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La terapia di coppia deve cercare di tenere in vita il matrimonio?

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Di fronte a una crisi coniugale grave, la prima cosa è conoscere gli atteggiamenti dei coniugi e del terapeuta nei confronti del divorzio

Non c’è dubbio sul fatto che una buona comunicazione nella coppia previene i conflitti e il fallimento rappresentato dalla separazione o dal divorzio, ma la comunicazione non basta.

È imprescindibile stabilire, per quanto possibile, quali siano gli atteggiamenti riguardo alla separazione e/o al divorzio di ciascuno dei coniugi che soffrendo determinati conflitti coniugali consultano per questa ragione un terapeuta di coppia.

Svelare gli atteggiamenti presenti in ciascuno dei coniugi è di importanza fondamentale, visto che se questi vengono ignorati è molto difficile indovinare il tipo di intervento necessario per “sanare” il substrato permanente e resistente al cambiamento, sul quale si basano le relazioni coniugali.

Al contrario, se il terapeuta ha svolto queste ricerche in precedenza e ha identificato gli atteggiamenti di ciascuno dei coniugi riguardo alla continuità o meno dei rapporti coniugali, è molto più probabile che si indovinino le strategie di intervento che li aiuteranno in modo più efficiente a risolvere i propri problemi.

Per questo, tali indagini devono essere effettuate quanto prima, se possibile già nei primi incontri.

Una delle prime questioni da analizzare è l’individuazione e l’identificazione delle possibili condotte e dei possibili problemi che generano il conflitto e/o la decisione di separarsi.

È probabile che qualche lettore possa avanzare un’obiezione a ciò che si è appena affermato, visto che in base a ciò che è stato sostenuto il terapeuta sembra mettersi sempre dalla parte della stabilità e della permanenza della coppia. Questa obiezione non è propriamente tale, visto che costituisce il motivo e la meta che giustificano la consultazione della coppia.

Qualsiasi terapeuta familiare deve cercare di difendere il vincolo e la relazione esistente tra i coniugi, perché altrimenti potrebbe essere delegittimato e/o svuoterebbe di senso la sua stessa azione terapeutica.

Se la coppia vuole estinguere la propria relazione e smettere di costituire una coppia, la terapia di coppia non ha alcun senso, visto che per raggiungere questo scopo nessuno dei coniugi ha bisogno di consultare il terapeuta.

È certo che ciascuno di loro può ricevere aiuto dal terapeuta di coppia per molte altre ragioni, ad esempio per diminuire l’ansia provocata dalla separazione, per alleviare la reazione depressiva o affrontare un’altra delle tante conseguenze più o meno patologiche che derivano dalla rottura coniugale (consumo di alcool, isolamento sociale, ricerca di un’altra persona con la quale stabilire un nuovo vincolo, custodia, visita ed educazione dei figli…) e/o per risolvere i numerosi e nuovi eventi che accompagnano e seguono la rottura (famiglie monogenitoriali, ricostituite…).

In molti di questi casi l’intervento sarebbe a cavallo tra la clinica e la terapia di coppia. Altri casi, tuttavia, appartengono con ogni proprietà alla terapia di coppia, proprio perché questi possibili squilibri sono originati dai conflitti coniugali.

Se restringiamo l’azione della terapia di coppia agli interventi nei quali l’impatto terapeutico incide esattamente sulla famiglia, concluderemo che in effetti gli atteggiamenti dei terapeuti devono essere a favore della continuità e della stabilità familiare ogni volta che sia possibile.

In caso contrario, è perfino possibile che l’azione del terapeuta contribuisca ad ampliare o ad aumentare le conseguenze negative della separazione, perpetuando così, senza volerlo, i conflitti che in teoria bisognerebbe risolvere. Per questo, si dovrebbe riservare la definizione “terapia di coppia” solo a quegli interventi che, mirando al nucleo familiare al quale sono rivolti, agiscono sui coniugi e sulle loro possibili interazioni. Altrimenti, bisognerebbe identificarla semplicemente come psicoterapia o terapia individuale, la terapia che si applica a un solo membro della famiglia, senza centrare l’attenzione sul contesto familiare, anche quando l’origine dei problemi è legata a quel contesto.

In definitiva, l’etica professionale raccomanda al terapeuta di coppia di impiegare quelle procedure e quelle strategie tendenti a recuperare, ravvivare o ottimizzare le relazioni coniugali e familiari esistenti tra i coniugi e tra questi e i loro figli, ovvero a lottare a favore del nucleo familiare e non contro di questo e per la sua dissoluzione.

Nel contesto della terapie di coppia, comportamentale-cognitiva e sistemica, bisogna stabilire quali sono le strategie specifiche che risultano più efficienti, oltre ad essere più adatte alla risoluzione di questi conflitti.

Il concetto di efficienza che viene usato in questa sede comprende non solo l’analisi del costo/beneficio e del costo/efficacia della terapia, ma anche la durata dell’intervento, così come le indicazioni e le controindicazioni che l’esperienza empirica ha manifestato riguardo all’impiego alternativo o meno di ciascuna delle strategie di intervento per le quali si opta.

