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La visita a Roma Tre. Il Papa agli universitari: dialogo, concretezza e integrazione

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Francesco ha tenuto un lungo discorso a braccio, rispondendo a 4 domande preparate dagli studenti. Ha parlato di violenza, economia, migranti. «La vita? Impariamo a prenderla come viene»

Sono quattro le parole consegnate dal Papa agli universitari di Roma Tre, nella sua prima visita a un ateneo statale italiano. Quattro termini che racchiudono ciascuno un modo d’essere, non solo del cristiano ma di ogni essere umano che intenda impegnarsi a migliorare il nostro stare al mondo. Queste le consegne: il dialogo, per arginare ogni forma di violenza; la geometria del poliedro, ovvero l’unità nella diversità; la concretezza, nelle scelte economiche, sociali e culturali; l’integrazione, che scaccia le paure e che è la prima soluzione alla questione dei migranti.

Un discorso alto e concreto, quello di Francesco, che ha citato Aristotele, Charlie Chaplin e il sociologo Bauman, il teorico della “società liquida”. Ma soprattutto un discorso fatto interamente a braccio, guardando negli occhi quel migliaio e più di giovani studenti che hanno accolto il Papa con un abbraccio caloroso e festoso. E che più volte hanno applaudito le sue parole.

Un clima di euforia

Una mattinata di sole e di entusiasmo. È in questo clima, che il rettore Mario Panizza nel suo saluto ha definito “di euforia”, che si è svolto l’incontro tra papa Francesco e studenti, docenti e membri del personale dell’università di Roma Tre, la più giovane di Roma, creata nel 1992. Il Pontefice è arrivato prima delle 10, accolto da una folla studenti e familiari emozionatissimi. Strette di mano, selfie, video, foto. L’incontro è avvenuto all’aperto, nel piazzale antistante il Rettorato, dove erano state messe 1.200 sedie. Il Papa è rimasto fin quasi a mezzogiorno, dopo avere parlato per oltre 40 minuti.

Il Papa con il rettore Mario Panizza (Osservatore Romano)

Le 4 domande degli studenti

Quattro studenti gli hanno posto domande a nome di tutti. Per prima ha parlato una ragazza, Giulia: “Quali possono essere le medicine per contrastare le manifestazioni di un agire violento?”. Poi è stato il turno di un giovane barbuto, Niccolò: “Qual è il valore e il significato di Roma per il suo vescovo, un Papa che viene dall’altra parte del mondo?”. Terza domanda, da parte di Riccardo: “Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca, per il quale è necessaria una coraggiosa rivoluzione culturale. In un mondo globalizzato, dove le informazioni sono veicolate per mezzo di social network, come possiamo prepararci a contribuire a un rinnovamento costruttivo della società?”. L’ultima domanda è di Nur, profuga siriana sbarcata a Lesbo, che insieme ad altri fu portata a Roma dal Papa al termine della sua visita sull’isola. Nur chiede: “Chi proviene dalla Siria o dall’Iraq non minaccia la cultura cristiana dell’Europa?”.

Un lungo discorso a braccio

“Ho ascoltato le vostre domande, le ho lette prima” ha esordito Francesco suscitando l’ilarità dei presenti. “Le ho lette e ho scritto un discorso che consegnerò al Rettore, poi lo leggerete” ha precisato. “Ma prima vorrei rispondere spontaneamente perché mi piace così”. E messe via le carte ha proseguito a braccio.

Contro ogni violenza, la pazienza del dialogo

Prima domanda: come arginare la violenza? “Giulia, tu hai parlato di violenza. I toni del linguaggio oggi sono saliti. Si insulta, si grida, a casa, per strada. C’è anche una violenza del parlare” osserva Francesco. Di fronte a un problema, magari nel traffico, prima si insulta, poi si chiede cos’è successo. “La fretta, la celerità della vita ci fa violenti a casa. Dimentichiamo di dare il buongiorno. La violenza è un processo che ci fa ogni volta più anonimi. Ti toglie il nome. Anonimi uno verso gli altri”. Questo atteggiamento “cresce e diviene la violenza mondiale”. Il Papa è tornato a evocare la terza guerra mondiale in corso nel mondo, una guerra “a pezzetti”. “Ci sono tante medicine contro la violenza, ma la prima è il cuore. Il cuore che sa ricevere. ‘Che cosa pensi tu?’ Prima di discutere: dialogare. Con il dialogo si fa l’amicizia sociale”. La violenza dei toni non è solo in famiglia, è anche nella politica. “Apro il giornale e vedo che questo insulta quello… Si perde il senso della costruzione sociale, della convivenza sociale che si fa col dialogo. Per dialogare, primo: ascoltare”. In televisione, in occasione delle campagne elettorali, spesso uno parla prima che l’interlocutore finisca. “Dove non c’è dialogo c’è violenza”.

