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Le manovre parlamentari per il matrimonio gay

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[TS_VCSC_Info_Notice panel_layout=”notice” panel_type=”normal” color_icon=”#cccccc” color_title=”#cccccc” color_border=”#cccccc” color_background=”#ffffff” icon_replace=”false” panel_icon=”ts-awesome-eye” panel_size=”50″ panel_spacer=”15″ animations=”false” animation_effect=”ts-hover-css-” margin_top=”0″ margin_bottom=”0″ panel_title=”Si discute in commissione Giustizia il ddl Cirinnà. Ascoltati i presidenti di “Giuristi per la Vita“ e “Vita E’“”]

“L’articolo 29 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimoni». Il verbo “riconosce” riveste un significato assai importante in questo contesto, rilevando che lo Stato si limita a “prendere atto” di un dato oggettivo di natura. Non si dice che la Repubblica “istituisce” la famiglia – perché se così fosse avrebbe diritto a porre tutte le modifiche ritenute opportune –, ma che “riconosce” quell’istituto. In questo senso la famiglia viene definita una elemento prepolitico e pregiuridico, essendo sottratta alla disponibilità dell’ordinamento giuridico.
V’è un dato storico interessante, in questo senso. La famiglia entra a far parte dei documenti giuridici nazionali ed internazionali soltanto dopo un particolare momento storico: la seconda guerra mondiale. L’esperienza allora dimostrò come nello tsunami devastante della tragedia bellica, la famiglia fosse stata l’unica cosa che avesse retto a livello sociale, in un quadro complessivo di disgregazione anche sul piano istituzionale. Basti pensare a cosa è stato l’8 settembre 1943 per il nostro Paese. Ecco che, quindi, proprio alla luce di quell’evidenza, si ritenne di dover tributare alla famiglia il giusto riconoscimento, di prendere atto della sua fondamentale importanza e di tutelarne la delicata funzione. Per questa ragione oltre che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, l’importanza della famiglia verrà riconosciuta dalle maggiori costituzioni europee, da quella tedesca fino alla nostra (lo Statuto Albertino, infatti, non faceva alcun cenno alla famiglia, proprio perché considerata elemento naturale prepolitico e pregiuridico)”
(La Croce, 14 gennaio)

[/TS_VCSC_Info_Notice]

Con questo lungo incipit si è aperta l’audizione dell’avvocato Gianfranco Amato presso la Commissione Giustizia del Senato che sta discutendo il ddl Cirinnà (PD) sulle cosiddette unioni civili per coppie omosessuali. L’avvocato è anche il Presidente dell’associazione Giuristi per la Vita, ed è in tale veste che è intervenuto con un lungo e argomentato intervento a sostegno di una tesi diversa da quella della proposta di legge in esame.

Amato riprende affidando le proprie argomentazioni a tre Padri Costituenti:

“Moro, La Pira e Mortati. Il primo (Moro) affermò quanto segue: «Dichiarando che la famiglia è una società naturale si intende stabilire che la famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte a una realtà che non può menomare né mutare». Il secondo, La Pira, precisò che «con l’espressione società naturale si intende un ordinamento di diritto naturale che esige una costituzione e una finalità secondo il tipo della organizzazione familiare». Il terzo, Mortati, volle precisare il carattere normativo della definizione di famiglia come società naturale, dichiarando che «con essa si vuole, infatti, assegnare all’istituto familiare una sua autonomia originaria, destinata a circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua regolamentazione».
Poche furono le voci critiche rispetto a quella formula, e solo perché le attribuirono una portata meramente definitoria più che altro di carattere metodologico. L’onorevole Ruggiero, per esempio, rilevò che la Costituzione non doveva dare definizioni degli istituti, e che il progetto non ne dava alcuna, tranne che per la famiglia. Nel suo ragionamento fu interrotto dall’onorevoleMoro interruppe, che lo fulminò con queste parole: «Non è una definizione, è una determinazione di limiti». Con quelle tre parole, espressione dell’indiscutibile intelligenza di un uomo come Aldo Moro, in maniera sintetica ed efficace fu riprodotto il pensiero della maggioranza dell’Assemblea, che volle infatti mantenere la formula «società naturale».
Ora, a noi pare che il disegno di legge Cirinnà travalichi decisamente i limiti posti dai Padri costituenti. Si sta, infatti, addirittura introducendo una nuova forma di famiglia, composta tra persone dello stesso sesso, attraverso la modifica dell’istituto del matrimonio.
Sì, perché, al di là di ogni risibile velo d’ipocrisia, questo disegno di legge introduce di fatto il matrimonio gay. Non è una questione nominalistica ma sostanziale. Non conta il “nomen juris” che si attribuisce a questo nuovo istituto – lo si chiami come si vuole – ma la sua reale natura” (La Croce, 14 gennaio).

