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MICHEL FOUCAULT, Le Parole e le Cose.

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afIn Le parole e le cose –  Michel Foucault introduce il concetto di epistéme. Questo è un termine che indica la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire, ovvero quel sapere che si stabilisce su fondamenta certe, al di sopra di ogni possibilità di dubbio attorno alle ragioni degli accadimenti. L’argomento fondamentale della sua interrogazione sono i codici fondamentali che stanno alla base di una cultura i quali influenzano la nostra esperienza e pertanto il nostro modo di pensare.

Egli sostiene che l’archeologia delle scienze umane studia i discorsi delle varie discipline che si sono interrogate, lungo il corso della storia dello scibile umano dell’occidente, avanzando teorie sulla società, sull’individuo e per finire sul linguaggio. L’analisi dell’archeologia delle scienze umane non è basata sulla storia delle idee o su modelli scientifici, ma è piuttosto uno studio che cerca di scoprire cosa ha reso possibile conoscenze e teorie e su quale base il sapere si è costruito e su quali A PIORI sono venute alla luce certe idee e conseguentemente si sono sviluppate certe scienze e si sono create certe filosofie. Pertanto vedremo nel corso della sua opera che Foucault quando parla di epistéme intende parlare, in merito ad una data cultura, di quei a priori storici e quei codici fondamentali che si sono sviluppati e quali insiemi di relazioni stanno alla base delle scienze di una data epoca.

La storia delle epistémi di Foucault evidenzia costantemente delle discontinuità tra i vari blocchi storici, ed egli si dà l’obiettivo di isolare e descrivere i sistemi epistémici che contraddistinguono le tre epoche più importanti del pensiero occidentale, convenzionalmente definite come Rinascimento, Età Classica e Modernità.

L’epistéme più antica, quella del Rinascimento, viene definita “la prosa del mondo”, caratterizzata dall’unità di parole e cose, in un continuo intreccio di rassomiglianze: l’uomo del Rinascimento                                          pensava in termini di similitudine. Esistevano quattro tipi di similitudine: la convenientia, l’emulatio, l’analogia e la simpatia.

