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L’amore e la verità, nuovi percorsi con gli omosessuali

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«Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone». L’auspicio presente nell’Instrumentumlaboris in vista del Sinodo ordinario dello scorso ottobre, è stato poi parzialmente ridimensionato nella relazione finale, in cui, pur ribadendo che «ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale dev’essere rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto », ci si limita a raccomandare «una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale». Non esplicitati dal documento finale – in attesa dell’esortazione postsinodale di papa Francesco, che dovrebbe vedere la luce prima di Pasqua – quei progetti pastorali che erano stati invocati, rimangono però tra le esigenze non rinviabili. Anche perché, scorrendo le risposte ai questionari in preparazione al Sinodo, si può vedere come siano decine le comunità che si interrogano sulle modalità migliori per intervenire, che cercano di inquadrare il fenomeno, che riconoscono l’urgenza di una parola chiara da parte della Chiesa. Al momento non ci sono ancora diocesi – almeno in Italia – che abbiano messo a punto progetti organici, ma la necessità di capire, di accompagnare in modo non approssimativo, di accogliere armonizzando carità e verità, è un’esigenza comune.

Ne ha parlato qualche giorno fa don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio famiglia Cei, intervenendo al convegno «Vivere la verità dell’amore. La pastorale con le persone che provano attrazione verso le persone dello stesso sesso», organizzato dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. Tanti gli spunti interessanti. «È molto importante che i sacerdoti sappiano spianare la via della fede a chi prova tendenze omosessuali e ne scongiurino l’allontanamento dalla Chiesa», è l’annotazione della diocesi di Pisa. «Tra gli adolescenti il tema della ricerca della loro identità sessuale è di stretta attualità, un gran numero di loro viene colto da dubbi, incertezza circa il loro orientamento sessuale », si segnala dalla diocesi di Roma. L’esigenza di evitare discriminazioni, usando delicatezza e atteggiamenti non giudicanti è la segnalazione che arriva dalle diocesi di Pompei e da quella di Tursi-Lagonegro, mentre da Carpi si ammette con franchezza che «oggi siamo impreparati ad una catechesi per bambini dati in adozione a persone dello stesso sesso».

Che fare quindi? «Troppo spesso la preoccupazione di tipo morale, certamente comprensibile – ha sottolineato il direttore dell’Ufficio Cei – ha oscurato l’annuncio, facendo corto circuito con una società che ha smarrito le connotazioni morali, e dove è evidente la frattura tra amore, sessualità, procreazione. Eppure, di fronte alle tante vittime della fluidità dell’amore non possiamo perderci d’animo». Da qui la necessità di modulare la proposta pastorale sulle reali esigenze di persone che troppo spesso sono vittime di luoghi comuni, di conoscenze approssimative se non di semplificazioni inaccettabili. Dal convegno del “Giovanni Paolo II” è emersa con chiarezza l’esigenza di una conoscenza scientifica, equilibrata e serena, della realtà omosessuale, rispettosa della verità, ma anche ferma nel mettere in chiaro alcune mistificazioni della vulgata militante Lgbt.

La dimensione psicologica del problema è stata affrontata da Inaki Guerrero, docente a Loppiano, che oltre a presentare una rassegna delle ipotesi messe in campo dalla scienza per tentare di fornire risposte sulle cause dell’omosessualità, ha ricordato che esistono comunque non pochi terapeuti che offrono agli omosessuali «egodistonici» – coloro cioè che, a differenza dei cosiddetti «egosintonici », non si considerano in armonia con l’attrazione avvertita – la possibilità di far chiarezza nella propria condizione sessuale. Una sottolineatura per chiarire che il riferimento generico all’omosessualità si concretizza poi nel vissuto delle persone con specificazioni anche molto diverse e comunque difficili da incasellare.

Possibile in ogni caso vivere secondo l’insegnamento della Chiesa. Una strada concreta quella offerta dall’apostolato «Courage», fondato negli Usa e oggi diffuso in 4 continenti. Alberto Corteggiani, responsabile per l’Italia, ha ricordato i cinque obiettivi dell’esperienza: castità, servizio, fratellanza, amicizia, testimonianza. «Per il Giubileo della misericordia, Courage – ha spiegato Corteggiani – propone il progetto Coming home, in cui invita le persone omosessuali a tornare alla Chiesa (la loro vera casa), invece di fare coming out». Un’esplorazione verso la verità di cui ha parlato anche monsignor Livio Melina, presidente del “Giovanni Paolo II”, ascoltando l’esperienza umana, ma andando anche al cuore del vissuto, «mettendoci a confronto con quelle evidenze ed esigenze dell’esperienza elementare, che costituiscono il linguaggio e la grammatica della creazione e ci offrono i criteri per interpretare e vivere la vocazione all’amore».

