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Le dieci Parole, Haim Baharier, San Paolo, 2011

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«Il decalogo, le dieci parole. Parlare di dieci comandamenti mi pare ingiusto. Non ci sono imperativi. Nessuna imposizione. I verbi sono al futuro. Quei verbi portano promesse che si realizzano.»

«Leggere il decalogo come una lapide di imperativi è l’errore di chi teme cimentarsi con il pensiero, di chi col pensiero ha paura di scottarsi.»

Haim  Baharier

 

xA chi fu data la prima legge? Chi era Gesù ? Che cosa significa etimologicamente la parola cristiani? Che cosa significa etimologicamente la parola peccato ? Credo che porsi queste quattro domande sia già un enorme passo per chi vuole anche solo in minima misura trovare  una certa trasparenza sul percorso etico-religioso che sta seguendo. Il libro di Baharier si sviluppa a spirale, partendo dal centro di queste quattro domande, sul decalogo o “dieci comandamenti” che dir si voglia.

La riflessione di Baharier è straordinaria. Coinvolge il lettore che raggiunge la fine restando egli stesso stupito dalla paralizzante chiarezza che lo ha letteralmente condotto per mano dalla prima fino all’ultima pagina.

Basta con la stantia quanto comoda risoluzione che dura da fin troppo tempo che l’occidente cristiano si fonda sul deicidio, e non solo nel senso della crocifissione di Gesù, né di Nietzsche e la sua morte di dio. L’uomo è sempre il medesimo di sempre. Si può vestire o restare nudo, in senso reale o metaforico la cosa è identica, può cambiarsi d’abito anche ogni ora, in senso reale o metaforico la cosa è equivalente, l’uomo non può ignorare di essere creatura e tanto meno può fingere un’ emancipazione che non può essere possibile nella misura in cui coercitivamente si auto nega il suddetto stato di appartenenza. Solo quando l’uomo smetterà di considerare dio il suo peggior nemico e quando si renderà conto che il divino “non interventismo” non è menefreghismo  ma  é attesa; “kenosis”, “tzimtzum”;  a favore di una crescita dell’uomo,  che sembra volersi protrarre alle “ad kalendas graecas”  seppure i  presupposti  siano  stati posti “illo tempore”, e  allora anche  le dieci parole assumeranno un volto nuovo.

Come potremmo comprendere  noi  stessi  se non conoscessimo i nostri genitori? Come sarebbe possibile percorrere una via e raggiungere una meta senza conoscere la stessa?

Facendo riferimento ad un’intervista del 2012 possiamo dire che ci si rende conto che Baharier è un po’ ciò che dice, o dice ciò che è: “Gli antichi profeti d’Israele profetizzano il passato, filtrano dal passato gli insegnamenti da bisbigliare al futuro. Se non interpello la memoria e la venero soltanto, non trasmetto, clono.” Dice di oggi: “Sono tempi di promiscuità, di idoli-religioni, di magia della rete. Credo occorra reimmergere il  nuovo nell’antico, ritornare a Mosé e alle sue allungatoie. La gente cede al canto delle sirene, alle consolazioni facili, ai misticismi inventati. Le ortodossie che vantano piene le loro scuole e i loro templi mi mettono i brividi.” E ancora: “Siamo  preda degli alcolisti della finanza. All’alcolista non basta più gustare il buon vino, vuole godere degli effetti che il vino gli dà. E pensare che per i Maestri chassidici mangiare e bere in eccesso ha un significato: l’uomo di fronte a dio è un esiliato ed essere nel progetto divino significa innanzitutto accettare l’infinita distanza  di Dio e da Dio. L’invito  non è solo di accettare l’infinita distanza ma di enfatizzarla attraverso una materialità spinta all’eccesso. Bere e mangiare senza misura ti assicurano che sei nei disegni del Dio periferico.”

Ecco quindi che le dieci parole non sono penalizzazioni o proibizioni, ne condanne a priori o a posteriori. Sono formule che contengono in nuce una promessa.