La conoscenza rinascimentale ipotizzava che Dio avesse posto un marchio o segnatura sulle cose in modo da manifestare le loro reciproche rassomiglianze. E tuttavia, dal momento che il più delle volte le segnature di Dio erano celate, la conoscenza doveva forzatamente essere un’esegesi dell’arcano. Così stando le cose, l’eruditio si confondeva con la divinatio: sapere era divinare. In questo senso, la conoscenza non era né osservazione, né dimostrazione, quanto piuttosto interpretazione. Le segnature, a loro volta, ponevano i segni stessi sotto il principio della corrispondenza universale. Improvvisamente, nel XVII secolo questa epistéme della conoscenza crolla: “l’attività della mente – scrive Foucault – non consisterà più ormai nell’avvicinare le cose tra loro, nel mettersi alla ricerca di tutto ciò che in esse può rivelare una sorta di parentela […], ma al contrario nel discernere: cioè nello stabilire le identità”[1]. In altre parole, entra in scena la rappresentazione. Si tratta della prima mutazione epistémica descritta da Foucault in Le parole e le cose, preannunciata, secondo l’autore, da un capolavoro letterario: il Don Chisciotte, “la prima delle opere moderne poiché in essa si vede la crudele ragione delle identità e delle differenze deridere all’infinito segni e similitudini, poiché il linguaggio, in essa, spezza la sua vecchia parentela con le cose, per entrare in quella sovranità solitaria da cui riapparirà, nel suo essere scosceso, solo dopo che è diventato letteratura”[2].
La rappresentazione quindi diviene l’anima della epistéme classica. Le sue strutture principali sono la mathesis cioè intesa come “scienza dell’ordine calcolabile” e la tassonomia inteso come il principio di classificazione, cioè di una ordinata tabulazione; il cui miglior esempio è costituito dalla botanica di Linneo. Compito dell’uomo è quello di dare una descrizione artificiale di un ordine già esistente. Non è stato lui a creare il mondo e nemmeno le sue rappresentazioni. L’uomo ha elaborato un linguaggio artificiale, un ordinamento convenzionale dei segni. Ma non è l’uomo a conferire loro un significato. Questo è quanto il nostro autore intende dire quando sostiene che non esisteva nessuna teoria della significazione nell’età classica. Foucault inizia Le parole e le cose con una densa descrizione del celebre quadro di Velasquez, Las Meninas (1656). La sua spiegazione del dipinto serve a illustrare la struttura del sapere nell’età classica. Secondo l’autore Las Meninas esprime il paradosso centrale della rappresentazione, cioè l’impossibilità dell’atto della rappresentazione. Se il compito essenziale dell’età classica era disporre su un quadro delle rappresentazioni ordinate, la sola cosa che questa età non poté realizzare fu di porre sul quadro stesso, così costituito, l’attività del rappresentare. Il dipinto è riuscito perfettamente: esso mostra tutte le funzioni necessarie alla rappresentazione ed anche l’impossibilità di riunirle insieme in un quadro. Quello che manca è un soggetto unificato e unificante che dovrebbe fornire una collocazione a queste rappresentazioni, trasformandole in un proprio oggetto. Questo soggetto farà la sua comparsa, secondo Foucault, nel momento in cui verrà alla luce l’uomo, ossia con Kant.
Quindi, a un certo punto, l’uomo fa la sua apparizione e diventa misura di tutte le cose. Non appena l’ordine del mondo non risulta più imposto da Dio e, di conseguenza, non più rappresentabile in un quadro, allora la continua relazione che aveva posto in rapporto l’uomo con gli altri esseri del mondo viene abbandonata. L’uomo, che un tempo era un essere tra gli altri esseri, non soltanto diventa un soggetto tra oggetti, ma presto si accorge anche del fatto che ciò che sta tentando di comprendere non è costituito soltanto dagli oggetti del mondo, bensì anche da se stesso. L’uomo diventa il soggetto e l’oggetto del proprio conoscere.
Le nuove scienze non sono in alcun modo un proseguimento delle loro arcaiche sorelle, con le quali condividono soltanto le tre sperimentali – vita, lavoro, linguaggio – intese come aree più che oggetti; ciò che all’autore stringe dimostrare è che non può esservi alcun ponte tra una qualsiasi epistéme (conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire) e l’altra: una qualche continuità può esistere solo all’interno delle epistémi. L’uomo quale principale soggetto di questi tre discorsi scientifici, viene riconosciuto nella sua esistenza contingente e per di più la modernità ha inizio con l’incredibile ed impraticabile idea di un essere la cui finitudine gli consente di prendere il posto di Dio. Questa idea, che entra a forza in modo del tutto lampante con Kant e in base alla quale “i limiti della conoscenza fondano positivamente la possibilità di sapere”[3], viene chiamata da Foucault analitica della finitudine. Quando, con l’episteme moderna, fu l’uomo concreto a divenire l’oggetto privilegiato della conoscenza, ci si accorse ben presto che questo “oggetto arduo” non era facilmente racchiudibile nella trasparenza delle rappresentazioni statiche e della classificazione. Un’analitica della finitudine richiedeva che le condizioni della conoscenza venissero chiarite per mezzo degli stessi contenuti empirici dati nella vita umana: il corpo dell’uomo, i suoi rapporti sociali, le sue norme e valori.
Ora, questo metteva l’uomo, da un punto di vista epistemologico (in epoca moderna con il termine epistemologia viene inteso lo studio storico e metodologico della scienza sperimentale e delle sue correnti), in una posizione difficile. Infatti, da una parte conoscere l’uomo si riduceva a cogliere le delimitazioni dell’esistenza umana concreta nei fatti della vita, del lavoro e del linguaggio. Ma d’altra parte, riducendo l’uomo al suo aspetto sperimentabile, non sarebbe più stato possibile fornire una spiegazione di come avviene la conoscenza. Di conseguenza l’uomo come soggetto di conoscenza è quasi da intendersi un’invenzione, un’invenzione del nostro pensiero, quasi un’esigenza, un’ambigua figura costantemente minacciata da una prospettiva di disgregazione. Come ho già accennato in principio, anche questo testo di Foucault per me è stato tutto altro che semplice. Tuttavia vorrei citare alcune parole di Canguilhem, che hanno tranquillizzato, per lo meno in parte, la mia innata iper-autocriticità, tratte dalla sua appendice al libro che si intitola:” Morte dell’uomo o estinzione del cogito?”.

«E’ difficile essere il primo a dare il nome a una cosa o, per lo meno, essere il primo a stendere un quadro segnaletico della cosa per la quale viene proposto un nome. Ecco perché il concetto di epistéme, alla cui delucidazione Foucault consacra la propria opera, non è immediatamente trasparente.»[4].

