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Lasciamo che Francesco faccia il papa

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di: Michele Giulio Masciarelli

Seguo la vita di Settimananews e vi partecipo anche scrivendo, quando e come posso, perché già affezionato ai dehoniani e alla loro rivista cartacea Settimana, scrivendovi per anni e, poi, sul sinodo e sulla sinodalità fino alla fine. Con questo spirito familiare intendo interloquire sull’articolo che tratta del cambio di servizio alla guida della Congregazione della dottrina della fede (1° giugno 2017).

Leggo: «Il tema di questo articolo non è […] il cardinale Müller e neppure le sue posizioni e neppure sono a tema le posizioni del papa. Il tema è il metodo di lavoro».

Bene, stiamo volentieri fermi alla questione del “metodo”. Per farlo, compongo alcune sinossi (che qui sono di due termini), costruite col punto interrogativo come le domande dell’articolista che affronto, per paragonare il trattamento mostrato dal cardinale e il cosiddetto trattamento poco “educato” che sarebbe stato riservato a lui, lasciando l’uno e l’altro senza commento. Insomma, a una domanda rispondo con altra domanda.

Tre sinossi

Prima sinossi. Si chiede l’articolista: «Comunicare ad un prefetto di Congregazione che il giorno dopo cessa dall’incarico, sarà una prassi educata? Sarà una prassi corretta? Impeccabile forse secondo le regole del diritto canonico, però si dimostrano rispetto e considerazione per un cardinale di curia?».

Risponderei sommessamente. In nome di che cosa una Congregazione che, per l’alta e delicata materia che tratta, dovrebbe essere la più legata e subordinata alla guida pontificia, è stata più volte avventurata (di questo si tratta…) per vie solitarie che non potevano e non possono portare da alcuna parte, col solo risultato di creare confusione e gravi perplessità di natura comportamentale da parte di un organismo, squisitamente pontificio, che manifesta di non collimare con la linea di un papa?

Seconda sinossi. «Oppure. Se il prefetto di Congregazione ha espresso pubblicamente e in diverse occasioni pareri, osservazioni, che ai più sono sembrate delle critiche al papa stesso, perché mai ha sentito il bisogno di restare al suo posto? O, se è stato male interpretato, perché non ha corretto il tiro?».

Risponderei ancora sommessamente. Queste domande dell’articolista, che trovo francamente sorprendenti, andrebbero rivolte decisamente al cardinale medesimo e, a risposte avute, si potrebbe giudicare che cosa sia conveniente rispondere.

Terza sinossi. «Oppure ancora. Se il papa o un’altra autorità (tipo un vescovo, un superiore generale, un decano di università o un preside di facoltà, un parroco…) viene contestata o quanto meno criticata, come si comporta? Manda via la persona che avanza delle critiche o cerca un dialogo?».

Risponderei ancora e più ancora sommessamente. Non mi pare che il paragone sopra portato sia in tono con il fatto di cui si tratta. Certamente “non si manda via” nessuno, tuttavia non riconfermare in un Ufficio è mandar via? Ma la critica strisciante non era quella che non si provvedeva alle nomine di alti officiali già in scadenza? Prevedo la domanda che è già pronta in risposta: perché allora il ritardare non vale per tutti?

Questa è una domanda che oggettivamente ha più senso, ma non c’è regola per la quale il superiore non possa esercitare una certa misura di discrezionalità: un grande giurista, mio docente di diritto romano alla PUL, Gabrio Lombardi, insegnava a lezione e un giorno mi spiegò a lungo in un bell’incontro privato a casa sua, che la “discrezionalità” non deve essere mai così vasta da vanificare la regola, ma che, in modo misurato, essa è talora necessaria alla regola stessa.

Non servono regole in più: gli è che, anche la scelta dei tempi di una decisione rientra nei limiti di una discrezionalità legittima e possiamo anche pensare… prudente.

Noi non conosciamo tutti i termini della questione in atto. In questo caso papa Bergoglio ha unito lentezza rispettosa (ha mantenuto nel ruolo di prefetto chi aveva trovato in quella Congregazione, l’ha fatto cardinale, l’ha confermato per il quinquennio di rito) e un po’ di velocità alla fine, per i motivi che egli, il papa, conosce e ha valutato. Tutto qui. Mi pare ci si sia allargati un bel po’ nel chiedersi se si tratti di «prassi educata»…

Quattro domande

Ma, adesso, vorrei porre delle domande io, e non in risposta ad alcuno e senza neppure attendermi che mi si risponda, perché queste problematiche conviene – forse – non farle durare a lungo. Pongo le mie domande numerate:

Prima domanda. Come mai, prima si partecipa a creare una forte resistenza a papa Bergoglio e poi qualcuno ne ha negato addirittura l’esistenza? Non è incredibile e grave questo pronunciamento “negazionista”? Ma soprattutto se ne potrebbe conoscere il senso e il significato?

