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L’arcivescovo di Bucarest: il grido “unità, unità” vive ancora

Intervista a Ioan Robu, presidente della Conferenza episcopale romena

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Nell’imminenza della visita di Papa Francesco in Romania, le attese del popolo, i rapporti con gli ortodossi, la beatificazione dei sette vescovi greco-cattolici martiri nell’intervista a Ioan Robu, presidente della Conferenza episcopale romena

CRISTINA UGUCCIONI
BUCAREST

Accogliendo l’invito del presidente, delle autorità dello Stato e della Chiesa cattolica locale, da domani 31 maggio fino a domenica 2 giugno Papa Francesco si recherà in Romania, vent’anni dopo lo storico viaggio di Giovanni Paolo II. Il Paese, che la tradizione qualifica con il titolo di “Giardino di Maria”, ha circa 22 milioni di abitanti, l’86% dei quali sono ortodossi e il 6% cattolici. In questa conversazione con Vatican Insider riflette sul significato di questa visita padre Ioan Robu, 74 anni, arcivescovo metropolita di Bucarest (dal 1990) e presidente della Conferenza episcopale romena.

Con quali sentimenti le comunità cattoliche attendono papa Francesco?

«Il sentimento dominante è una gioia grande accompagnata dal desiderio di prepararsi bene per accoglierlo e onorare la sua presenza tra noi. Nelle diocesi che il Papa visiterà i sacerdoti hanno proposto catechesi sulla Chiesa “una santa cattolica e apostolica” e sul ruolo del Pontefice; e, con l’obiettivo di meglio far comprendere il nucleo del magistero di papa Francesco – l’amore misericordioso di Dio – hanno offerto approfondimenti sui suoi scritti: dall’Evangelii Gaudium all’ultima esortazione apostolica post-sinodale Christus Vivit. Da parte mia, aspetto il Pontefice a braccia aperte: sono molto felice di accoglierlo e sapere che potrà conoscere da vicino il popolo romeno anche visitando regioni nelle quali Giovanni Paolo II non poté recarsi».

Può offrire un ritratto della Chiesa in Romania?

«Siamo una Chiesa che vola con due ali: esiste una comunità romano-cattolica (di rito latino), costituita da credenti (circa un milione) appartenenti a ceppi linguistici diversi (in prevalenza romeni, ungheresi, tedeschi). Dal 1700 vi è poi la comunità greco-cattolica (di rito bizantino-romeno), con sede metropolitana a Blaj, in Transilvania: i fedeli (200mila secondo l’ultimo censimento dello Stato, molti di più secondo i dati forniti dalla Chiesa greco-cattolica nell’Annuario Pontificio) sono romeni. Le due Chiese hanno entrambe sei diocesi e i vescovi sono riuniti in un’unica Conferenza Episcopale».

In quali ambiti opera principalmente la Chiesa?

«L’impegno generoso della Chiesa è stato duramente represso durante gli anni del regime comunista: dopo il 1948 infatti non è stato più possibile svolgere alcuna attività né avviare alcuna opera. La fede tuttavia non si è spenta: le nostre comunità sono rimaste ancorate a Cristo. Dopo il 1989, riconquistata la libertà, la Chiesa ha potuto esprimere nuovamente la propria dedizione operosa alla popolazione: sono stati fondati centri di assistenza, scuole, case di cura, programmi di sostegno alle persone più povere, attività di promozione umana, iniziative editoriali. Sono questi gli ambiti nei quali ancora oggi siamo maggiormente impegnati».

Attualmente è l’emigrazione il problema che più preoccupa e addolora la vostra Chiesa?

