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Le Messe per i defunti: è necessario che vengano ricordati per nome?

Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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Una domanda sull’uso (e talvolta anche abuso) delle Messe in suffragio di uno o più defunti. Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Volevo chiedere qualche spiegazione sulle Messe di suffragio. In tutte le Messe si prega per i defunti: perché è necessario chiedere al prete di poter dedicare una celebrazione a un defunto in particolare? Non basterebbe l’intenzione di chi partecipa alla Messa, che in quell’occasione (magari per una ricorrenza, un anniversario…) ricorda il proprio caro?

Laura Bellini

L’osservazione della nostra lettrice è di per sé giusta in quanto ogni giorno nella celebrazione dell’Eucaristia viene fatta memoria dei «fratelli addormentati nella speranza della resurrezione e di tutti i defunti che si affidano alla misericordia di Dio», come abbiamo tradotto, o «morti nella sua misericordia» come afferma il testo latino. Comunque sia, ogni giorno la Chiesa celebrante il Mistero del Signore Risorto ricorda coloro che adesso dormono nell’attesa del giorno ultimo della resurrezione finale.

Il cosiddetto «culto dei defunti», radicato nella certezza della Resurrezione del Signore e nostra, professate nel simbolo della fede ogni domenica, è direttamente testimoniato fin dalla metà del secolo II. Sicuramente dal vescovo Cipriano di Cartagine (secolo III) conosciamo l’uso di nominare il defunto o i defunti nella preghiera eucaristica (Lettera 1 e 41).  Il defunto era ricordato nominalmente per la prima volta nella celebrazione eucaristica per la sua dormizione.

Presto i nomi dei defunti si scrissero su tavolette (dittici) in cui si elencavano quelli che una Chiesa voleva e doveva ricordare nella celebrazione: queste tavolette erano lette dal diacono, all’inizio della parte eucaristica, forse prima della preparazione dei Santi Doni dopo la lettura dei dittici dei viventi, anche questi ricordati per diversi motivi dalla comunità. Da ciò risulta evidente che fin dall’antichità la celebrazione eucaristica era l’evento grazie al quale si ricordavano come veramente presenti i fratelli, che di certo erano uniti alla comunità in forza della comunione dei Santi. Il nominarli ad alta voce li rende presenti e vivi nell’azione comunitaria.

L’uso è sicuramente durato fino al secolo X e forse anche oltre: questo era costante nelle celebrazioni feriali, ma la domenica e nelle festività i dittici non erano letti. Celebrare il Mistero della Resurrezione del Signore inglobava di per sé tutti gli altri ricordi, proiettando la comunità tutta verso la resurrezione finale.

Dopo il secolo X il numero dei defunti era assai elevato, quindi se ne nominavano alcuni e si aggiungevano subito delle formule, che alludessero alla loro totalità. Così testimonia il ricordo dei defunti nel canone romano: Ricordati anche, Signore, dei tuoi servi e delle tue serve (qui il diacono leggeva alcuni nomi dei dittici), che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace. E immediatamente si aggiungeva: Per loro, Signore, e per tutti quelli che riposano in Cristo, affinché Tu sia indulgente; supplichiamo un luogo di refrigerio, di luce, e di pace.

La formula come la conosciamo attualmente nel canone romano non è originaria. Le testimonianze più antiche non la contengono e la ritroviamo nelle contaminazioni dei sacramentari romani nella Gallia. Comunque essa riporta una antica e positiva teologia sulla dormizione dei fratelli in Cristo. Affermo questo perché dalle testimonianze antiche sappiamo che non erano nominati coloro che per eresia o per altre motivazioni non erano morti in comunione con la Chiesa, quindi non dovevano essere ricordati. A questo proposito si tenga presente che che nell’originaria preghiera eucaristica di Ippolito è assente il ricordo dei defunti.

Soltanto la riforma di Paoli VI farà ricordare tutti coloro che sono dormienti, anche quelli non battezzati. Indico almeno due espressioni: defunti (prece eucaristica II) e giusti (prece eucaristica III). Oggi diversamente dal primo millennio non si ricordano più i nomi nel momento in cui si prega per i fedeli e non-fedeli defunti. È possibile farlo nella Messa esequiale o in qualche particolare occasione con i formulari per questo inseriti. C’è semplicemente da domandarsi se questo sia corretto. Da alcune conferenze episcopali regionali si dice di nominarli nella preghiera dei fedeli o altrove, nonostante che il luogo ideale sia nel ricordo che la Chiesa tutta fa nella preghiera eucaristica.