Seconda domanda. Perché, versus il grande  che il popolo cristiano dà a questo papa che sente vicino, fortemente significativo, semplice, severo e misericordioso, guida affidabile, si è contribuito a creare il blocco della curia romana?

Come mai non si medita sul valore di quel Sì del popolo cristiano? Si tratta forse di questo: che il popolo è ritenuto ingenuo e si pensa non capisca le cose di Chiesa, mentre l’“accademia” saprebbe come stanno le cose?

Oh, quanto è pericoloso ragionare così… Una delle dediche che ho posto in esergo ai miei libri, dice così: «A mia madre che non ha mai letto un libro di ecclesiologia e non leggerà neppure questo, ma capisce ugualmente il senso della vita di Chiesa e me l’insegna». Ne sono ancora convinto…

Terza domanda. Con quale dignità cristiana, con quale diritto fondato, con quale giustificazione teologica, con quale stile ecclesiale qualcuno s’è permesso di organizzare iniziative di soluzione a un problema, come quello di Medjugorje, in parallelo con un progetto di analisi e di una prevista risposta di soluzione ad esso a cui il papa stava già pensando e studiando?

Quarta domanda. In nome di che cosa ci si costituisce in “tribunale permanente” per giudicare l’operato di un pontefice? Ma che fine fa lo Spirito che si è invocato per l’elezione del papa quando si pone in discussione il suo dono, che è il papa eletto? Ma quel “tribunale illegittimo” pone, per caso, sotto processo anche lo Spirito Santo?

Ancora interrogativi

E ora una domanda multipla che ho già scandito, qui su Settimananews, in una recente circostanza, ma che sento impellente ripetere, sebbene semplificandola.

– Quando si auto-scioglierà l’assurdo “tribunale permanente”, di cui ora si diceva, che di mano in mano si pone in attitudine giudicante nei confronti del papa per le sue parole e le sue scelte pastorali, ad esempio per quelle contenute nell’Amoris laetitia?

– Quando sarà deposta l’arrogante pretesa di predisporsi (udite udite!), se del caso, a giudicare sulla retta dottrina del pontefice non ora perché non ricorrono gli estremi, ma appena se ne darà il caso? Ma che cosa dobbiamo ascoltare di più mediocre di queste cose?

– Quando evaporerà la brutta aria da “prove di conclave”, creata da parte di taluni, incredibili martiri disposti a salvare la “casa della Chiesa” che, per loro, sarebbe in pericolo di crollo?… Ma questi ecclesiastici non mostrano, piuttosto, il “complesso di Atlante” che li porta a pensare di dover mettere le spalle sotto i pesi della Chiesa sentendosi “salvatori” di essa, da nessuno scelti a tanto e, meno ancora, dallo Spirito di Dio?

– Infine, quando finiremo di ascoltare discorsi teologicamente strampalati, come quello che ci ha afflitto sulla possibile contemporaneità di un “papa attivo” e di un “papa contemplativo”?

“Por favor” – diciamo con papa Francesco – torniamo alle cose serie: a lavorare per l’avvento del regno di Dio e per un mondo più giusto e più degno.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Lasciamo che Francesco faccia il papa

  

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Leggo: «Il tema di questo articolo non è […] il cardinale Müller e neppure le sue posizioni e neppure sono a tema le posizioni del papa. Il tema è il metodo di lavoro».

Bene, stiamo volentieri fermi alla questione del “metodo”. Per farlo, compongo alcune sinossi (che qui sono di due termini), costruite col punto interrogativo come le domande dell’articolista che affronto, per paragonare il trattamento mostrato dal cardinale e il cosiddetto trattamento poco “educato” che sarebbe stato riservato a lui, lasciando l’uno e l’altro senza commento. Insomma, a una domanda rispondo con altra domanda.

Tre sinossi

Prima sinossi. Si chiede l’articolista: «Comunicare ad un prefetto di Congregazione che il giorno dopo cessa dall’incarico, sarà una prassi educata? Sarà una prassi corretta? Impeccabile forse secondo le regole del diritto canonico, però si dimostrano rispetto e considerazione per un cardinale di curia?».

Risponderei sommessamente. In nome di che cosa una Congregazione che, per l’alta e delicata materia che tratta, dovrebbe essere la più legata e subordinata alla guida pontificia, è stata più volte avventurata (di questo si tratta…) per vie solitarie che non potevano e non possono portare da alcuna parte, col solo risultato di creare confusione e gravi perplessità di natura comportamentale da parte di un organismo, squisitamente pontificio, che manifesta di non collimare con la linea di un papa?

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Risponderei ancora sommessamente. Queste domande dell’articolista, che trovo francamente sorprendenti, andrebbero rivolte decisamente al cardinale medesimo e, a risposte avute, si potrebbe giudicare che cosa sia conveniente rispondere.

Terza sinossi. «Oppure ancora. Se il papa o un’altra autorità (tipo un vescovo, un superiore generale, un decano di università o un preside di facoltà, un parroco…) viene contestata o quanto meno criticata, come si comporta? Manda via la persona che avanza delle critiche o cerca un dialogo?».

