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La virtù della fede, porta della vita eterna

La virtù teologale della fede ci rende già fin d’ora famigliari di quest’ignoto, che sarà piena e pura luce dall’altro lato della porta.

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Mediante la fede, prima di tutte le virtù, la verità di Dio penetra in noi, nella sua luce e nel suo mistero. Essa è al fondamento della nostra speranza.

La fede, prima delle tre virtù teologali, sembra qualcosa che viene da sé e che talvolta si dà un po’ per scontato. Essa è un pieno e intero assenso che diamo alle verità rivelate di Dio, per riprendere i termini del Catechismo del Concilio di Trento (I, 1,1). Il Catechismo della Chiesa cattolica non se ne discosta, laddove dice:

La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede « l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente ». Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. « Il giusto vivrà mediante la fede » (Rm 1,17). La fede viva « opera per mezzo della carità » (Gal 5,6).

CCC 1814

Se abbiamo occhi per vedere e orecchie per udire, il solo spettacolo della creazione dovrebbe bastare a trasportarci e a instillare la fede nel nostro cuore. Rileggiamo i mirabili passaggi di Charles Péguy sull’argomento ne Il portico del Mistero della Seconda virtù:

La fede va da sé. La fede cammina tutta sola. Per credere non serve che lasciarsi andare, non serve che guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi sottosopra, rimonarsi. La fede è totalmente naturale, totalmente andante, totalmente semplice, totalmente veniente. Totalmente ben-veniente. Totalmente ben-andante. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia signora, una brava anziana parrocchiana. Essa ci racconta le storie del tempo antico, che ci sono arrivati nel tempo antico. Per non credere, figlio mio, bisognerebbe turarsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La porta del soprannaturale

Tocchiamo qui la porta del soprannaturale. La fede non può essere ridotta a una virtù morale o intellettuale. Essa è il germe di una profonda speranza, quella che fa vedere ciò che non si vede. La fede che crea questa speranza stabilisce nello spirito la convinzione dell’invisibile, l’attitudine alle realtà divine. Essa crea un’abitudine, un appetito per il soprannaturale. Il reverendo padre domenicano Bernard, insigne commentatore di san Tommaso, sottolinea che «l’abito della fede è una caparra e come un principio di vita eterna in noi. Dottrina di una stupefacente profondità spirituale». San Tommaso d’Aquino, nel suo De veritate (q. 14, a. 18 concl.) mostra come la fede teologale unisca l’uomo al pensiero di Dio mediante l’assenso, come essa abbia Dio stesso per oggetto principale. Così non possiamo parlare di fede, virtù teologale, se Dio non ha il primo posto.Una tale fede dunque non è evidente. Ricordiamoci delle parole di Cristo ai suoi apostoli, parole severe ma giuste date in risposta alla domanda dei discepoli che si stupivano per la loro incapacità di cacciare un demonio, subito dopo essere discesi dal monte Tabor in seguito alla Trasfigurazione:

A causa della vostra poca fede. In verità io vi dico: se aveste una fede grande come un granello di senape, potreste dire a questa montagna “Spostati da qui a lì”, ed essa si trasporterebbe; niente vi sarebbe impossibile.

Mt 17, 20

Alla testa di tutte le virtù

Questo significa che un pensiero che non sia completamente appeso al pensiero di Dio, tutto riempito da quel pensiero, non può essere chiamato “fede”. Dio è tutto nella fede. Non tenere questa verità significa condannarsi, come gli apostoli inefficaci, a conoscere il fallimento e a non capire più niente. Questa virtù teologale non può esserci a tratti. Ecco perché san Tommaso, nella Summa Theologiæ, colloca la fede in testa a tutte le virtù, precisando che Dio è l’unico oggetto di questa fede. Non c’è che Lui, formalmente, come motivo di credere, anche se materialmente esiste una molteplicità di cose da credere. Tutte queste ci riconducono a lui, nessuna può distrarre il nostro spirito da questo “oggetto” unico della nostra fede. Il Dio della fede ci si offre come Verità prima, come precisa il Dottore angelico nel primo articolo del suo trattato sulla Fede. A questo punto bisogna veramente prendere coscienza del fatto che san Tommaso non parla del Dio che l’uomo può scoprire per via di ragione, e nemmeno del Dio che sarà dato nella visione beatifica, faccia a faccia. Il Dio della fede oltrepassa quello della ragione e resta al di qua di Quello che si rivelerà nella vita eterna. La fede non è un insieme di verità – per quanto molteplici e ricche – su Dio, alle quali arriverei grazie alla mia intelligenza; è la penetrazione della Verità di Dio in me. Dio entra in noi e in qualche modo vi pone la sua dimora. Questo non vuol dire che si possa conoscerlo senza difficoltà, perché Egli resta malgrado tutto un Deus absconditus, pieno di mistero, che rivela solo ciò che vuole, col contagocce, poco a poco, per lasciarsi poi vedere soltanto nell’eternità.