Così Baharier ci illustra, nel suo libro, La quinta promessa; non assassinerai: «Mosè discese dal monte, etimologicamente il “monte pensiero”. Mosé non vanifica il pensiero con l’impulsività. Nell’elevazione è compresa la cautela della discesa. Discende dal monte e va verso il popolo. Come un ciottolo che arriva a valle, pur levigato si mantiene intero. Come penso dovremmo fare tutti quando abbiamo un pensiero alto: girarcelo in testa e in bocca un po’, prima di metterlo in voce. Mosè non abbassa ciò che ha appreso a livello del popolo; lui il popolo lo eleva, lo crea interlocutore, gli da’ spazio per avvicinarlo. Nei templi, quando si cantano le Dieci Parole, si usa un registro alto, riservato esclusivamente alle letture collettive. In privato si pratica un registro più basso. L’elevazione del linguaggio è doverosa in presenza della collettività, dove le diversità si integrano senza annullarsi. Ci si eleva per il popolo; non si ammettono potature al pensiero ma si trova il giusto modo di porgerglielo. Siate pronti per tre giorni, dice Mosé al popolo. Li invita a predisporsi e per farlo da’ loro un giorno in più. Non sono i preparativi di una festa, dove un momento prima che tutto inizi è ancora allestimento. Il popolo, in ogni momento dei tre giorni, sta pronto. Esprime l’attesa come la nuvola densa che avvolge la cima del monte. Mosé per salire e scendere non si avvale dei suoi meriti: ha il lasciapassare della staffetta. Fa conoscere agli interlocutori di questa comunicazione, di questa mediazione, i loro propri limiti. Se ciascuno sa dove inizia e finisce l’altro, la comunicazione diventa chiara. Ogni mescolamento, ogni fusione é bandita. Se il monte è un percorso di pensiero, perché i paletti lasciano fuori uomini e bestie ? Si è come trascinati, a leggere questi versetti, sul campo minato della proprietà privata, il diritto sacrosanto di lasciar fuori chiunque non abbia il permesso, uomini, cose, animali. La sbarra, da buon confine,  divide in due un terreno praticabile. Testimonia già di un tempo a venire in cui la circolazione non troverà barriere. Al suono del corno e solo allora, al suo espandersi dice il versetto, si potrà salire sul monte. Shofàr è il corno; ma in questo frangente è la parola jovél, Giubileo. Una parola d’anticipo, al pari della costituzione “ante terram” a cui appartiene.  In terra di Canaan, oltre al riposo sabbatico, il popolo d’ Israele osserverà il riposo dei campi del settimo anno e proclamerà il Giubileo con il suono del corno al termine di sette cicli di sette anni. Al tocco del Giubileo, come corna di lumaca, le proprietà rientrano nei loro confini primitivi. Si cancellano decenni di transizioni e transazioni. Il Giubileo passa un colpo di spugna sopra cinquant’anni di passaggi di proprietà: campi da unico recinto si frantumano in pezze, pezze di campo si annettono. Di colpo si ridistribuisce. Nell’attesa di questa spianata ci si regola di conseguenza: lo stesso campo ha nel tempo un valore variabile. Poco prezzo nell’imminenza del Giubileo, prezzo salato appena dopo. Non si sovverte la proprietà, né la si elimina. Si compra con limite. Il rapporto alla terra, come il rapporto della scrittura sacra alla pergamena, è nella vibrazione. La tua proprietà non è giustificata da quella altrui e viceversa. Si giustifica nel saperti limitare non appena uscito dal bisogno, avviando così l’economia di giustizia in quanto consenti al tuo vicino di uscire anche lui dal bisogno. L’economia di giustizia è l’aspetto economico di un senso di giustizia intimo al quali tutti, secondo modalità individuali, possono attingere. Vibrazione interna condivisa, suono di shofàr. Ricordo durante i primi anni settanta i grandi raduni degli hassidìm  di  Gur  a  Gerusalemme  intorno al loro maestro mentre alcuni discepoli fidati, in cerchio attorno a lui, respingevano la folla a suon di pugni. La testimonianza non era evidente. La folla avrebbe potuto spezzare a suo piacere il cordone di sicurezza e atterrare i guardaspalle. Perché allora non starsene rispettosi in buon ordine, irreggimentati per dar agio a tutti di vedere il maestro ? perché così non ci sarebbe stata una barriera, una separazione su cui premere; se fai pressione dimostri il tuo affetto, il tuo volerti coinvolgere; riconosci che l’altro ha il uno spazio che non puoi violare anche se lo vorresti. Se stai buono in disparte, squalifichi l’altro a parte del panorama. Dentro questa narrazione si sale e si scende ma non è variazione di quota. Perché se perdi questa elevazione, uccidi. È così vero: quasi sempre si uccide per recuperare un’altezza. È scritto nella Genesi che Caino si “alza” verso il fratello e lo uccide. Questi versetti li leggo come premessa di “non assassinerai”. Non assassinare è non uccidere il significato. Come fece in fondo Adamo nell’addentare il frutto dell’albero della conoscenza. E come facciamo in tanti: crediamo che si possa arrivare alla sapienza senza la gavetta, saltando l’apprendistato della conoscenza. Oppure, al contrario, che tramite un processo conoscitivo sia possibile fagocitare l’intera sapienza. »

Illibro di Baharier apparentemente così innovativo e forse solo un esempio di quello che già ci diceva Sant’Ignazio di Loyola:

“Fai tutto come se tutto dipendesse da te, ma  abbi tanta fede come se tutto dipendesse da Dio”.

Allora perché non farlo con il punto fermo delle dieci promesse ?

