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HomeParola di DioIl Vangelo della Festa - Anno CTriduo Sacro - Anno C - marzo 2013

Triduo Sacro – Anno C – marzo 2013

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Come la cena di quell’ultima sera, introdusse i discepoli nel mistero della Pasqua del Cristo, così ora essa aiuta i discepoli a capire e a partecipare alla stessa sorte del Maestro e Signore.
Come la cena di quell’ultima sera, introdusse i discepoli nel mistero della Pasqua del Cristo, così ora essa aiuta i discepoli a capire e a partecipare alla stessa sorte del Maestro e Signore.

L’acqua della lavanda,

nutrimento dell’albero della croce.

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Con la celebrazione della Messa “in Coena Domini” ha inizio il Triduo della passione, morte e risurrezione del Signore. Il tempo quaresimale termina e l’epoca delle “doglie” si addormenta nel ventre ormai pronto al parto delle Chiesa; una nascita nuova che avverrà durante la madre di tutte le veglie: la Veglia pasquale. Si inizia, appunto, con la celebrazione della cena del Signore. I momenti che caratterizzano tale liturgia sono: la “memoria” dell’ultima Cena, durante la quale Gesù istituì «il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore» (dalla liturgia), e quindi il sacerdozio ministeriale; il segno della lavanda dei piedi, memoria viva del comandamento del Signore sull’amore fraterno e sul servizio; il prolungamento della contemplazione di questi misteri nel segno dell’adorazione della Ss. Eucaristia. Celebrare la Pasqua, allora, significa essenzialmente celebrare l’eucaristia. La Chiesa rende grazie, si associa al sacrificio di Cristo, lo offre e ne partecipa. Come la cena di quell’ultima sera, introdusse i discepoli nel mistero della Pasqua del Cristo, così ora essa aiuta i discepoli a capire e a partecipare alla stessa sorte del Maestro e Signore. Oggi la Parola invita la Chiesa a riconcentrarsi sull’Eucaristia, centro della vita, delle speranze, vero segno di unità. L’istituzione dell’Eucaristia come rito della “nuova ed eterna alleanza” è certamente la pietra angolare su cui si fonda la liturgia del Giovedì Santo; tuttavia ve ne sono anche altri: l’istituzione del sacerdozio ministeriale e il servizio fraterno della carità. Sacerdozio e carità creano la comunione fraterna e indicano la logica del dono di sé e del servizio quale via da percorrere per l’edificazione e per la vita della Chiesa. Anche papa Francesco, durante l’omelia per la Messa Crismale ha sottolineato tale necessità per i sacerdoti: «Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini». Andare nelle periferie, cercare l’ultimo dei perduti, non accontentarsi delle novantanove pecore a disposizione: altrimenti non si puzzerà mai abbastanza del proprio gregge. Gesù che lava i piedi e che comanda ai discepoli di fare altrettanto, è l’emblema di questo “odore di pastore”: nella lavanda dei piedi è presente la stessa logica eucaristica. Il gesto è sotto il segno di un comando: «Fate questo in memoria di me». La lavanda dei piedi non nasconde la dignità di Gesù, non offusca la sua gloria ma la rivela: come avverrà dall’ambone della Croce. Il servizio dei piedi lavati diventa un’icona della Croce: solo chi si pone nella stessa prospettiva di Gesù può «aver parte» con Gesù alla piena comunione con Dio. L’ambone della Croce, prefigurato dalla schiena ricurva e dalle gambe impolverate, di un uomo/straccio che lava e asciuga i piedi callosi di coloro che un giorno saranno chiamati a far lo stesso, è contemplato il Venerdì Santo. L’albero della croce trae nutrimento dall’acqua della lavanda e la Chiesa, in silenzio, contempla il suo Signore crocifisso: manifestazione luminosa dell’ostinazione dell’amore divino. L’elemento centrale verso il quale tutto converge è la proclamazione della Parola. Tre momenti: la liturgia della Parola e la solenne preghiera dei fedeli per le grandi intenzioni della Chiesa e del mondo; l’adorazione della croce; la comunione. Cristo non è venuto ad eliminare la morte, piuttosto ad indicare una via per attraversare anche questa esperienza ultima del l’uomo. Il segreto della croce sta forse nell’obbedienza di Cristo al Padre. Comprendere questo significa per noi accettare la morte come parte della vita stessa, consapevoli di essere proiettati alla vita eterna, godendo già di uno “spunto” di al di là. Dalla croce è discesa la fede. Stando ai piedi della croce e guardando in alto a colui che muore si conosce chi è Dio. La dimensione spirituale è sempre su di un piano verticale; la fede è dono perché discende dall’alto nel nostro cuore, ma è anche l’atteggiamento di chi ricerca in alto la verità. La morte non è in contrasto con la vita; tutto il nostro essere dipende da Dio: è questa la rivelazione ultima di Gesù morente sulla croce. Il Venerdì Santo, allora, santifica in un certo senso la morte; essa si fa sacramento, segno visibile dell’amore di Dio, incontro con il Signore. La croce svela già l’annuncio di una vita nuova, trasfigurata, piena. Ecco perché tutto non può finire qui, ecco perché la croce non può essere una mera “cristalliera per cadaveri”, vale a dire un prezioso ma semplice espositore di “roba” morta, che come nelle nostre case non si adopererà mai. La croce ci insegna, che nella vita di un cristiano, di un uomo, venerdì è solo il giorno prima di domenica, ma senza il quale essa non potrebbe arrivare.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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Triduo Sacro – Anno C – marzo 2013

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Come la cena di quell’ultima sera, introdusse i discepoli nel mistero della Pasqua del Cristo, così ora essa aiuta i discepoli a capire e a partecipare alla stessa sorte del Maestro e Signore.