«Come in uno specchio e per enigmi»

Mediante la virtù teologale della fede noi non vediamo Dio ma lo sentiamo e lo ascoltiamo, e questo basta perché egli non resti un Dio sconosciuto, come quello che – senza conoscerlo – i greci di Atene veneravano erigendogli una stele nella polis (cosa che avrebbe permesso a san Paolo di predicare loro quel “dio sconosciuto”, quantunque senza grande successo da principio). La nostra conoscenza mediante la fede è come in uno specchio e per enigmi perché Dio si afferma senza mostrarsi, si fa ascoltare ma senza farsi vedere. La Verità divina ci è donata per immagini. Ai Corinzi, in una prima epistola, san Paolo avrebbe scritto, parlando dell’eternità:

Adesso vediamo in maniera confusa, come in uno specchio; ma allora vedremo faccia a faccia. Adesso la mia conoscenza è parziale, ma allora conoscerò perfettamente come io sono conosciuto.

1Cor 13, 12

Esiste una specie di paradosso perché lo spirito resta in un’oscurità profonda eppure beneficia di una viva luce. Ciò conferisce alla fede una fisionomia molto particolare, al punto che l’apparente contraddizione non può essere saggiata dai non credenti, perché la nostra ragione è abituata a non riconoscere se non quanto è uniforme, monocromo, privo di contrasti.

Il fondamento della speranza

L’Apostolo dei Gentili sarebbe stato formale nell’affermare che siamo giustificati per la fede (Rom 3, 28), senza pertanto invitare a trasgredire la legge, che bisogna praticare pena il disonorare Dio. In Cristo, però, la Fede prende il primo posto, e non la Legge. Non rispettare la nuova Legge che è Cristo, per il pretesto di una pura fede, sarebbe diventare «come l’acqua che scorre e si perde», per riprendere l’espressione della Lettera agli Ebrei (2, 1). Il proprio delle virtù è di giusti-ficare, e dunque è normale che la fede – prima fra quelle – ci procuri tale giustificazione, come avvenne già nel caso di Abele il giusto. La medesima epistola afferma che la fede è il fondamento della speranza, e lo fa con queste celebri parole:

La fede è un modo di possedere ciò che si spera, un mezzo di conoscere le realtà che non si vedono.

Eb 11, 1

L’autore stila la lista di tutti quanti sono stati giustificati per la fede nella Storia Santa, laddove non videro la realizzazione delle promesse fatte da Dio – uomini retti come furono i patriarchi, i profeti, i giusti dell’Antico Testamento:

È nella fede, senza aver conosciuto l’adempimento delle promesse, che essi tutti sono morti, non avendole se non viste e salutate di lontano, affermando di essere stranieri e pellegrini sulla terra.

Eb 11, 13

Essi non si sono aggrappati a una parola umana ma alla Parola di Dio, che oltrepassa la scienza e le altre virtù intellettuali. Mediante la fede nel Cristo, che essi non vedevano, che non conoscevano ma che attendevano con tutto l’ardore della propria anima, questi uomini virtuosi dell’antica Alleanza prefigurano i credenti della Chiesa. La Legge infatti non era che un mezzo per conseguire il fine – cioè Cristo.

Famigliari dell’ignoto divino

Maurice Zundel diceva che “la fede è teocratica”, poiché non è fatta per il nostro egoistico piacere ma per purificarci e per perderci in Dio. Essa esige da noi uno spostamento perché ci troviamo di fronte a una realtà che resta in larga parte sconosciuta, ricoperta da un velo che non sarà tolto se non nell’eternità. Padre de Condren scriveva:

Meglio nascondersi in Dio per aderire in Gesù Cristo alla grande incognita di Dio.

La virtù teologale della fede ci rende già fin d’ora famigliari di quest’ignoto, che sarà piena e pura luce dall’altro lato della porta.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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La virtù della fede, porta della vita eterna

La virtù teologale della fede ci rende già fin d’ora famigliari di quest’ignoto, che sarà piena e pura luce dall’altro lato della porta.