«Sì, è proprio la fuga di migliaia di romeni che raggiungono i Paesi europei occidentali in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Questo fenomeno sta creando numerosi problemi: nell’arco di pochi anni il numero dei fedeli di intere diocesi, inclusa quella di Bucarest, è drasticamente diminuito, si è quasi dimezzato. Spesso a partire sono giovani famiglie che lasciano soli in patria gli anziani genitori oppure a emigrare è uno solo o entrambi i giovani coniugi che poi affidano i figli ai parenti o li abbandonano. Le famiglie sono quindi divise e ciò è fonte di grandi sofferenze, che la Chiesa cerca in tutti i modi di alleviare. Nonostante il dolore e le difficoltà che l’emigrazione provoca, poiché spesso le attese di una vita migliore non sono soddisfatte, è difficile scoraggiare le partenze: la tentazione di assicurare alla propria famiglia un buon tenore di vita appare sino ad oggi irresistibile. Un’altra conseguenza dell’emigrazione è il netto calo dei seminaristi: sappiamo però che molti giovani sono entrati in seminario e sono diventati sacerdoti in altri Paesi europei e ciò ci consola: la Chiesa è universale».

Cosa rappresenta per i fedeli e per il popolo romeno la beatificazione dei sette vescovi greco-cattolici martiri che avverrà il 2 giugno a Blaj?

«Il ricordo di questi martiri è particolarmente vivo: la limpida testimonianza che hanno offerto ci sostiene nel cammino di fede, ci incoraggia a perseverare e a restare fedeli a Cristo. La beatificazione è un avvenimento di grande importanza per tutto il popolo e rappresenta il riconoscimento sia della sofferenza patita da quegli uomini per amore del Signore sia della loro fedeltà a Lui, alla Chiesa e al Papa. Non solo: questa beatificazione mette in comunione tutti coloro che, in molti Paesi, hanno patito sotto i regimi comunisti».

Come descriverebbe i rapporti con la comunità ortodossa?

«Occorre distinguere: nella vita quotidiana le relazioni tra i fedeli cattolici e quelli ortodossi sono molto buone, serene. Si vive e si lavora insieme senza alcun problema. Nella mia arcidiocesi le famiglie sono in larga maggioranza miste, con un coniuge cattolico e l’altro ortodosso. Diverso è il discorso per quanto riguarda i rapporti ufficiali tra i responsabili delle due comunità: i contatti sono rispettosi e amichevoli, purtroppo però non lavoriamo insieme, come invece noi cattolici auspicheremmo».

Avete fatto qualche tentativo?

«Sì, in passato. Ricordo che si cercò di fondare un centro sanitario che avrebbe dovuto essere gestito da suore cattoliche e ortodosse. Il progetto fu portato avanti per qualche tempo ma poi naufragò. Al momento non esiste alcuna iniziativa comune che – ripeto – noi desidereremmo avviare, anche se al momento non saprei dire in quale ambito e in quale forma».

Quale significato assume nell’odierno contesto della Romania l’incontro privato che il 31 maggio papa Francesco avrà con il patriarca ortodosso Daniel?

«L’incontro con il patriarca Daniel, in continuità con quello svoltosi nel 1999 tra Giovanni Paolo II e l’allora patriarca Teoctist, costituisce una tappa di grande rilevanza nel cammino verso l’unità dei cristiani che la Chiesa percorre con determinazione in obbedienza al Signore. Il dialogo deve essere sempre mantenuto vivo, altrimenti si spegne. Papa Francesco continuamente lega il dialogo con Dio a quello con il prossimo, da cercare e costruire sempre e ovunque. Con il motto della visita, “Camminiamo insieme”, il Pontefice vuole esortare i cristiani e il popolo romeno a un dialogo vero, aperto, fecondo e a operare uniti per il bene comune».

Qual è il ricordo più toccante della visita di Giovanni Paolo II?

«Il grido che durante la messa celebrata dal Papa si levò improvviso e spontaneo dalla folla dei fedeli: “Unitate unitate”, che significa “Unità, unità”. Quel grido, che chiedeva di superare le divisioni, era un imperativo. Quel grido vive ancora, rimane nei nostri cuori e nei nostri propositi».

La Chiesa cattolica romena cosa pensa stia portando in dono alla Chiesa tutta?

«Il nostro dono, che origina dalla nostra storia, penso sia la perseveranza nella fede anche in tempi difficili e dolorosi. Il popolo ha vissuto un calvario durante gli anni del regime comunista ma ha conservato il proprio attaccamento a Cristo».