 


[1] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 73

[2] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 66

[3] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 339

[4] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 422

 

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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MICHEL FOUCAULT, Le Parole e le Cose.

  

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afIn Le parole e le cose –  Michel Foucault introduce il concetto di epistéme. Questo è un termine che indica la conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire, ovvero quel sapere che si stabilisce su fondamenta certe, al di sopra di ogni possibilità di dubbio attorno alle ragioni degli accadimenti. L’argomento fondamentale della sua interrogazione sono i codici fondamentali che stanno alla base di una cultura i quali influenzano la nostra esperienza e pertanto il nostro modo di pensare.

Egli sostiene che l’archeologia delle scienze umane studia i discorsi delle varie discipline che si sono interrogate, lungo il corso della storia dello scibile umano dell’occidente, avanzando teorie sulla società, sull’individuo e per finire sul linguaggio. L’analisi dell’archeologia delle scienze umane non è basata sulla storia delle idee o su modelli scientifici, ma è piuttosto uno studio che cerca di scoprire cosa ha reso possibile conoscenze e teorie e su quale base il sapere si è costruito e su quali A PIORI sono venute alla luce certe idee e conseguentemente si sono sviluppate certe scienze e si sono create certe filosofie. Pertanto vedremo nel corso della sua opera che Foucault quando parla di epistéme intende parlare, in merito ad una data cultura, di quei a priori storici e quei codici fondamentali che si sono sviluppati e quali insiemi di relazioni stanno alla base delle scienze di una data epoca.

La storia delle epistémi di Foucault evidenzia costantemente delle discontinuità tra i vari blocchi storici, ed egli si dà l’obiettivo di isolare e descrivere i sistemi epistémici che contraddistinguono le tre epoche più importanti del pensiero occidentale, convenzionalmente definite come Rinascimento, Età Classica e Modernità.

L’epistéme più antica, quella del Rinascimento, viene definita “la prosa del mondo”, caratterizzata dall’unità di parole e cose, in un continuo intreccio di rassomiglianze: l’uomo del Rinascimento                                          pensava in termini di similitudine. Esistevano quattro tipi di similitudine: la convenientia, l’emulatio, l’analogia e la simpatia.