“Le guerre non cominciano là fuori, ma nel nostro cuore”. Quando in casa “invece di parlare si grida o si sgrida”. Quando siamo a tavola e ognuno sta sul suo telefonino. “È quello il germe, l’inizio della guerra”.

L’università è il luogo del dialogo

“L’università è il posto dove si può dialogare, dove c’è posto per tutti” ha detto Francesco. “Un’università dove soltanto si va a scuola, si ascolta il professore e poi si va a casa non è un’università. Un’università deve avere questo lavoro artigianale del dialogo”. “La discussione, questo è importante”. Applauso. Francesco ha rincarato: “Le università di élite, che sono generalmente cosiddette università ideologiche, dove ti insegnano questa linea soltanto di pensiero e ti preparano per fare un agente di questa ideologia, quella non è università. Dove non c’è dialogo, confronto, ascolto, rispetto, amicizia, la gioia del gioco non c’è università”. “Vado all’università per vivere la verità, la bontà, la bellezza. Ma questo si fa tutti insieme, è un cammino universitario che non finisce mai”. E saranno contente anche le associazioni di ex alunni di un dato ateneo: “È importante la presenza degli antichi alunni dell’università, perché i nuovi possano avere il dialogo con loro” ha detto Francesco. È la gioia di fare strada insieme.

«Prendere la vita come viene. L’unità non è uniformità»

“Riccardo, quando parlavi ho preso un appunto: cambiamento di epoca”. Ma ogni epoca è diversa dalle altre. E qui Francesco regala una delle sue preziose pillole di saggezza: “Se non impariamo a prendere la vita come viene, mai impareremo a viverla. La vita somiglia al portiere della squadra, che prende il pallone da dove glielo buttano. La vita si deve prendere da dove viene. Non viviamo i Tempi moderni di Charlie Chaplin, la nostra è un’epoca diversa. Devo prenderla come viene, senza paura. La vita è così”.

Globalizzazione? Meglio della sfera, il poliedro

“Dobbiamo cercare sempre l’unità. Che non è quel giornale, no. E’ talmente diversa dall’uniformità. L’unità ha bisogno, per essere una, delle differenze. Unità nella diversità.

Viviamo nell’epoca della globalizzazione. Lo sbaglio è pensare alla globalizzazione come una sfera, dove ogni punto è ugualmente distante dal centro e tutto è uniforme. Questa uniformità è la distruzione dell’unità. Perché ci toglie la capacità di essere differenti. Mi piace parlare di un’altra figura geometrica: il poliedro che è unità nella diversità. Quando si va per quella strada il livello culturale cresce perché è un dialogo continuo fra i diversi lati del poliedro. Credo che il pericolo di oggi sia concepire una unità, una globalizzazione, nella uniformità. Questo distrugge. “Communis patria”: siamo accomunati ma distinti. Siamo diversi nel mondo.