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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L’arcivescovo di Bucarest: il grido “unità, unità” vive ancora

Intervista a Ioan Robu, presidente della Conferenza episcopale romena

  

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CRISTINA UGUCCIONI
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Accogliendo l’invito del presidente, delle autorità dello Stato e della Chiesa cattolica locale, da domani 31 maggio fino a domenica 2 giugno Papa Francesco si recherà in Romania, vent’anni dopo lo storico viaggio di Giovanni Paolo II. Il Paese, che la tradizione qualifica con il titolo di “Giardino di Maria”, ha circa 22 milioni di abitanti, l’86% dei quali sono ortodossi e il 6% cattolici. In questa conversazione con Vatican Insider riflette sul significato di questa visita padre Ioan Robu, 74 anni, arcivescovo metropolita di Bucarest (dal 1990) e presidente della Conferenza episcopale romena.

Con quali sentimenti le comunità cattoliche attendono papa Francesco?

«Il sentimento dominante è una gioia grande accompagnata dal desiderio di prepararsi bene per accoglierlo e onorare la sua presenza tra noi. Nelle diocesi che il Papa visiterà i sacerdoti hanno proposto catechesi sulla Chiesa “una santa cattolica e apostolica” e sul ruolo del Pontefice; e, con l’obiettivo di meglio far comprendere il nucleo del magistero di papa Francesco – l’amore misericordioso di Dio – hanno offerto approfondimenti sui suoi scritti: dall’Evangelii Gaudium all’ultima esortazione apostolica post-sinodale Christus Vivit. Da parte mia, aspetto il Pontefice a braccia aperte: sono molto felice di accoglierlo e sapere che potrà conoscere da vicino il popolo romeno anche visitando regioni nelle quali Giovanni Paolo II non poté recarsi».

Può offrire un ritratto della Chiesa in Romania?

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«Siamo una Chiesa che vola con due ali: esiste una comunità romano-cattolica (di rito latino), costituita da credenti (circa un milione) appartenenti a ceppi linguistici diversi (in prevalenza romeni, ungheresi, tedeschi). Dal 1700 vi è poi la comunità greco-cattolica (di rito bizantino-romeno), con sede metropolitana a Blaj, in Transilvania: i fedeli (200mila secondo l’ultimo censimento dello Stato, molti di più secondo i dati forniti dalla Chiesa greco-cattolica nell’Annuario Pontificio) sono romeni. Le due Chiese hanno entrambe sei diocesi e i vescovi sono riuniti in un’unica Conferenza Episcopale».

In quali ambiti opera principalmente la Chiesa?

«L’impegno generoso della Chiesa è stato duramente represso durante gli anni del regime comunista: dopo il 1948 infatti non è stato più possibile svolgere alcuna attività né avviare alcuna opera. La fede tuttavia non si è spenta: le nostre comunità sono rimaste ancorate a Cristo. Dopo il 1989, riconquistata la libertà, la Chiesa ha potuto esprimere nuovamente la propria dedizione operosa alla popolazione: sono stati fondati centri di assistenza, scuole, case di cura, programmi di sostegno alle persone più povere, attività di promozione umana, iniziative editoriali. Sono questi gli ambiti nei quali ancora oggi siamo maggiormente impegnati».

Attualmente è l’emigrazione il problema che più preoccupa e addolora la vostra Chiesa?