La conoscenza rinascimentale ipotizzava che Dio avesse posto un marchio o segnatura sulle cose in modo da manifestare le loro reciproche rassomiglianze. E tuttavia, dal momento che il più delle volte le segnature di Dio erano celate, la conoscenza doveva forzatamente essere un’esegesi dell’arcano. Così stando le cose, l’eruditio si confondeva con la divinatio: sapere era divinare. In questo senso, la conoscenza non era né osservazione, né dimostrazione, quanto piuttosto interpretazione. Le segnature, a loro volta, ponevano i segni stessi sotto il principio della corrispondenza universale. Improvvisamente, nel XVII secolo questa epistéme della conoscenza crolla: “l’attività della mente – scrive Foucault – non consisterà più ormai nell’avvicinare le cose tra loro, nel mettersi alla ricerca di tutto ciò che in esse può rivelare una sorta di parentela […], ma al contrario nel discernere: cioè nello stabilire le identità”[1]. In altre parole, entra in scena la rappresentazione. Si tratta della prima mutazione epistémica descritta da Foucault in Le parole e le cose, preannunciata, secondo l’autore, da un capolavoro letterario: il Don Chisciotte, “la prima delle opere moderne poiché in essa si vede la crudele ragione delle identità e delle differenze deridere all’infinito segni e similitudini, poiché il linguaggio, in essa, spezza la sua vecchia parentela con le cose, per entrare in quella sovranità solitaria da cui riapparirà, nel suo essere scosceso, solo dopo che è diventato letteratura”[2].
La rappresentazione quindi diviene l’anima della epistéme classica. Le sue strutture principali sono la mathesis cioè intesa come “scienza dell’ordine calcolabile” e la tassonomia inteso come il principio di classificazione, cioè di una ordinata tabulazione; il cui miglior esempio è costituito dalla botanica di Linneo. Compito dell’uomo è quello di dare una descrizione artificiale di un ordine già esistente. Non è stato lui a creare il mondo e nemmeno le sue rappresentazioni. L’uomo ha elaborato un linguaggio artificiale, un ordinamento convenzionale dei segni. Ma non è l’uomo a conferire loro un significato. Questo è quanto il nostro autore intende dire quando sostiene che non esisteva nessuna teoria della significazione nell’età classica. Foucault inizia Le parole e le cose con una densa descrizione del celebre quadro di Velasquez, Las Meninas (1656). La sua spiegazione del dipinto serve a illustrare la struttura del sapere nell’età classica. Secondo l’autore Las Meninas esprime il paradosso centrale della rappresentazione, cioè l’impossibilità dell’atto della rappresentazione. Se il compito essenziale dell’età classica era disporre su un quadro delle rappresentazioni ordinate, la sola cosa che questa età non poté realizzare fu di porre sul quadro stesso, così costituito, l’attività del rappresentare. Il dipinto è riuscito perfettamente: esso mostra tutte le funzioni necessarie alla rappresentazione ed anche l’impossibilità di riunirle insieme in un quadro. Quello che manca è un soggetto unificato e unificante che dovrebbe fornire una collocazione a queste rappresentazioni, trasformandole in un proprio oggetto. Questo soggetto farà la sua comparsa, secondo Foucault, nel momento in cui verrà alla luce l’uomo, ossia con Kant.
Quindi, a un certo punto, l’uomo fa la sua apparizione e diventa misura di tutte le cose. Non appena l’ordine del mondo non risulta più imposto da Dio e, di conseguenza, non più rappresentabile in un quadro, allora la continua relazione che aveva posto in rapporto l’uomo con gli altri esseri del mondo viene abbandonata. L’uomo, che un tempo era un essere tra gli altri esseri, non soltanto diventa un soggetto tra oggetti, ma presto si accorge anche del fatto che ciò che sta tentando di comprendere non è costituito soltanto dagli oggetti del mondo, bensì anche da se stesso. L’uomo diventa il soggetto e l’oggetto del proprio conoscere.
Le nuove scienze non sono in alcun modo un proseguimento delle loro arcaiche sorelle, con le quali condividono soltanto le tre sperimentali – vita, lavoro, linguaggio – intese come aree più che oggetti; ciò che all’autore stringe dimostrare è che non può esservi alcun ponte tra una qualsiasi epistéme (conoscenza certa e incontrovertibile delle cause e degli effetti del divenire) e l’altra: una qualche continuità può esistere solo all’interno delle epistémi. L’uomo quale principale soggetto di questi tre discorsi scientifici, viene riconosciuto nella sua esistenza contingente e per di più la modernità ha inizio con l’incredibile ed impraticabile idea di un essere la cui finitudine gli consente di prendere il posto di Dio. Questa idea, che entra a forza in modo del tutto lampante con Kant e in base alla quale “i limiti della conoscenza fondano positivamente la possibilità di sapere”[3], viene chiamata da Foucault analitica della finitudine. Quando, con l’episteme moderna, fu l’uomo concreto a divenire l’oggetto privilegiato della conoscenza, ci si accorse ben presto che questo “oggetto arduo” non era facilmente racchiudibile nella trasparenza delle rappresentazioni statiche e della classificazione. Un’analitica della finitudine richiedeva che le condizioni della conoscenza venissero chiarite per mezzo degli stessi contenuti empirici dati nella vita umana: il corpo dell’uomo, i suoi rapporti sociali, le sue norme e valori.
Ora, questo metteva l’uomo, da un punto di vista epistemologico (in epoca moderna con il termine epistemologia viene inteso lo studio storico e metodologico della scienza sperimentale e delle sue correnti), in una posizione difficile. Infatti, da una parte conoscere l’uomo si riduceva a cogliere le delimitazioni dell’esistenza umana concreta nei fatti della vita, del lavoro e del linguaggio. Ma d’altra parte, riducendo l’uomo al suo aspetto sperimentabile, non sarebbe più stato possibile fornire una spiegazione di come avviene la conoscenza. Di conseguenza l’uomo come soggetto di conoscenza è quasi da intendersi un’invenzione, un’invenzione del nostro pensiero, quasi un’esigenza, un’ambigua figura costantemente minacciata da una prospettiva di disgregazione. Come ho già accennato in principio, anche questo testo di Foucault per me è stato tutto altro che semplice. Tuttavia vorrei citare alcune parole di Canguilhem, che hanno tranquillizzato, per lo meno in parte, la mia innata iper-autocriticità, tratte dalla sua appendice al libro che si intitola:” Morte dell’uomo o estinzione del cogito?”.

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[1] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 73

[2] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 66

[3] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 339

[4] Le parole e le cose, Milano, BUR, 2007, p. 422

 

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