I problemi reali sorsero nel secolo X quando oltre alle ordinarie celebrazioni per i defunti (terzo, settimo e trentesimo giorno dalla morte ed anche nella celebrazione anniversaria) e al ricordo quotidiano si cominciarono a celebrare Messe per defunti particolari dietro richiesta dei parenti, con l’aggiunta di uno «stipendio», un’offerta per la celebrazione. Di abusi ne furono commessi tanti e i Vescovi delle Chiese dovettero spesso intervenire, anche all’interno dei monasteri, dove erano stati ordinati tutti i monaci (di per sé laici) per la celebrazione delle Messe dei defunti. All’interno del monastero si impose di non celebrare più di cento Messe al giorno per lo stesso defunto. Tutto questo esprime un nuovo modo di intendere la celebrazione eucaristica e la stessa realtà della morte.

La celebrazione delle Messe da morto fu una vera speculazione economica, ben riscontrabile nello studio della storia della liturgia. Lo stesso concilio di Trento dovette intervenire per evitare gli abusi continui, mantenendo un unico abuso che lentamente scomparve nella ritualità della Chiesa occidentale. L’Oriente non ha avuto problemi similari.

Un po’ di storia, sia degli aspetti positivi sia di quelli negativi, era importante per giungere ad una risposta, che forse va al di là della stessa domanda.

Sicuramente ogni giorno nella celebrazione eucaristica ognuno può e deve ricordare i suoi morti, perché l’Eucaristia resta il permanente legame con loro. Ma, credo, secondo la tradizione delle Chiese, che sia giusto «nominare» anche i fratelli defunti. Il ricordo diretto fatto dal presbitero nella celebrazione è ricordo pienamente ecclesiale dei fratelli che ci hanno preceduto nella fede, secondo l’antichissima tradizione dei dittici.

Credo sia doveroso aggiungere anche un’altra osservazione per essere ancora più completi. Troppo spesso si sente ancora dire: «Oggi la messa è mia» e questo per lo «stipendio» lasciato. La celebrazione eucaristica, che pur nomina vivi e defunti secondo la tradizione, abbraccia tutta quanta la comunità ecclesiale, con le intenzioni di tutti e ricorda indifferentemente tutti e tutte, perché essa è il Mistero della salvezza che in Cristo è ancora attuale per tutti. Ho detto che per l’Oriente il problema non si è posto e non si pone come è facilmente comprensibile dalla annotazione rituale della preghiera eucaristica di Giovanni Crisostomo che sostiene: «Il celebrante ricorda quelli che vuole».

Dunque, il «nominare» è molto importante al di là di qualsiasi «stipendio» e anche senza questo.

Lamberto Crociani

Originale: Toscana Oggi
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

  

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Una domanda sull’uso (e talvolta anche abuso) delle Messe in suffragio di uno o più defunti. Risponde padre Lamberto Crociani, docente di Liturgia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Volevo chiedere qualche spiegazione sulle Messe di suffragio. In tutte le Messe si prega per i defunti: perché è necessario chiedere al prete di poter dedicare una celebrazione a un defunto in particolare? Non basterebbe l’intenzione di chi partecipa alla Messa, che in quell’occasione (magari per una ricorrenza, un anniversario…) ricorda il proprio caro?

Laura Bellini

L’osservazione della nostra lettrice è di per sé giusta in quanto ogni giorno nella celebrazione dell’Eucaristia viene fatta memoria dei «fratelli addormentati nella speranza della resurrezione e di tutti i defunti che si affidano alla misericordia di Dio», come abbiamo tradotto, o «morti nella sua misericordia» come afferma il testo latino. Comunque sia, ogni giorno la Chiesa celebrante il Mistero del Signore Risorto ricorda coloro che adesso dormono nell’attesa del giorno ultimo della resurrezione finale.

Il cosiddetto «culto dei defunti», radicato nella certezza della Resurrezione del Signore e nostra, professate nel simbolo della fede ogni domenica, è direttamente testimoniato fin dalla metà del secolo II. Sicuramente dal vescovo Cipriano di Cartagine (secolo III) conosciamo l’uso di nominare il defunto o i defunti nella preghiera eucaristica (Lettera 1 e 41).  Il defunto era ricordato nominalmente per la prima volta nella celebrazione eucaristica per la sua dormizione.

Presto i nomi dei defunti si scrissero su tavolette (dittici) in cui si elencavano quelli che una Chiesa voleva e doveva ricordare nella celebrazione: queste tavolette erano lette dal diacono, all’inizio della parte eucaristica, forse prima della preparazione dei Santi Doni dopo la lettura dei dittici dei viventi, anche questi ricordati per diversi motivi dalla comunità. Da ciò risulta evidente che fin dall’antichità la celebrazione eucaristica era l’evento grazie al quale si ricordavano come veramente presenti i fratelli, che di certo erano uniti alla comunità in forza della comunione dei Santi. Il nominarli ad alta voce li rende presenti e vivi nell’azione comunitaria.