Soluzioni concrete, no alla società liquida

Riccardo rapidazione la progressione geometrica nel tempo, oggi la comunicazione si fa sempre più veloce man mano che si avvicina, come la teoria della legge gravitazionale Questa rapidazione non mi tolga la libertà del dialogo. Abituarsi al dialogo a questa velocità. Tante volte una comunicazione così rapida, leggera, può diventare liquida, senza consistenza. L’ha detto Bauman, da tempo, la società liquida. Dobbiamo trasformare questa liquidità in concretezza. La parola per me chiave è concretezza, contro la liquidità. Pensiamo all’economia. Un amico imprenditore, venuto dall’Argentina, mi raccontava che è andato a far visita a un altro imprenditore nel nord dell’America, credo in Canada. Il quale gli ha fatto vedere come faceva un’operazione di compravendita in dieci minuti con il computer. Ha guadagnato 10mila dollari. Quando c’è liquidità nell’economia non c’è lavoro concreto. C’è disoccupazione. La nostra madre Europa, come si può pensare che Paesi sviluppati abbiano una disoccupazione giovanile così forte? Non dirò i Paesi ma le cifre: 40% senza lavoro, 47% giovani sotto i 25 anni, un altro 50%, un altro quasi il 60%. Sto parlando dell’Europa. Questa liquidità dell’economia toglie la concretezza e la cultura del lavoro. Applauso. Perché non si può lavorare, i giovani non sanno cosa fare. “Girano, girano. Li sfruttano qua e là”. Arrivano alle dipendenze o al suicidio. Dicono, io non sono sicuro, che le vere statistiche dei suicidi giovanili non sono pubblicate. Questa mancanza di lavoro mi porta ad arruolarmi in un esercito terroristico. “Per risolvere i problemi economici, sociali anche culturali: concretezza. Altrimenti non si può”.“Questi problemi devono essere nel dialogo vostro, con i professori, tra voi. Cercare soluzioni da proporre ai problemi reali”.

Le migrazioni? Una sfida per crescere

Nur ha parlato dell’identità cristiana dell’Europa. La paura. “Ma io mi domando: quante invasioni ha avuto l’Europa? Voi sapete meglio di me. L’Europa è stata fatta artigianalmente così. Le migrazioni non sono un pericolo, sono una sfida per crescere. Lo dice uno che viene da un Paese dove più dell’80% sono migranti. L’Argentina dal 1880 al 1950 ci sono state ondate migratorie da tutti i Paesi. E’ un Paese meticcio, il sangue si è mischiato. E’ vero, non abbiamo una bella identità noi. Ma questo perché non sappiamo gestire le cose”. La paura sul problema dei migranti. “Ricordo, quel giorno a Lesbo, ho sofferto tanto. Loro sono saliti sull’aereo prima di me. Un assistente di volo ha detto che dovevano scendere per salutare. Non volevano scendere! Avevano paura di rimanere lì. E’ importante, il problema dei migranti, pensarlo bene oggi. Perché un fenomeno migratorio così forte, da Africa e Medio oriente verso l’Europa, perché c’è la guerra e fuggono. C’è la fame, e fuggono. La soluzione ideale sarebbe la pace o fare investimenti in quei posti perché abbiano risorse per lavorare. E’ gente sfruttata. Ma noi andiamo là a sfruttarli. Non facciamo i potenti che vanno a sfruttare. Non hanno lavoro perché sono stati sfruttati. Fuggono ma anche per arrivare in Europa sono sfruttati: i barconi che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero. Il Mare Nostrum oggi è un cimitero. Pensiamolo quando siamo da soli, come se fosse una preghiera”.

L’esempio della Svezia

“Ma come si devono ricevere i migranti? Come fratelli e sorelle umani. Sono uomini e donne come noi. Secondo: ogni Paese deve vedere quale numero è capace di accogliere. Poi non solo accogliere: integrare, cioè che imparino la lingua, cercare un lavoro, un’abitazione. “Quando è venuta Nur, 3 giorni dopo i bambini andavano a scuola. Quando sono venuti da me a un pranzo dopo 3 mesi i bambini parlavano italiano. Questo è integrare. Poi la maggioranza aveva lavoro ”. Importante: loro portano una cultura che è ricchezza per noi. Loro ricevono la nostra cultura: è uno scambio di culture, e questo toglie la paura. “I delinquenti che vediamo sui giornali sono nativi di qui o migranti, c’è di tutto”. Ma integrare è importante. I ragazzi che avevano fatto quella strage erano nati in Belgio, figli di migranti ma ghettizzati non integrati. In Europa ci sono esempi di integrazione. La Svezia ha ricevuto tanti migranti sudamericani ma il giorno dopo avevano un’abitazione, un lavoro, imparato la lingua. Gli svedesi sono 9 milioni: di questi 890mila sono migranti o figli di migranti, integrati. Quando sono partito dalla Svezia è venuta a salutarmi un ministro figlia di una donna svedese e di un padre migrato dal Gabon.

