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Le due chiavi cristiane per passare dal sacrificio alla compassione

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Gesù ci invita prima a riconoscere che siamo sopraffatti, e poi ad accogliere l’altro anziché rifiutarlo

Viviamo in un’epoca complessa. L’aumento della violenza sociale, politica e culturale non contribuisce alla comprensione della forza che ha la compassione fraterna nella trasformazione della nostra vita e nella liberazione da tutto ciò che ci impedisce di promuovere relazioni umanizzanti, come la giustizia sociale e i diritti umani.

A volte conduciamo uan vita sovraccarica di insoddisfazione, amarezza, invidia e avarizia, che guarda solo a sé. Non ci rendiamo conto del fatto che camminiamo stanchi e disumanizzando chiunque incontriamo.

Nelle parole di Gesù troviamo due chiavi che ci possono aiutare a vivere in base alla compassione fraterna e a ritrovare il sapore perduto della vita.

La prima chiave consiste nel riconoscere che siamo angosciati, stanchi ed esauriti. Non negare noi stessi né credere che possiamo fare sacrifici che sostituiscano la nostra dedizione all’altro, al bisognoso: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28). Il riposo che offre Gesù inizia con la dedizione all’altro, con il muoverci verso di lui e il metterci nei suoi panni.

La seconda chiave consiste nel frutto che produce il fatto di vivere allo stile di Gesù, con un cuore che accoglie l’altro e gli dedica il suo tempo prima di rifiutarlo o maltrattarlo. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29).

È un cuore che non si nutre della paura, del castigo o del pentimento di fronte a un dio collerico, ma della grazia e dell’incontro gratuito da cui sbocciano i veri cambiamenti nella vita, perché il Dio di Gesù sa solo amare e lasciarsi amare.

L’esperienza religiosa, e in concreto la spiritualità cristiana, non si basa sul rigorismo del caso della morale retributiva, in cui ciò che conta è il rispetto religioso mediante la partecipazione ai riti, la recita delle devozioni e il mettere in pratica i comandamenti.

La spiritualità cristiana si nutre e cresce con la pratica quotidiana della compassione fraterna, che ci rende dolenti e solidali anziché scostanti e altezzosi.

Contrariamente a quanto stabilito, Gesù propone un’altra via che continua a trovare forte resistenza al giorno d’oggi: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13).

La misericordia è la relazione per eccellenza che ci fa assomigliare a Dio. Amando in modo compassionevole, stiamo anche noi amando come Dio. L’espressione latina miserere parla del modo in cui si rivela Dio: “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6-8).

Si tratta di un Dio che non chiede sacrifici e non si adira (Sal 50). Agendo in questo modo ci disarma, perché non siamo abituati alla gratuità.

Per questo, chi cerca e trova il Dio in cui Gesù ha creduto e che ha pregato sperimenterà che potrà vivere le proprie relazioni umane solo con spirito fraterno, scoprendo nell’altro un tesoro, un bene prezioso che non deve mai essere trattato in modo assisenzialistico, come un oggetto di elargizione. Piuttosto, deve essere assunto come un fratello, “perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8).

Gesù si avvicinava ogni giorno agli esclusi e ai malati, alle vittime del rifiuto sociale, politico o religioso. Li abbracciava, li guardava e li toccava, per riconciliarli con se stessi e con gli altri, insegnando loro in questo modo che era possibile vivere in un’altra maniera, che Dio era con loro senza chiedere nulla in cambio perché il suo amore era completamente gratuito (Sal 145, Sal 146).

Per questo, chi vive della compassione fraterna non privatizza mai la religione e capisce che amare Dio “con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,32-34).

 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Gesù ci invita prima a riconoscere che siamo sopraffatti, e poi ad accogliere l’altro anziché rifiutarlo

Viviamo in un’epoca complessa. L’aumento della violenza sociale, politica e culturale non contribuisce alla comprensione della forza che ha la compassione fraterna nella trasformazione della nostra vita e nella liberazione da tutto ciò che ci impedisce di promuovere relazioni umanizzanti, come la giustizia sociale e i diritti umani.

A volte conduciamo uan vita sovraccarica di insoddisfazione, amarezza, invidia e avarizia, che guarda solo a sé. Non ci rendiamo conto del fatto che camminiamo stanchi e disumanizzando chiunque incontriamo.

Nelle parole di Gesù troviamo due chiavi che ci possono aiutare a vivere in base alla compassione fraterna e a ritrovare il sapore perduto della vita.

La prima chiave consiste nel riconoscere che siamo angosciati, stanchi ed esauriti. Non negare noi stessi né credere che possiamo fare sacrifici che sostituiscano la nostra dedizione all’altro, al bisognoso: “Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò” (Mt 11,28). Il riposo che offre Gesù inizia con la dedizione all’altro, con il muoverci verso di lui e il metterci nei suoi panni.

La seconda chiave consiste nel frutto che produce il fatto di vivere allo stile di Gesù, con un cuore che accoglie l’altro e gli dedica il suo tempo prima di rifiutarlo o maltrattarlo. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime” (Mt 11,29).

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È un cuore che non si nutre della paura, del castigo o del pentimento di fronte a un dio collerico, ma della grazia e dell’incontro gratuito da cui sbocciano i veri cambiamenti nella vita, perché il Dio di Gesù sa solo amare e lasciarsi amare.

L’esperienza religiosa, e in concreto la spiritualità cristiana, non si basa sul rigorismo del caso della morale retributiva, in cui ciò che conta è il rispetto religioso mediante la partecipazione ai riti, la recita delle devozioni e il mettere in pratica i comandamenti.

La spiritualità cristiana si nutre e cresce con la pratica quotidiana della compassione fraterna, che ci rende dolenti e solidali anziché scostanti e altezzosi.

Contrariamente a quanto stabilito, Gesù propone un’altra via che continua a trovare forte resistenza al giorno d’oggi: “Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,13).

La misericordia è la relazione per eccellenza che ci fa assomigliare a Dio. Amando in modo compassionevole, stiamo anche noi amando come Dio. L’espressione latina miserere parla del modo in cui si rivela Dio: “misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà” (Es 34,6-8).

Si tratta di un Dio che non chiede sacrifici e non si adira (Sal 50). Agendo in questo modo ci disarma, perché non siamo abituati alla gratuità.

Per questo, chi cerca e trova il Dio in cui Gesù ha creduto e che ha pregato sperimenterà che potrà vivere le proprie relazioni umane solo con spirito fraterno, scoprendo nell’altro un tesoro, un bene prezioso che non deve mai essere trattato in modo assisenzialistico, come un oggetto di elargizione. Piuttosto, deve essere assunto come un fratello, “perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8).

Gesù si avvicinava ogni giorno agli esclusi e ai malati, alle vittime del rifiuto sociale, politico o religioso. Li abbracciava, li guardava e li toccava, per riconciliarli con se stessi e con gli altri, insegnando loro in questo modo che era possibile vivere in un’altra maniera, che Dio era con loro senza chiedere nulla in cambio perché il suo amore era completamente gratuito (Sal 145, Sal 146).

Per questo, chi vive della compassione fraterna non privatizza mai la religione e capisce che amare Dio “con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,32-34).

 

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