Estratto dal libro Divorcio, ¿cómo ayudamos a los hijos?, pubblicato a marzo 2015 dalla casa editrice Stella Maris

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Non c’è dubbio sul fatto che una buona comunicazione nella coppia previene i conflitti e il fallimento rappresentato dalla separazione o dal divorzio, ma la comunicazione non basta.

È imprescindibile stabilire, per quanto possibile, quali siano gli atteggiamenti riguardo alla separazione e/o al divorzio di ciascuno dei coniugi che soffrendo determinati conflitti coniugali consultano per questa ragione un terapeuta di coppia.

Svelare gli atteggiamenti presenti in ciascuno dei coniugi è di importanza fondamentale, visto che se questi vengono ignorati è molto difficile indovinare il tipo di intervento necessario per “sanare” il substrato permanente e resistente al cambiamento, sul quale si basano le relazioni coniugali.

Al contrario, se il terapeuta ha svolto queste ricerche in precedenza e ha identificato gli atteggiamenti di ciascuno dei coniugi riguardo alla continuità o meno dei rapporti coniugali, è molto più probabile che si indovinino le strategie di intervento che li aiuteranno in modo più efficiente a risolvere i propri problemi.

Per questo, tali indagini devono essere effettuate quanto prima, se possibile già nei primi incontri.

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È probabile che qualche lettore possa avanzare un’obiezione a ciò che si è appena affermato, visto che in base a ciò che è stato sostenuto il terapeuta sembra mettersi sempre dalla parte della stabilità e della permanenza della coppia. Questa obiezione non è propriamente tale, visto che costituisce il motivo e la meta che giustificano la consultazione della coppia.

Qualsiasi terapeuta familiare deve cercare di difendere il vincolo e la relazione esistente tra i coniugi, perché altrimenti potrebbe essere delegittimato e/o svuoterebbe di senso la sua stessa azione terapeutica.

Se la coppia vuole estinguere la propria relazione e smettere di costituire una coppia, la terapia di coppia non ha alcun senso, visto che per raggiungere questo scopo nessuno dei coniugi ha bisogno di consultare il terapeuta.

È certo che ciascuno di loro può ricevere aiuto dal terapeuta di coppia per molte altre ragioni, ad esempio per diminuire l’ansia provocata dalla separazione, per alleviare la reazione depressiva o affrontare un’altra delle tante conseguenze più o meno patologiche che derivano dalla rottura coniugale (consumo di alcool, isolamento sociale, ricerca di un’altra persona con la quale stabilire un nuovo vincolo, custodia, visita ed educazione dei figli…) e/o per risolvere i numerosi e nuovi eventi che accompagnano e seguono la rottura (famiglie monogenitoriali, ricostituite…).

In molti di questi casi l’intervento sarebbe a cavallo tra la clinica e la terapia di coppia. Altri casi, tuttavia, appartengono con ogni proprietà alla terapia di coppia, proprio perché questi possibili squilibri sono originati dai conflitti coniugali.

Se restringiamo l’azione della terapia di coppia agli interventi nei quali l’impatto terapeutico incide esattamente sulla famiglia, concluderemo che in effetti gli atteggiamenti dei terapeuti devono essere a favore della continuità e della stabilità familiare ogni volta che sia possibile.

In caso contrario, è perfino possibile che l’azione del terapeuta contribuisca ad ampliare o ad aumentare le conseguenze negative della separazione, perpetuando così, senza volerlo, i conflitti che in teoria bisognerebbe risolvere. Per questo, si dovrebbe riservare la definizione “terapia di coppia” solo a quegli interventi che, mirando al nucleo familiare al quale sono rivolti, agiscono sui coniugi e sulle loro possibili interazioni. Altrimenti, bisognerebbe identificarla semplicemente come psicoterapia o terapia individuale, la terapia che si applica a un solo membro della famiglia, senza centrare l’attenzione sul contesto familiare, anche quando l’origine dei problemi è legata a quel contesto.

In definitiva, l’etica professionale raccomanda al terapeuta di coppia di impiegare quelle procedure e quelle strategie tendenti a recuperare, ravvivare o ottimizzare le relazioni coniugali e familiari esistenti tra i coniugi e tra questi e i loro figli, ovvero a lottare a favore del nucleo familiare e non contro di questo e per la sua dissoluzione.

Nel contesto della terapie di coppia, comportamentale-cognitiva e sistemica, bisogna stabilire quali sono le strategie specifiche che risultano più efficienti, oltre ad essere più adatte alla risoluzione di questi conflitti.

Il concetto di efficienza che viene usato in questa sede comprende non solo l’analisi del costo/beneficio e del costo/efficacia della terapia, ma anche la durata dell’intervento, così come le indicazioni e le controindicazioni che l’esperienza empirica ha manifestato riguardo all’impiego alternativo o meno di ciascuna delle strategie di intervento per le quali si opta.

Estratto dal libro Divorcio, ¿cómo ayudamos a los hijos?, pubblicato a marzo 2015 dalla casa editrice Stella Maris

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