«Sì, è proprio la fuga di migliaia di romeni che raggiungono i Paesi europei occidentali in cerca di lavoro e di migliori condizioni di vita. Questo fenomeno sta creando numerosi problemi: nell’arco di pochi anni il numero dei fedeli di intere diocesi, inclusa quella di Bucarest, è drasticamente diminuito, si è quasi dimezzato. Spesso a partire sono giovani famiglie che lasciano soli in patria gli anziani genitori oppure a emigrare è uno solo o entrambi i giovani coniugi che poi affidano i figli ai parenti o li abbandonano. Le famiglie sono quindi divise e ciò è fonte di grandi sofferenze, che la Chiesa cerca in tutti i modi di alleviare. Nonostante il dolore e le difficoltà che l’emigrazione provoca, poiché spesso le attese di una vita migliore non sono soddisfatte, è difficile scoraggiare le partenze: la tentazione di assicurare alla propria famiglia un buon tenore di vita appare sino ad oggi irresistibile. Un’altra conseguenza dell’emigrazione è il netto calo dei seminaristi: sappiamo però che molti giovani sono entrati in seminario e sono diventati sacerdoti in altri Paesi europei e ciò ci consola: la Chiesa è universale».

Cosa rappresenta per i fedeli e per il popolo romeno la beatificazione dei sette vescovi greco-cattolici martiri che avverrà il 2 giugno a Blaj?

«Il ricordo di questi martiri è particolarmente vivo: la limpida testimonianza che hanno offerto ci sostiene nel cammino di fede, ci incoraggia a perseverare e a restare fedeli a Cristo. La beatificazione è un avvenimento di grande importanza per tutto il popolo e rappresenta il riconoscimento sia della sofferenza patita da quegli uomini per amore del Signore sia della loro fedeltà a Lui, alla Chiesa e al Papa. Non solo: questa beatificazione mette in comunione tutti coloro che, in molti Paesi, hanno patito sotto i regimi comunisti».

Come descriverebbe i rapporti con la comunità ortodossa?

«Occorre distinguere: nella vita quotidiana le relazioni tra i fedeli cattolici e quelli ortodossi sono molto buone, serene. Si vive e si lavora insieme senza alcun problema. Nella mia arcidiocesi le famiglie sono in larga maggioranza miste, con un coniuge cattolico e l’altro ortodosso. Diverso è il discorso per quanto riguarda i rapporti ufficiali tra i responsabili delle due comunità: i contatti sono rispettosi e amichevoli, purtroppo però non lavoriamo insieme, come invece noi cattolici auspicheremmo».

Avete fatto qualche tentativo?

«Sì, in passato. Ricordo che si cercò di fondare un centro sanitario che avrebbe dovuto essere gestito da suore cattoliche e ortodosse. Il progetto fu portato avanti per qualche tempo ma poi naufragò. Al momento non esiste alcuna iniziativa comune che – ripeto – noi desidereremmo avviare, anche se al momento non saprei dire in quale ambito e in quale forma».

Quale significato assume nell’odierno contesto della Romania l’incontro privato che il 31 maggio papa Francesco avrà con il patriarca ortodosso Daniel?

«L’incontro con il patriarca Daniel, in continuità con quello svoltosi nel 1999 tra Giovanni Paolo II e l’allora patriarca Teoctist, costituisce una tappa di grande rilevanza nel cammino verso l’unità dei cristiani che la Chiesa percorre con determinazione in obbedienza al Signore. Il dialogo deve essere sempre mantenuto vivo, altrimenti si spegne. Papa Francesco continuamente lega il dialogo con Dio a quello con il prossimo, da cercare e costruire sempre e ovunque. Con il motto della visita, “Camminiamo insieme”, il Pontefice vuole esortare i cristiani e il popolo romeno a un dialogo vero, aperto, fecondo e a operare uniti per il bene comune».

Qual è il ricordo più toccante della visita di Giovanni Paolo II?

«Il grido che durante la messa celebrata dal Papa si levò improvviso e spontaneo dalla folla dei fedeli: “Unitate unitate”, che significa “Unità, unità”. Quel grido, che chiedeva di superare le divisioni, era un imperativo. Quel grido vive ancora, rimane nei nostri cuori e nei nostri propositi».

La Chiesa cattolica romena cosa pensa stia portando in dono alla Chiesa tutta?

«Il nostro dono, che origina dalla nostra storia, penso sia la perseveranza nella fede anche in tempi difficili e dolorosi. Il popolo ha vissuto un calvario durante gli anni del regime comunista ma ha conservato il proprio attaccamento a Cristo».

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