù nella propria vita. Faccio notare però che anche la traduzione CEI 2008 dice: “Non hanno vino” e non “Non hanno più vino” come Cocchini riporta la parola di Maria. Il vino del Messia gli sposi di Cana non lo hanno mai avuto…

Il cammino vocazionale di Maria e le sue parole dense di contenuto si riverberano nel cammino e nella parola di ogni credente, chiamato a generare Cristo con la fede, venerando le membra della Chiesa, corpo di Cristo.

Nell’incarnazione il Verbo di Dio venne «fra i suoi/fra le cose proprie /eis ta idia». A quanti lo hanno accolto egli ha dato il potere di diventare figli di Dio. Il Discepolo Amato ha preso Maria eis ta idia. In questo egli è il modello di ogni cristiano. Maria è necessaria per formare in sé il Cristo, essere “cristiani”, “figli di Dio”.

Nella vita di Maria, com in quella del cristiano, ci sono i ribaltamenti attuati dalla potenza dello Spirito Santo. Cocchini nota che, nel Nuovo Testamento e nella preghiera eucaristica, lo Spirito Santo è strettamente unito alla menzione del “sangue” – la vita donata – di Gesù. Nell’Appendice (“La comunione al calice tra norma liturgica e senso spirituale”, pp. 103-111) la studiosa riprende e amplia una nota apparsa in SettimanaNews, deplorando il fatto che i fedeli laici siano normalmente privati dell’accesso al calice del sangue di Cristo, connesso alla potenza dello Spirito, contraddicendo platealmente le parole presenti nella preghiera eucaristica («Ti supplichiamo… perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio scenda la pienezza di ogni grazia», Preghiera eucaristica I o Canone romano). Cocchini auspica vivamente un ripensamento nella prassi eucaristica su questo aspetto molto importante per la vita di fede dei laici cristiani.

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Originale: Settimana News
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Le sei parole di Maria

Il numero sei indica simbolicamente un’imperfezione, un gradino in meno rispetto alle sette parole di Cristo in croce.

  

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A differenza delle “sette parole di Gesù in croce”, commentate a più riprese, le sei parole pronunciate da Maria non sono mai state analizzate come un insieme compiuto (Lc 1,34.38.46-55; 2,48; Gv 2,3.5). Lo fa l’autrice, grande esperta di Origene, docente di Storia del Cristianesimo all’Università “La Sapienza” di Roma e professore invitato all’Istituto patristico Augustinianum.

Il numero sei indica simbolicamente un’imperfezione, un gradino in meno rispetto alle sette parole di Cristo in croce. Le parole di Maria preparano ad arrivare a Cristo. Nella prefazione la studiosa chiarisce che, nelle sue riflessioni, seguirà il metodo dell’intertestualità e del ricorso ai padri della Chiesa.

Aggiungerei il fatto che l’autrice dispone le riflessioni seguendo il filo rosso della vocazione a cui Maria è chiamata, diventare la madre del Figlio di Dio. Come lei, ogni cristiano deve scoprire e seguire la propria vocazione, aiutato da Maria.

Ho trovato le riflessioni a tratti molto belle, originali, sempre profonde e ben fondate biblicamente.

All’angelo Gabriele che le annuncia il mistero di Dio (cf. Dn 9,21-22) e della sua vocazione, Maria risponde con una domanda sulla modalità di compimento dell’evento, dal momento che non conosce uomo. Dio chiama ogni uomo, rappresentato da Maria, che risponde in piena libertà collaborativa, trovando risposta al suo “non”. Così il cristiano è chiamato a generare il Figlio di Dio in se stesso e negli altri, collaborando alla divinizzazione dell’essere umano. La difficoltà provoca l’intervento trasformante dello Spirito.

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Maria arriva “in ritardo” ad esprimere la sua gioia col Magnificat, perché in precedenza ha bisogno di trovare una conferma e un rafforzamento della propria fede nell’incontro con Elisabetta. Questa linea interpretativa di Origene, e non tanto quella dell’umiltà e del servizio proposta da Ambrogio, sembra la migliore per Cocchini. Nessun accenno però in questo caso al tema dell’Arca dell’alleanza innegabilmente presente nel brano.

La domanda angosciata di Maria al figlio Gesù rimasto nel tempio è una domanda “pasquale”. La scena è anticipo della Pasqua (come l’abbraccio di Simeone anticipa quello di Giuseppe di Arimatea al corpo di Gesù deposto dalla croce). I tre giorni e la domande sul senso accomunano le due scene. Non va cercato tra i morti il Vivente, non va cercato con sguardo al passato colui che è già nel Padre.

Il buio nel cammino della fede può giungere, e giunge anche per Maria (nonostante le ritrosie espresse nel passato). Non ce se ne deve vergognare, ma cercare il confronto con altri sia per la conferma della vocazione e della fede, sia per lasciarsi trasformare dallo Spirito dal buio del Venerdì santo alla luce del Terzo giorno.

Nella scena delle nozze di Cana si esalta l’intercessione di Maria e l’invito a compiere la volontà di Gesù nella propria vita. Faccio notare però che anche la traduzione CEI 2008 dice: “Non hanno vino” e non “Non hanno più vino” come Cocchini riporta la parola di Maria. Il vino del Messia gli sposi di Cana non lo hanno mai avuto…

Il cammino vocazionale di Maria e le sue parole dense di contenuto si riverberano nel cammino e nella parola di ogni credente, chiamato a generare Cristo con la fede, venerando le membra della Chiesa, corpo di Cristo.

Nell’incarnazione il Verbo di Dio venne «fra i suoi/fra le cose proprie /eis ta idia». A quanti lo hanno accolto egli ha dato il potere di diventare figli di Dio. Il Discepolo Amato ha preso Maria eis ta idia. In questo egli è il modello di ogni cristiano. Maria è necessaria per formare in sé il Cristo, essere “cristiani”, “figli di Dio”.

Nella vita di Maria, com in quella del cristiano, ci sono i ribaltamenti attuati dalla potenza dello Spirito Santo. Cocchini nota che, nel Nuovo Testamento e nella preghiera eucaristica, lo Spirito Santo è strettamente unito alla menzione del “sangue” – la vita donata – di Gesù. Nell’Appendice (“La comunione al calice tra norma liturgica e senso spirituale”, pp. 103-111) la studiosa riprende e amplia una nota apparsa in SettimanaNews, deplorando il fatto che i fedeli laici siano normalmente privati dell’accesso al calice del sangue di Cristo, connesso alla potenza dello Spirito, contraddicendo platealmente le parole presenti nella preghiera eucaristica («Ti supplichiamo… perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio scenda la pienezza di ogni grazia», Preghiera eucaristica I o Canone romano). Cocchini auspica vivamente un ripensamento nella prassi eucaristica su questo aspetto molto importante per la vita di fede dei laici cristiani.

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Tratto da: Settimana News

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