“Consegno al Rettore il discorso che avevo preparato, può servire per riflettere. Vi ringrazio. Ma università è dialogo nelle differenze. E grazie tante”.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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La visita a Roma Tre. Il Papa agli universitari: dialogo, concretezza e integrazione

  

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Francesco ha tenuto un lungo discorso a braccio, rispondendo a 4 domande preparate dagli studenti. Ha parlato di violenza, economia, migranti. «La vita? Impariamo a prenderla come viene»

Sono quattro le parole consegnate dal Papa agli universitari di Roma Tre, nella sua prima visita a un ateneo statale italiano. Quattro termini che racchiudono ciascuno un modo d’essere, non solo del cristiano ma di ogni essere umano che intenda impegnarsi a migliorare il nostro stare al mondo. Queste le consegne: il dialogo, per arginare ogni forma di violenza; la geometria del poliedro, ovvero l’unità nella diversità; la concretezza, nelle scelte economiche, sociali e culturali; l’integrazione, che scaccia le paure e che è la prima soluzione alla questione dei migranti.

Un discorso alto e concreto, quello di Francesco, che ha citato Aristotele, Charlie Chaplin e il sociologo Bauman, il teorico della “società liquida”. Ma soprattutto un discorso fatto interamente a braccio, guardando negli occhi quel migliaio e più di giovani studenti che hanno accolto il Papa con un abbraccio caloroso e festoso. E che più volte hanno applaudito le sue parole.

Un clima di euforia

Una mattinata di sole e di entusiasmo. È in questo clima, che il rettore Mario Panizza nel suo saluto ha definito “di euforia”, che si è svolto l’incontro tra papa Francesco e studenti, docenti e membri del personale dell’università di Roma Tre, la più giovane di Roma, creata nel 1992. Il Pontefice è arrivato prima delle 10, accolto da una folla studenti e familiari emozionatissimi. Strette di mano, selfie, video, foto. L’incontro è avvenuto all’aperto, nel piazzale antistante il Rettorato, dove erano state messe 1.200 sedie. Il Papa è rimasto fin quasi a mezzogiorno, dopo avere parlato per oltre 40 minuti.

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Il Papa con il rettore Mario Panizza (Osservatore Romano)

Le 4 domande degli studenti

Quattro studenti gli hanno posto domande a nome di tutti. Per prima ha parlato una ragazza, Giulia: “Quali possono essere le medicine per contrastare le manifestazioni di un agire violento?”. Poi è stato il turno di un giovane barbuto, Niccolò: “Qual è il valore e il significato di Roma per il suo vescovo, un Papa che viene dall’altra parte del mondo?”. Terza domanda, da parte di Riccardo: “Stiamo vivendo un cambiamento d’epoca, per il quale è necessaria una coraggiosa rivoluzione culturale. In un mondo globalizzato, dove le informazioni sono veicolate per mezzo di social network, come possiamo prepararci a contribuire a un rinnovamento costruttivo della società?”. L’ultima domanda è di Nur, profuga siriana sbarcata a Lesbo, che insieme ad altri fu portata a Roma dal Papa al termine della sua visita sull’isola. Nur chiede: “Chi proviene dalla Siria o dall’Iraq non minaccia la cultura cristiana dell’Europa?”.

Un lungo discorso a braccio

“Ho ascoltato le vostre domande, le ho lette prima” ha esordito Francesco suscitando l’ilarità dei presenti. “Le ho lette e ho scritto un discorso che consegnerò al Rettore, poi lo leggerete” ha precisato. “Ma prima vorrei rispondere spontaneamente perché mi piace così”. E messe via le carte ha proseguito a braccio.

Contro ogni violenza, la pazienza del dialogo

Prima domanda: come arginare la violenza? “Giulia, tu hai parlato di violenza. I toni del linguaggio oggi sono saliti. Si insulta, si grida, a casa, per strada. C’è anche una violenza del parlare” osserva Francesco. Di fronte a un problema, magari nel traffico, prima si insulta, poi si chiede cos’è successo. “La fretta, la celerità della vita ci fa violenti a casa. Dimentichiamo di dare il buongiorno. La violenza è un processo che ci fa ogni volta più anonimi. Ti toglie il nome. Anonimi uno verso gli altri”. Questo atteggiamento “cresce e diviene la violenza mondiale”. Il Papa è tornato a evocare la terza guerra mondiale in corso nel mondo, una guerra “a pezzetti”. “Ci sono tante medicine contro la violenza, ma la prima è il cuore. Il cuore che sa ricevere. ‘Che cosa pensi tu?’ Prima di discutere: dialogare. Con il dialogo si fa l’amicizia sociale”. La violenza dei toni non è solo in famiglia, è anche nella politica. “Apro il giornale e vedo che questo insulta quello… Si perde il senso della costruzione sociale, della convivenza sociale che si fa col dialogo. Per dialogare, primo: ascoltare”. In televisione, in occasione delle campagne elettorali, spesso uno parla prima che l’interlocutore finisca. “Dove non c’è dialogo c’è violenza”.