L’uso è sicuramente durato fino al secolo X e forse anche oltre: questo era costante nelle celebrazioni feriali, ma la domenica e nelle festività i dittici non erano letti. Celebrare il Mistero della Resurrezione del Signore inglobava di per sé tutti gli altri ricordi, proiettando la comunità tutta verso la resurrezione finale.

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Dopo il secolo X il numero dei defunti era assai elevato, quindi se ne nominavano alcuni e si aggiungevano subito delle formule, che alludessero alla loro totalità. Così testimonia il ricordo dei defunti nel canone romano: Ricordati anche, Signore, dei tuoi servi e delle tue serve (qui il diacono leggeva alcuni nomi dei dittici), che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace. E immediatamente si aggiungeva: Per loro, Signore, e per tutti quelli che riposano in Cristo, affinché Tu sia indulgente; supplichiamo un luogo di refrigerio, di luce, e di pace.

La formula come la conosciamo attualmente nel canone romano non è originaria. Le testimonianze più antiche non la contengono e la ritroviamo nelle contaminazioni dei sacramentari romani nella Gallia. Comunque essa riporta una antica e positiva teologia sulla dormizione dei fratelli in Cristo. Affermo questo perché dalle testimonianze antiche sappiamo che non erano nominati coloro che per eresia o per altre motivazioni non erano morti in comunione con la Chiesa, quindi non dovevano essere ricordati. A questo proposito si tenga presente che che nell’originaria preghiera eucaristica di Ippolito è assente il ricordo dei defunti.

Soltanto la riforma di Paoli VI farà ricordare tutti coloro che sono dormienti, anche quelli non battezzati. Indico almeno due espressioni: defunti (prece eucaristica II) e giusti (prece eucaristica III). Oggi diversamente dal primo millennio non si ricordano più i nomi nel momento in cui si prega per i fedeli e non-fedeli defunti. È possibile farlo nella Messa esequiale o in qualche particolare occasione con i formulari per questo inseriti. C’è semplicemente da domandarsi se questo sia corretto. Da alcune conferenze episcopali regionali si dice di nominarli nella preghiera dei fedeli o altrove, nonostante che il luogo ideale sia nel ricordo che la Chiesa tutta fa nella preghiera eucaristica.

I problemi reali sorsero nel secolo X quando oltre alle ordinarie celebrazioni per i defunti (terzo, settimo e trentesimo giorno dalla morte ed anche nella celebrazione anniversaria) e al ricordo quotidiano si cominciarono a celebrare Messe per defunti particolari dietro richiesta dei parenti, con l’aggiunta di uno «stipendio», un’offerta per la celebrazione. Di abusi ne furono commessi tanti e i Vescovi delle Chiese dovettero spesso intervenire, anche all’interno dei monasteri, dove erano stati ordinati tutti i monaci (di per sé laici) per la celebrazione delle Messe dei defunti. All’interno del monastero si impose di non celebrare più di cento Messe al giorno per lo stesso defunto. Tutto questo esprime un nuovo modo di intendere la celebrazione eucaristica e la stessa realtà della morte.

La celebrazione delle Messe da morto fu una vera speculazione economica, ben riscontrabile nello studio della storia della liturgia. Lo stesso concilio di Trento dovette intervenire per evitare gli abusi continui, mantenendo un unico abuso che lentamente scomparve nella ritualità della Chiesa occidentale. L’Oriente non ha avuto problemi similari.

Un po’ di storia, sia degli aspetti positivi sia di quelli negativi, era importante per giungere ad una risposta, che forse va al di là della stessa domanda.

Sicuramente ogni giorno nella celebrazione eucaristica ognuno può e deve ricordare i suoi morti, perché l’Eucaristia resta il permanente legame con loro. Ma, credo, secondo la tradizione delle Chiese, che sia giusto «nominare» anche i fratelli defunti. Il ricordo diretto fatto dal presbitero nella celebrazione è ricordo pienamente ecclesiale dei fratelli che ci hanno preceduto nella fede, secondo l’antichissima tradizione dei dittici.

Credo sia doveroso aggiungere anche un’altra osservazione per essere ancora più completi. Troppo spesso si sente ancora dire: «Oggi la messa è mia» e questo per lo «stipendio» lasciato. La celebrazione eucaristica, che pur nomina vivi e defunti secondo la tradizione, abbraccia tutta quanta la comunità ecclesiale, con le intenzioni di tutti e ricorda indifferentemente tutti e tutte, perché essa è il Mistero della salvezza che in Cristo è ancora attuale per tutti. Ho detto che per l’Oriente il problema non si è posto e non si pone come è facilmente comprensibile dalla annotazione rituale della preghiera eucaristica di Giovanni Crisostomo che sostiene: «Il celebrante ricorda quelli che vuole».

Dunque, il «nominare» è molto importante al di là di qualsiasi «stipendio» e anche senza questo.

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