Anche perché, aggiunge oggi Massimo Gandolfini, presidente di “Vita E’” e anch’egli in audizione al Senato negli scorsi giorni, non è vero che le coppie di fatto non abbiano – già oggi – una serie di diritti riconosciuti:

“…è falso che il convivente non goda di diritti in tema di successione patrimoniale, di subentro di contratto di locazione della casa di comune residenza, di visita in carcere o in ospedale del convivente. Inoltre è già previsto il diritto di astenersi dalla testimonianza in sede penale se questa può nuocere al convivente…” (La Croce, 15 gennaio)

Entrambi i presidenti delle associazioni pro-famiglia hanno poi riconosciuto la trappola del “falso” divieto – inserito nella norma – di adozione per le coppie omosessuali. Infatti la proposta Cirinnà omologa de facto e de iure le unioni al matrimonio, e sarebbe dunque facilissimo impugnare quella parte dell norma che cadrebbe automaticamente sotto la dichiarazione di incostituzionalità.

Proseguiranno nelle prossime settimane le audizioni, ma il tema vero è: può una legge ordinaria trasformare il senso comune? Se si sta parlando davvero di una “necessaria” svolta antropologica non sarebbe più utile e fecondo un dibattito di rango costituzionale che riscriva l’articolo 29 e tanti altri articoli ad esso collegati (come quello sulla tutela delle famiglie numerose)? Avendo in mente anche un progetto ambizioso di riforma come quello dell’abolizione del Senato e magari del rafforzamento dei poteri dell’Esecutivo, di fronte quindi a tutti questi cambiamenti del dettato costituzionale non sarebbe più democratico e più responsabile convocare una Assemblea Costituente?

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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“L’articolo 29 della Costituzione stabilisce che «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimoni». Il verbo “riconosce” riveste un significato assai importante in questo contesto, rilevando che lo Stato si limita a “prendere atto” di un dato oggettivo di natura. Non si dice che la Repubblica “istituisce” la famiglia – perché se così fosse avrebbe diritto a porre tutte le modifiche ritenute opportune –, ma che “riconosce” quell’istituto. In questo senso la famiglia viene definita una elemento prepolitico e pregiuridico, essendo sottratta alla disponibilità dell’ordinamento giuridico.
V’è un dato storico interessante, in questo senso. La famiglia entra a far parte dei documenti giuridici nazionali ed internazionali soltanto dopo un particolare momento storico: la seconda guerra mondiale. L’esperienza allora dimostrò come nello tsunami devastante della tragedia bellica, la famiglia fosse stata l’unica cosa che avesse retto a livello sociale, in un quadro complessivo di disgregazione anche sul piano istituzionale. Basti pensare a cosa è stato l’8 settembre 1943 per il nostro Paese. Ecco che, quindi, proprio alla luce di quell’evidenza, si ritenne di dover tributare alla famiglia il giusto riconoscimento, di prendere atto della sua fondamentale importanza e di tutelarne la delicata funzione. Per questa ragione oltre che nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, l’importanza della famiglia verrà riconosciuta dalle maggiori costituzioni europee, da quella tedesca fino alla nostra (lo Statuto Albertino, infatti, non faceva alcun cenno alla famiglia, proprio perché considerata elemento naturale prepolitico e pregiuridico)”
(La Croce, 14 gennaio)

[/TS_VCSC_Info_Notice]

Con questo lungo incipit si è aperta l’audizione dell’avvocato Gianfranco Amato presso la Commissione Giustizia del Senato che sta discutendo il ddl Cirinnà (PD) sulle cosiddette unioni civili per coppie omosessuali. L’avvocato è anche il Presidente dell’associazione Giuristi per la Vita, ed è in tale veste che è intervenuto con un lungo e argomentato intervento a sostegno di una tesi diversa da quella della proposta di legge in esame.