“Le guerre non cominciano là fuori, ma nel nostro cuore”. Quando in casa “invece di parlare si grida o si sgrida”. Quando siamo a tavola e ognuno sta sul suo telefonino. “È quello il germe, l’inizio della guerra”.

L’università è il luogo del dialogo

“L’università è il posto dove si può dialogare, dove c’è posto per tutti” ha detto Francesco. “Un’università dove soltanto si va a scuola, si ascolta il professore e poi si va a casa non è un’università. Un’università deve avere questo lavoro artigianale del dialogo”. “La discussione, questo è importante”. Applauso. Francesco ha rincarato: “Le università di élite, che sono generalmente cosiddette università ideologiche, dove ti insegnano questa linea soltanto di pensiero e ti preparano per fare un agente di questa ideologia, quella non è università. Dove non c’è dialogo, confronto, ascolto, rispetto, amicizia, la gioia del gioco non c’è università”. “Vado all’università per vivere la verità, la bontà, la bellezza. Ma questo si fa tutti insieme, è un cammino universitario che non finisce mai”. E saranno contente anche le associazioni di ex alunni di un dato ateneo: “È importante la presenza degli antichi alunni dell’università, perché i nuovi possano avere il dialogo con loro” ha detto Francesco. È la gioia di fare strada insieme.

«Prendere la vita come viene. L’unità non è uniformità»

“Riccardo, quando parlavi ho preso un appunto: cambiamento di epoca”. Ma ogni epoca è diversa dalle altre. E qui Francesco regala una delle sue preziose pillole di saggezza: “Se non impariamo a prendere la vita come viene, mai impareremo a viverla. La vita somiglia al portiere della squadra, che prende il pallone da dove glielo buttano. La vita si deve prendere da dove viene. Non viviamo i Tempi moderni di Charlie Chaplin, la nostra è un’epoca diversa. Devo prenderla come viene, senza paura. La vita è così”.

Globalizzazione? Meglio della sfera, il poliedro

“Dobbiamo cercare sempre l’unità. Che non è quel giornale, no. E’ talmente diversa dall’uniformità. L’unità ha bisogno, per essere una, delle differenze. Unità nella diversità.

Viviamo nell’epoca della globalizzazione. Lo sbaglio è pensare alla globalizzazione come una sfera, dove ogni punto è ugualmente distante dal centro e tutto è uniforme. Questa uniformità è la distruzione dell’unità. Perché ci toglie la capacità di essere differenti. Mi piace parlare di un’altra figura geometrica: il poliedro che è unità nella diversità. Quando si va per quella strada il livello culturale cresce perché è un dialogo continuo fra i diversi lati del poliedro. Credo che il pericolo di oggi sia concepire una unità, una globalizzazione, nella uniformità. Questo distrugge. “Communis patria”: siamo accomunati ma distinti. Siamo diversi nel mondo.