  

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Mediante la fede, prima di tutte le virtù, la verità di Dio penetra in noi, nella sua luce e nel suo mistero. Essa è al fondamento della nostra speranza.

La fede, prima delle tre virtù teologali, sembra qualcosa che viene da sé e che talvolta si dà un po’ per scontato. Essa è un pieno e intero assenso che diamo alle verità rivelate di Dio, per riprendere i termini del Catechismo del Concilio di Trento (I, 1,1). Il Catechismo della Chiesa cattolica non se ne discosta, laddove dice:

La fede è la virtù teologale per la quale noi crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato, e che la Chiesa ci propone da credere, perché egli è la stessa verità. Con la fede « l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente ». Per questo il credente cerca di conoscere e di fare la volontà di Dio. « Il giusto vivrà mediante la fede » (Rm 1,17). La fede viva « opera per mezzo della carità » (Gal 5,6).

CCC 1814

Se abbiamo occhi per vedere e orecchie per udire, il solo spettacolo della creazione dovrebbe bastare a trasportarci e a instillare la fede nel nostro cuore. Rileggiamo i mirabili passaggi di Charles Péguy sull’argomento ne Il portico del Mistero della Seconda virtù:

La fede va da sé. La fede cammina tutta sola. Per credere non serve che lasciarsi andare, non serve che guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi sottosopra, rimonarsi. La fede è totalmente naturale, totalmente andante, totalmente semplice, totalmente veniente. Totalmente ben-veniente. Totalmente ben-andante. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia signora, una brava anziana parrocchiana. Essa ci racconta le storie del tempo antico, che ci sono arrivati nel tempo antico. Per non credere, figlio mio, bisognerebbe turarsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La porta del soprannaturale

Tocchiamo qui la porta del soprannaturale. La fede non può essere ridotta a una virtù morale o intellettuale. Essa è il germe di una profonda speranza, quella che fa vedere ciò che non si vede. La fede che crea questa speranza stabilisce nello spirito la convinzione dell’invisibile, l’attitudine alle realtà divine. Essa crea un’abitudine, un appetito per il soprannaturale. Il reverendo padre domenicano Bernard, insigne commentatore di san Tommaso, sottolinea che «l’abito della fede è una caparra e come un principio di vita eterna in noi. Dottrina di una stupefacente profondità spirituale». San Tommaso d’Aquino, nel suo De veritate (q. 14, a. 18 concl.) mostra come la fede teologale unisca l’uomo al pensiero di Dio mediante l’assenso, come essa abbia Dio stesso per oggetto principale. Così non possiamo parlare di fede, virtù teologale, se Dio non ha il primo posto.Una tale fede dunque non è evidente. Ricordiamoci delle parole di Cristo ai suoi apostoli, parole severe ma giuste date in risposta alla domanda dei discepoli che si stupivano per la loro incapacità di cacciare un demonio, subito dopo essere discesi dal monte Tabor in seguito alla Trasfigurazione:

A causa della vostra poca fede. In verità io vi dico: se aveste una fede grande come un granello di senape, potreste dire a questa montagna “Spostati da qui a lì”, ed essa si trasporterebbe; niente vi sarebbe impossibile.

Mt 17, 20

Alla testa di tutte le virtù

Questo significa che un pensiero che non sia completamente appeso al pensiero di Dio, tutto riempito da quel pensiero, non può essere chiamato “fede”. Dio è tutto nella fede. Non tenere questa verità significa condannarsi, come gli apostoli inefficaci, a conoscere il fallimento e a non capire più niente. Questa virtù teologale non può esserci a tratti. Ecco perché san Tommaso, nella Summa Theologiæ, colloca la fede in testa a tutte le virtù, precisando che Dio è l’unico oggetto di questa fede. Non c’è che Lui, formalmente, come motivo di credere, anche se materialmente esiste una molteplicità di cose da credere. Tutte queste ci riconducono a lui, nessuna può distrarre il nostro spirito da questo “oggetto” unico della nostra fede. Il Dio della fede ci si offre come Verità prima, come precisa il Dottore angelico nel primo articolo del suo trattato sulla Fede. A questo punto bisogna veramente prendere coscienza del fatto che san Tommaso non parla del Dio che l’uomo può scoprire per via di ragione, e nemmeno del Dio che sarà dato nella visione beatifica, faccia a faccia. Il Dio della fede oltrepassa quello della ragione e resta al di qua di Quello che si rivelerà nella vita eterna. La fede non è un insieme di verità – per quanto molteplici e ricche – su Dio, alle quali arriverei grazie alla mia intelligenza; è la penetrazione della Verità di Dio in me. Dio entra in noi e in qualche modo vi pone la sua dimora. Questo non vuol dire che si possa conoscerlo senza difficoltà, perché Egli resta malgrado tutto un Deus absconditus, pieno di mistero, che rivela solo ciò che vuole, col contagocce, poco a poco, per lasciarsi poi vedere soltanto nell’eternità.