Risponderei ancora e più ancora sommessamente. Non mi pare che il paragone sopra portato sia in tono con il fatto di cui si tratta. Certamente “non si manda via” nessuno, tuttavia non riconfermare in un Ufficio è mandar via? Ma la critica strisciante non era quella che non si provvedeva alle nomine di alti officiali già in scadenza? Prevedo la domanda che è già pronta in risposta: perché allora il ritardare non vale per tutti?

Questa è una domanda che oggettivamente ha più senso, ma non c’è regola per la quale il superiore non possa esercitare una certa misura di discrezionalità: un grande giurista, mio docente di diritto romano alla PUL, Gabrio Lombardi, insegnava a lezione e un giorno mi spiegò a lungo in un bell’incontro privato a casa sua, che la “discrezionalità” non deve essere mai così vasta da vanificare la regola, ma che, in modo misurato, essa è talora necessaria alla regola stessa.

Non servono regole in più: gli è che, anche la scelta dei tempi di una decisione rientra nei limiti di una discrezionalità legittima e possiamo anche pensare… prudente.

Noi non conosciamo tutti i termini della questione in atto. In questo caso papa Bergoglio ha unito lentezza rispettosa (ha mantenuto nel ruolo di prefetto chi aveva trovato in quella Congregazione, l’ha fatto cardinale, l’ha confermato per il quinquennio di rito) e un po’ di velocità alla fine, per i motivi che egli, il papa, conosce e ha valutato. Tutto qui. Mi pare ci si sia allargati un bel po’ nel chiedersi se si tratti di «prassi educata»…

Quattro domande

Ma, adesso, vorrei porre delle domande io, e non in risposta ad alcuno e senza neppure attendermi che mi si risponda, perché queste problematiche conviene – forse – non farle durare a lungo. Pongo le mie domande numerate:

Prima domanda. Come mai, prima si partecipa a creare una forte resistenza a papa Bergoglio e poi qualcuno ne ha negato addirittura l’esistenza? Non è incredibile e grave questo pronunciamento “negazionista”? Ma soprattutto se ne potrebbe conoscere il senso e il significato?

Seconda domanda. Perché, versus il grande  che il popolo cristiano dà a questo papa che sente vicino, fortemente significativo, semplice, severo e misericordioso, guida affidabile, si è contribuito a creare il blocco della curia romana?

Come mai non si medita sul valore di quel Sì del popolo cristiano? Si tratta forse di questo: che il popolo è ritenuto ingenuo e si pensa non capisca le cose di Chiesa, mentre l’“accademia” saprebbe come stanno le cose?

Oh, quanto è pericoloso ragionare così… Una delle dediche che ho posto in esergo ai miei libri, dice così: «A mia madre che non ha mai letto un libro di ecclesiologia e non leggerà neppure questo, ma capisce ugualmente il senso della vita di Chiesa e me l’insegna». Ne sono ancora convinto…

Terza domanda. Con quale dignità cristiana, con quale diritto fondato, con quale giustificazione teologica, con quale stile ecclesiale qualcuno s’è permesso di organizzare iniziative di soluzione a un problema, come quello di Medjugorje, in parallelo con un progetto di analisi e di una prevista risposta di soluzione ad esso a cui il papa stava già pensando e studiando?

Quarta domanda. In nome di che cosa ci si costituisce in “tribunale permanente” per giudicare l’operato di un pontefice? Ma che fine fa lo Spirito che si è invocato per l’elezione del papa quando si pone in discussione il suo dono, che è il papa eletto? Ma quel “tribunale illegittimo” pone, per caso, sotto processo anche lo Spirito Santo?

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E ora una domanda multipla che ho già scandito, qui su Settimananews, in una recente circostanza, ma che sento impellente ripetere, sebbene semplificandola.

– Quando si auto-scioglierà l’assurdo “tribunale permanente”, di cui ora si diceva, che di mano in mano si pone in attitudine giudicante nei confronti del papa per le sue parole e le sue scelte pastorali, ad esempio per quelle contenute nell’Amoris laetitia?

– Quando sarà deposta l’arrogante pretesa di predisporsi (udite udite!), se del caso, a giudicare sulla retta dottrina del pontefice non ora perché non ricorrono gli estremi, ma appena se ne darà il caso? Ma che cosa dobbiamo ascoltare di più mediocre di queste cose?

– Quando evaporerà la brutta aria da “prove di conclave”, creata da parte di taluni, incredibili martiri disposti a salvare la “casa della Chiesa” che, per loro, sarebbe in pericolo di crollo?… Ma questi ecclesiastici non mostrano, piuttosto, il “complesso di Atlante” che li porta a pensare di dover mettere le spalle sotto i pesi della Chiesa sentendosi “salvatori” di essa, da nessuno scelti a tanto e, meno ancora, dallo Spirito di Dio?

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