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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Le dieci Parole, Haim Baharier, San Paolo, 2011

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«Il decalogo, le dieci parole. Parlare di dieci comandamenti mi pare ingiusto. Non ci sono imperativi. Nessuna imposizione. I verbi sono al futuro. Quei verbi portano promesse che si realizzano.»

«Leggere il decalogo come una lapide di imperativi è l’errore di chi teme cimentarsi con il pensiero, di chi col pensiero ha paura di scottarsi.»

Haim  Baharier

 

xA chi fu data la prima legge? Chi era Gesù ? Che cosa significa etimologicamente la parola cristiani? Che cosa significa etimologicamente la parola peccato ? Credo che porsi queste quattro domande sia già un enorme passo per chi vuole anche solo in minima misura trovare  una certa trasparenza sul percorso etico-religioso che sta seguendo. Il libro di Baharier si sviluppa a spirale, partendo dal centro di queste quattro domande, sul decalogo o “dieci comandamenti” che dir si voglia.

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La riflessione di Baharier è straordinaria. Coinvolge il lettore che raggiunge la fine restando egli stesso stupito dalla paralizzante chiarezza che lo ha letteralmente condotto per mano dalla prima fino all’ultima pagina.

Basta con la stantia quanto comoda risoluzione che dura da fin troppo tempo che l’occidente cristiano si fonda sul deicidio, e non solo nel senso della crocifissione di Gesù, né di Nietzsche e la sua morte di dio. L’uomo è sempre il medesimo di sempre. Si può vestire o restare nudo, in senso reale o metaforico la cosa è identica, può cambiarsi d’abito anche ogni ora, in senso reale o metaforico la cosa è equivalente, l’uomo non può ignorare di essere creatura e tanto meno può fingere un’ emancipazione che non può essere possibile nella misura in cui coercitivamente si auto nega il suddetto stato di appartenenza. Solo quando l’uomo smetterà di considerare dio il suo peggior nemico e quando si renderà conto che il divino “non interventismo” non è menefreghismo  ma  é attesa; “kenosis”, “tzimtzum”;  a favore di una crescita dell’uomo,  che sembra volersi protrarre alle “ad kalendas graecas”  seppure i  presupposti  siano  stati posti “illo tempore”, e  allora anche  le dieci parole assumeranno un volto nuovo.

Come potremmo comprendere  noi  stessi  se non conoscessimo i nostri genitori? Come sarebbe possibile percorrere una via e raggiungere una meta senza conoscere la stessa?

Facendo riferimento ad un’intervista del 2012 possiamo dire che ci si rende conto che Baharier è un po’ ciò che dice, o dice ciò che è: “Gli antichi profeti d’Israele profetizzano il passato, filtrano dal passato gli insegnamenti da bisbigliare al futuro. Se non interpello la memoria e la venero soltanto, non trasmetto, clono.” Dice di oggi: “Sono tempi di promiscuità, di idoli-religioni, di magia della rete. Credo occorra reimmergere il  nuovo nell’antico, ritornare a Mosé e alle sue allungatoie. La gente cede al canto delle sirene, alle consolazioni facili, ai misticismi inventati. Le ortodossie che vantano piene le loro scuole e i loro templi mi mettono i brividi.” E ancora: “Siamo  preda degli alcolisti della finanza. All’alcolista non basta più gustare il buon vino, vuole godere degli effetti che il vino gli dà. E pensare che per i Maestri chassidici mangiare e bere in eccesso ha un significato: l’uomo di fronte a dio è un esiliato ed essere nel progetto divino significa innanzitutto accettare l’infinita distanza  di Dio e da Dio. L’invito  non è solo di accettare l’infinita distanza ma di enfatizzarla attraverso una materialità spinta all’eccesso. Bere e mangiare senza misura ti assicurano che sei nei disegni del Dio periferico.”

Ecco quindi che le dieci parole non sono penalizzazioni o proibizioni, ne condanne a priori o a posteriori. Sono formule che contengono in nuce una promessa.