L’acqua della lavanda,

nutrimento dell’albero della croce.

Con la celebrazione della Messa “in Coena Domini” ha inizio il Triduo della passione, morte e risurrezione del Signore. Il tempo quaresimale termina e l’epoca delle “doglie” si addormenta nel ventre ormai pronto al parto delle Chiesa; una nascita nuova che avverrà durante la madre di tutte le veglie: la Veglia pasquale. Si inizia, appunto, con la celebrazione della cena del Signore. I momenti che caratterizzano tale liturgia sono: la “memoria” dell’ultima Cena, durante la quale Gesù istituì «il nuovo ed eterno sacrificio, convito nuziale del suo amore» (dalla liturgia), e quindi il sacerdozio ministeriale; il segno della lavanda dei piedi, memoria viva del comandamento del Signore sull’amore fraterno e sul servizio; il prolungamento della contemplazione di questi misteri nel segno dell’adorazione della Ss. Eucaristia. Celebrare la Pasqua, allora, significa essenzialmente celebrare l’eucaristia. La Chiesa rende grazie, si associa al sacrificio di Cristo, lo offre e ne partecipa. Come la cena di quell’ultima sera, introdusse i discepoli nel mistero della Pasqua del Cristo, così ora essa aiuta i discepoli a capire e a partecipare alla stessa sorte del Maestro e Signore. Oggi la Parola invita la Chiesa a riconcentrarsi sull’Eucaristia, centro della vita, delle speranze, vero segno di unità. L’istituzione dell’Eucaristia come rito della “nuova ed eterna alleanza” è certamente la pietra angolare su cui si fonda la liturgia del Giovedì Santo; tuttavia ve ne sono anche altri: l’istituzione del sacerdozio ministeriale e il servizio fraterno della carità. Sacerdozio e carità creano la comunione fraterna e indicano la logica del dono di sé e del servizio quale via da percorrere per l’edificazione e per la vita della Chiesa. Anche papa Francesco, durante l’omelia per la Messa Crismale ha sottolineato tale necessità per i sacerdoti: «Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini». Andare nelle periferie, cercare l’ultimo dei perduti, non accontentarsi delle novantanove pecore a disposizione: altrimenti non si puzzerà mai abbastanza del proprio gregge. Gesù che lava i piedi e che comanda ai discepoli di fare altrettanto, è l’emblema di questo “odore di pastore”: nella lavanda dei piedi è presente la stessa logica eucaristica. Il gesto è sotto il segno di un comando: «Fate questo in memoria di me». La lavanda dei piedi non nasconde la dignità di Gesù, non offusca la sua gloria ma la rivela: come avverrà dall’ambone della Croce. Il servizio dei piedi lavati diventa un’icona della Croce: solo chi si pone nella stessa prospettiva di Gesù può «aver parte» con Gesù alla piena comunione con Dio. L’ambone della Croce, prefigurato dalla schiena ricurva e dalle gambe impolverate, di un uomo/straccio che lava e asciuga i piedi callosi di coloro che un giorno saranno chiamati a far lo stesso, è contemplato il Venerdì Santo. L’albero della croce trae nutrimento dall’acqua della lavanda e la Chiesa, in silenzio, contempla il suo Signore crocifisso: manifestazione luminosa dell’ostinazione dell’amore divino. L’elemento centrale verso il quale tutto converge è la proclamazione della Parola. Tre momenti: la liturgia della Parola e la solenne preghiera dei fedeli per le grandi intenzioni della Chiesa e del mondo; l’adorazione della croce; la comunione. Cristo non è venuto ad eliminare la morte, piuttosto ad indicare una via per attraversare anche questa esperienza ultima del l’uomo. Il segreto della croce sta forse nell’obbedienza di Cristo al Padre. Comprendere questo significa per noi accettare la morte come parte della vita stessa, consapevoli di essere proiettati alla vita eterna, godendo già di uno “spunto” di al di là. Dalla croce è discesa la fede. Stando ai piedi della croce e guardando in alto a colui che muore si conosce chi è Dio. La dimensione spirituale è sempre su di un piano verticale; la fede è dono perché discende dall’alto nel nostro cuore, ma è anche l’atteggiamento di chi ricerca in alto la verità. La morte non è in contrasto con la vita; tutto il nostro essere dipende da Dio: è questa la rivelazione ultima di Gesù morente sulla croce. Il Venerdì Santo, allora, santifica in un certo senso la morte; essa si fa sacramento, segno visibile dell’amore di Dio, incontro con il Signore. La croce svela già l’annuncio di una vita nuova, trasfigurata, piena. Ecco perché tutto non può finire qui, ecco perché la croce non può essere una mera “cristalliera per cadaveri”, vale a dire un prezioso ma semplice espositore di “roba” morta, che come nelle nostre case non si adopererà mai. La croce ci insegna, che nella vita di un cristiano, di un uomo, venerdì è solo il giorno prima di domenica, ma senza il quale essa non potrebbe arrivare.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra della Diocesi di Termoli-Larino e docente di Religione Cattolica nella stessa Diocesi. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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