Amato riprende affidando le proprie argomentazioni a tre Padri Costituenti:

“Moro, La Pira e Mortati. Il primo (Moro) affermò quanto segue: «Dichiarando che la famiglia è una società naturale si intende stabilire che la famiglia ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato, il quale, quando interviene, si trova di fronte a una realtà che non può menomare né mutare». Il secondo, La Pira, precisò che «con l’espressione società naturale si intende un ordinamento di diritto naturale che esige una costituzione e una finalità secondo il tipo della organizzazione familiare». Il terzo, Mortati, volle precisare il carattere normativo della definizione di famiglia come società naturale, dichiarando che «con essa si vuole, infatti, assegnare all’istituto familiare una sua autonomia originaria, destinata a circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua regolamentazione».
Poche furono le voci critiche rispetto a quella formula, e solo perché le attribuirono una portata meramente definitoria più che altro di carattere metodologico. L’onorevole Ruggiero, per esempio, rilevò che la Costituzione non doveva dare definizioni degli istituti, e che il progetto non ne dava alcuna, tranne che per la famiglia. Nel suo ragionamento fu interrotto dall’onorevoleMoro interruppe, che lo fulminò con queste parole: «Non è una definizione, è una determinazione di limiti». Con quelle tre parole, espressione dell’indiscutibile intelligenza di un uomo come Aldo Moro, in maniera sintetica ed efficace fu riprodotto il pensiero della maggioranza dell’Assemblea, che volle infatti mantenere la formula «società naturale».
Ora, a noi pare che il disegno di legge Cirinnà travalichi decisamente i limiti posti dai Padri costituenti. Si sta, infatti, addirittura introducendo una nuova forma di famiglia, composta tra persone dello stesso sesso, attraverso la modifica dell’istituto del matrimonio.
Sì, perché, al di là di ogni risibile velo d’ipocrisia, questo disegno di legge introduce di fatto il matrimonio gay. Non è una questione nominalistica ma sostanziale. Non conta il “nomen juris” che si attribuisce a questo nuovo istituto – lo si chiami come si vuole – ma la sua reale natura” (La Croce, 14 gennaio).

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Anche perché, aggiunge oggi Massimo Gandolfini, presidente di “Vita E’” e anch’egli in audizione al Senato negli scorsi giorni, non è vero che le coppie di fatto non abbiano – già oggi – una serie di diritti riconosciuti:

“…è falso che il convivente non goda di diritti in tema di successione patrimoniale, di subentro di contratto di locazione della casa di comune residenza, di visita in carcere o in ospedale del convivente. Inoltre è già previsto il diritto di astenersi dalla testimonianza in sede penale se questa può nuocere al convivente…” (La Croce, 15 gennaio)

Entrambi i presidenti delle associazioni pro-famiglia hanno poi riconosciuto la trappola del “falso” divieto – inserito nella norma – di adozione per le coppie omosessuali. Infatti la proposta Cirinnà omologa de facto e de iure le unioni al matrimonio, e sarebbe dunque facilissimo impugnare quella parte dell norma che cadrebbe automaticamente sotto la dichiarazione di incostituzionalità.

Proseguiranno nelle prossime settimane le audizioni, ma il tema vero è: può una legge ordinaria trasformare il senso comune? Se si sta parlando davvero di una “necessaria” svolta antropologica non sarebbe più utile e fecondo un dibattito di rango costituzionale che riscriva l’articolo 29 e tanti altri articoli ad esso collegati (come quello sulla tutela delle famiglie numerose)? Avendo in mente anche un progetto ambizioso di riforma come quello dell’abolizione del Senato e magari del rafforzamento dei poteri dell’Esecutivo, di fronte quindi a tutti questi cambiamenti del dettato costituzionale non sarebbe più democratico e più responsabile convocare una Assemblea Costituente?

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