Soluzioni concrete, no alla società liquida

Riccardo rapidazione la progressione geometrica nel tempo, oggi la comunicazione si fa sempre più veloce man mano che si avvicina, come la teoria della legge gravitazionale Questa rapidazione non mi tolga la libertà del dialogo. Abituarsi al dialogo a questa velocità. Tante volte una comunicazione così rapida, leggera, può diventare liquida, senza consistenza. L’ha detto Bauman, da tempo, la società liquida. Dobbiamo trasformare questa liquidità in concretezza. La parola per me chiave è concretezza, contro la liquidità. Pensiamo all’economia. Un amico imprenditore, venuto dall’Argentina, mi raccontava che è andato a far visita a un altro imprenditore nel nord dell’America, credo in Canada. Il quale gli ha fatto vedere come faceva un’operazione di compravendita in dieci minuti con il computer. Ha guadagnato 10mila dollari. Quando c’è liquidità nell’economia non c’è lavoro concreto. C’è disoccupazione. La nostra madre Europa, come si può pensare che Paesi sviluppati abbiano una disoccupazione giovanile così forte? Non dirò i Paesi ma le cifre: 40% senza lavoro, 47% giovani sotto i 25 anni, un altro 50%, un altro quasi il 60%. Sto parlando dell’Europa. Questa liquidità dell’economia toglie la concretezza e la cultura del lavoro. Applauso. Perché non si può lavorare, i giovani non sanno cosa fare. “Girano, girano. Li sfruttano qua e là”. Arrivano alle dipendenze o al suicidio. Dicono, io non sono sicuro, che le vere statistiche dei suicidi giovanili non sono pubblicate. Questa mancanza di lavoro mi porta ad arruolarmi in un esercito terroristico. “Per risolvere i problemi economici, sociali anche culturali: concretezza. Altrimenti non si può”.“Questi problemi devono essere nel dialogo vostro, con i professori, tra voi. Cercare soluzioni da proporre ai problemi reali”.

Le migrazioni? Una sfida per crescere

Nur ha parlato dell’identità cristiana dell’Europa. La paura. “Ma io mi domando: quante invasioni ha avuto l’Europa? Voi sapete meglio di me. L’Europa è stata fatta artigianalmente così. Le migrazioni non sono un pericolo, sono una sfida per crescere. Lo dice uno che viene da un Paese dove più dell’80% sono migranti. L’Argentina dal 1880 al 1950 ci sono state ondate migratorie da tutti i Paesi. E’ un Paese meticcio, il sangue si è mischiato. E’ vero, non abbiamo una bella identità noi. Ma questo perché non sappiamo gestire le cose”. La paura sul problema dei migranti. “Ricordo, quel giorno a Lesbo, ho sofferto tanto. Loro sono saliti sull’aereo prima di me. Un assistente di volo ha detto che dovevano scendere per salutare. Non volevano scendere! Avevano paura di rimanere lì. E’ importante, il problema dei migranti, pensarlo bene oggi. Perché un fenomeno migratorio così forte, da Africa e Medio oriente verso l’Europa, perché c’è la guerra e fuggono. C’è la fame, e fuggono. La soluzione ideale sarebbe la pace o fare investimenti in quei posti perché abbiano risorse per lavorare. E’ gente sfruttata. Ma noi andiamo là a sfruttarli. Non facciamo i potenti che vanno a sfruttare. Non hanno lavoro perché sono stati sfruttati. Fuggono ma anche per arrivare in Europa sono sfruttati: i barconi che hanno fatto del Mediterraneo un cimitero. Il Mare Nostrum oggi è un cimitero. Pensiamolo quando siamo da soli, come se fosse una preghiera”.

L’esempio della Svezia

“Ma come si devono ricevere i migranti? Come fratelli e sorelle umani. Sono uomini e donne come noi. Secondo: ogni Paese deve vedere quale numero è capace di accogliere. Poi non solo accogliere: integrare, cioè che imparino la lingua, cercare un lavoro, un’abitazione. “Quando è venuta Nur, 3 giorni dopo i bambini andavano a scuola. Quando sono venuti da me a un pranzo dopo 3 mesi i bambini parlavano italiano. Questo è integrare. Poi la maggioranza aveva lavoro ”. Importante: loro portano una cultura che è ricchezza per noi. Loro ricevono la nostra cultura: è uno scambio di culture, e questo toglie la paura. “I delinquenti che vediamo sui giornali sono nativi di qui o migranti, c’è di tutto”. Ma integrare è importante. I ragazzi che avevano fatto quella strage erano nati in Belgio, figli di migranti ma ghettizzati non integrati. In Europa ci sono esempi di integrazione. La Svezia ha ricevuto tanti migranti sudamericani ma il giorno dopo avevano un’abitazione, un lavoro, imparato la lingua. Gli svedesi sono 9 milioni: di questi 890mila sono migranti o figli di migranti, integrati. Quando sono partito dalla Svezia è venuta a salutarmi un ministro figlia di una donna svedese e di un padre migrato dal Gabon.

“Consegno al Rettore il discorso che avevo preparato, può servire per riflettere. Vi ringrazio. Ma università è dialogo nelle differenze. E grazie tante”.

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