«Come in uno specchio e per enigmi»

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Mediante la virtù teologale della fede noi non vediamo Dio ma lo sentiamo e lo ascoltiamo, e questo basta perché egli non resti un Dio sconosciuto, come quello che – senza conoscerlo – i greci di Atene veneravano erigendogli una stele nella polis (cosa che avrebbe permesso a san Paolo di predicare loro quel “dio sconosciuto”, quantunque senza grande successo da principio). La nostra conoscenza mediante la fede è come in uno specchio e per enigmi perché Dio si afferma senza mostrarsi, si fa ascoltare ma senza farsi vedere. La Verità divina ci è donata per immagini. Ai Corinzi, in una prima epistola, san Paolo avrebbe scritto, parlando dell’eternità:

Adesso vediamo in maniera confusa, come in uno specchio; ma allora vedremo faccia a faccia. Adesso la mia conoscenza è parziale, ma allora conoscerò perfettamente come io sono conosciuto.

1Cor 13, 12

Esiste una specie di paradosso perché lo spirito resta in un’oscurità profonda eppure beneficia di una viva luce. Ciò conferisce alla fede una fisionomia molto particolare, al punto che l’apparente contraddizione non può essere saggiata dai non credenti, perché la nostra ragione è abituata a non riconoscere se non quanto è uniforme, monocromo, privo di contrasti.

Il fondamento della speranza

L’Apostolo dei Gentili sarebbe stato formale nell’affermare che siamo giustificati per la fede (Rom 3, 28), senza pertanto invitare a trasgredire la legge, che bisogna praticare pena il disonorare Dio. In Cristo, però, la Fede prende il primo posto, e non la Legge. Non rispettare la nuova Legge che è Cristo, per il pretesto di una pura fede, sarebbe diventare «come l’acqua che scorre e si perde», per riprendere l’espressione della Lettera agli Ebrei (2, 1). Il proprio delle virtù è di giusti-ficare, e dunque è normale che la fede – prima fra quelle – ci procuri tale giustificazione, come avvenne già nel caso di Abele il giusto. La medesima epistola afferma che la fede è il fondamento della speranza, e lo fa con queste celebri parole:

La fede è un modo di possedere ciò che si spera, un mezzo di conoscere le realtà che non si vedono.

Eb 11, 1

L’autore stila la lista di tutti quanti sono stati giustificati per la fede nella Storia Santa, laddove non videro la realizzazione delle promesse fatte da Dio – uomini retti come furono i patriarchi, i profeti, i giusti dell’Antico Testamento:

È nella fede, senza aver conosciuto l’adempimento delle promesse, che essi tutti sono morti, non avendole se non viste e salutate di lontano, affermando di essere stranieri e pellegrini sulla terra.

Eb 11, 13

Essi non si sono aggrappati a una parola umana ma alla Parola di Dio, che oltrepassa la scienza e le altre virtù intellettuali. Mediante la fede nel Cristo, che essi non vedevano, che non conoscevano ma che attendevano con tutto l’ardore della propria anima, questi uomini virtuosi dell’antica Alleanza prefigurano i credenti della Chiesa. La Legge infatti non era che un mezzo per conseguire il fine – cioè Cristo.

Famigliari dell’ignoto divino

Maurice Zundel diceva che “la fede è teocratica”, poiché non è fatta per il nostro egoistico piacere ma per purificarci e per perderci in Dio. Essa esige da noi uno spostamento perché ci troviamo di fronte a una realtà che resta in larga parte sconosciuta, ricoperta da un velo che non sarà tolto se non nell’eternità. Padre de Condren scriveva:

Meglio nascondersi in Dio per aderire in Gesù Cristo alla grande incognita di Dio.

La virtù teologale della fede ci rende già fin d’ora famigliari di quest’ignoto, che sarà piena e pura luce dall’altro lato della porta.

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