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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«Sarebbe auspicabile che i progetti pastorali diocesani riservassero una specifica attenzione all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale e di queste stesse persone». L’auspicio presente nell’Instrumentumlaboris in vista del Sinodo ordinario dello scorso ottobre, è stato poi parzialmente ridimensionato nella relazione finale, in cui, pur ribadendo che «ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale dev’essere rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto », ci si limita a raccomandare «una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale». Non esplicitati dal documento finale – in attesa dell’esortazione postsinodale di papa Francesco, che dovrebbe vedere la luce prima di Pasqua – quei progetti pastorali che erano stati invocati, rimangono però tra le esigenze non rinviabili. Anche perché, scorrendo le risposte ai questionari in preparazione al Sinodo, si può vedere come siano decine le comunità che si interrogano sulle modalità migliori per intervenire, che cercano di inquadrare il fenomeno, che riconoscono l’urgenza di una parola chiara da parte della Chiesa. Al momento non ci sono ancora diocesi – almeno in Italia – che abbiano messo a punto progetti organici, ma la necessità di capire, di accompagnare in modo non approssimativo, di accogliere armonizzando carità e verità, è un’esigenza comune.

Ne ha parlato qualche giorno fa don Paolo Gentili, direttore dell’Ufficio famiglia Cei, intervenendo al convegno «Vivere la verità dell’amore. La pastorale con le persone che provano attrazione verso le persone dello stesso sesso», organizzato dal Pontificio Istituto Giovanni Paolo II. Tanti gli spunti interessanti. «È molto importante che i sacerdoti sappiano spianare la via della fede a chi prova tendenze omosessuali e ne scongiurino l’allontanamento dalla Chiesa», è l’annotazione della diocesi di Pisa. «Tra gli adolescenti il tema della ricerca della loro identità sessuale è di stretta attualità, un gran numero di loro viene colto da dubbi, incertezza circa il loro orientamento sessuale », si segnala dalla diocesi di Roma. L’esigenza di evitare discriminazioni, usando delicatezza e atteggiamenti non giudicanti è la segnalazione che arriva dalle diocesi di Pompei e da quella di Tursi-Lagonegro, mentre da Carpi si ammette con franchezza che «oggi siamo impreparati ad una catechesi per bambini dati in adozione a persone dello stesso sesso».

Che fare quindi? «Troppo spesso la preoccupazione di tipo morale, certamente comprensibile – ha sottolineato il direttore dell’Ufficio Cei – ha oscurato l’annuncio, facendo corto circuito con una società che ha smarrito le connotazioni morali, e dove è evidente la frattura tra amore, sessualità, procreazione. Eppure, di fronte alle tante vittime della fluidità dell’amore non possiamo perderci d’animo». Da qui la necessità di modulare la proposta pastorale sulle reali esigenze di persone che troppo spesso sono vittime di luoghi comuni, di conoscenze approssimative se non di semplificazioni inaccettabili. Dal convegno del “Giovanni Paolo II” è emersa con chiarezza l’esigenza di una conoscenza scientifica, equilibrata e serena, della realtà omosessuale, rispettosa della verità, ma anche ferma nel mettere in chiaro alcune mistificazioni della vulgata militante Lgbt.

La dimensione psicologica del problema è stata affrontata da Inaki Guerrero, docente a Loppiano, che oltre a presentare una rassegna delle ipotesi messe in campo dalla scienza per tentare di fornire risposte sulle cause dell’omosessualità, ha ricordato che esistono comunque non pochi terapeuti che offrono agli omosessuali «egodistonici» – coloro cioè che, a differenza dei cosiddetti «egosintonici », non si considerano in armonia con l’attrazione avvertita – la possibilità di far chiarezza nella propria condizione sessuale. Una sottolineatura per chiarire che il riferimento generico all’omosessualità si concretizza poi nel vissuto delle persone con specificazioni anche molto diverse e comunque difficili da incasellare.

Possibile in ogni caso vivere secondo l’insegnamento della Chiesa. Una strada concreta quella offerta dall’apostolato «Courage», fondato negli Usa e oggi diffuso in 4 continenti. Alberto Corteggiani, responsabile per l’Italia, ha ricordato i cinque obiettivi dell’esperienza: castità, servizio, fratellanza, amicizia, testimonianza. «Per il Giubileo della misericordia, Courage – ha spiegato Corteggiani – propone il progetto Coming home, in cui invita le persone omosessuali a tornare alla Chiesa (la loro vera casa), invece di fare coming out». Un’esplorazione verso la verità di cui ha parlato anche monsignor Livio Melina, presidente del “Giovanni Paolo II”, ascoltando l’esperienza umana, ma andando anche al cuore del vissuto, «mettendoci a confronto con quelle evidenze ed esigenze dell’esperienza elementare, che costituiscono il linguaggio e la grammatica della creazione e ci offrono i criteri per interpretare e vivere la vocazione all’amore».

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