Così Baharier ci illustra, nel suo libro, La quinta promessa; non assassinerai: «Mosè discese dal monte, etimologicamente il “monte pensiero”. Mosé non vanifica il pensiero con l’impulsività. Nell’elevazione è compresa la cautela della discesa. Discende dal monte e va verso il popolo. Come un ciottolo che arriva a valle, pur levigato si mantiene intero. Come penso dovremmo fare tutti quando abbiamo un pensiero alto: girarcelo in testa e in bocca un po’, prima di metterlo in voce. Mosè non abbassa ciò che ha appreso a livello del popolo; lui il popolo lo eleva, lo crea interlocutore, gli da’ spazio per avvicinarlo. Nei templi, quando si cantano le Dieci Parole, si usa un registro alto, riservato esclusivamente alle letture collettive. In privato si pratica un registro più basso. L’elevazione del linguaggio è doverosa in presenza della collettività, dove le diversità si integrano senza annullarsi. Ci si eleva per il popolo; non si ammettono potature al pensiero ma si trova il giusto modo di porgerglielo. Siate pronti per tre giorni, dice Mosé al popolo. Li invita a predisporsi e per farlo da’ loro un giorno in più. Non sono i preparativi di una festa, dove un momento prima che tutto inizi è ancora allestimento. Il popolo, in ogni momento dei tre giorni, sta pronto. Esprime l’attesa come la nuvola densa che avvolge la cima del monte. Mosé per salire e scendere non si avvale dei suoi meriti: ha il lasciapassare della staffetta. Fa conoscere agli interlocutori di questa comunicazione, di questa mediazione, i loro propri limiti. Se ciascuno sa dove inizia e finisce l’altro, la comunicazione diventa chiara. Ogni mescolamento, ogni fusione é bandita. Se il monte è un percorso di pensiero, perché i paletti lasciano fuori uomini e bestie ? Si è come trascinati, a leggere questi versetti, sul campo minato della proprietà privata, il diritto sacrosanto di lasciar fuori chiunque non abbia il permesso, uomini, cose, animali. La sbarra, da buon confine,  divide in due un terreno praticabile. Testimonia già di un tempo a venire in cui la circolazione non troverà barriere. Al suono del corno e solo allora, al suo espandersi dice il versetto, si potrà salire sul monte. Shofàr è il corno; ma in questo frangente è la parola jovél, Giubileo. Una parola d’anticipo, al pari della costituzione “ante terram” a cui appartiene.  In terra di Canaan, oltre al riposo sabbatico, il popolo d’ Israele osserverà il riposo dei campi del settimo anno e proclamerà il Giubileo con il suono del corno al termine di sette cicli di sette anni. Al tocco del Giubileo, come corna di lumaca, le proprietà rientrano nei loro confini primitivi. Si cancellano decenni di transizioni e transazioni. Il Giubileo passa un colpo di spugna sopra cinquant’anni di passaggi di proprietà: campi da unico recinto si frantumano in pezze, pezze di campo si annettono. Di colpo si ridistribuisce. Nell’attesa di questa spianata ci si regola di conseguenza: lo stesso campo ha nel tempo un valore variabile. Poco prezzo nell’imminenza del Giubileo, prezzo salato appena dopo. Non si sovverte la proprietà, né la si elimina. Si compra con limite. Il rapporto alla terra, come il rapporto della scrittura sacra alla pergamena, è nella vibrazione. La tua proprietà non è giustificata da quella altrui e viceversa. Si giustifica nel saperti limitare non appena uscito dal bisogno, avviando così l’economia di giustizia in quanto consenti al tuo vicino di uscire anche lui dal bisogno. L’economia di giustizia è l’aspetto economico di un senso di giustizia intimo al quali tutti, secondo modalità individuali, possono attingere. Vibrazione interna condivisa, suono di shofàr. Ricordo durante i primi anni settanta i grandi raduni degli hassidìm  di  Gur  a  Gerusalemme  intorno al loro maestro mentre alcuni discepoli fidati, in cerchio attorno a lui, respingevano la folla a suon di pugni. La testimonianza non era evidente. La folla avrebbe potuto spezzare a suo piacere il cordone di sicurezza e atterrare i guardaspalle. Perché allora non starsene rispettosi in buon ordine, irreggimentati per dar agio a tutti di vedere il maestro ? perché così non ci sarebbe stata una barriera, una separazione su cui premere; se fai pressione dimostri il tuo affetto, il tuo volerti coinvolgere; riconosci che l’altro ha il uno spazio che non puoi violare anche se lo vorresti. Se stai buono in disparte, squalifichi l’altro a parte del panorama. Dentro questa narrazione si sale e si scende ma non è variazione di quota. Perché se perdi questa elevazione, uccidi. È così vero: quasi sempre si uccide per recuperare un’altezza. È scritto nella Genesi che Caino si “alza” verso il fratello e lo uccide. Questi versetti li leggo come premessa di “non assassinerai”. Non assassinare è non uccidere il significato. Come fece in fondo Adamo nell’addentare il frutto dell’albero della conoscenza. E come facciamo in tanti: crediamo che si possa arrivare alla sapienza senza la gavetta, saltando l’apprendistato della conoscenza. Oppure, al contrario, che tramite un processo conoscitivo sia possibile fagocitare l’intera sapienza. »

Illibro di Baharier apparentemente così innovativo e forse solo un esempio di quello che già ci diceva Sant’Ignazio di Loyola:

“Fai tutto come se tutto dipendesse da te, ma  abbi tanta fede come se tutto dipendesse da Dio”.

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