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La Santa Messa e le quattro lezioni più importanti della nostra infanzia

Lezioni per la vita

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Poter dire a Dio “Perdono”, “Ti voglio bene”, “Per favore” e “Grazie” nella Santa Messa non è solo un privilegio unico per una semplice creatura. È un atto che trasforma costantemente

Una delle domande del vecchio Catechismo di San Pio X era: “Per quali fini si offre il Santo Sacrificio della Messa?” La risposta veniva data in quattro parti:

1. “per onorarlo (Dio) come si conviene, e per questo si chiama latreutico;
2. per ringraziarlo dei suoi benefici, e per questo si chiama eucaristico;
3. per placarlo, per dargli la dovuta soddisfazione dei nostri peccati e per suffragare le anime del purgatorio; e per questo si chiama propiziatorio;
4. per ottenere tutte le grazie che ci sono necessarie, e per questo si chiama impetratorio” (n. 657).

Adorazione, azione di grazie, richiesta e soddisfazione: la menzione di questi quattro obiettivi è presente in molti messali antichi, ed è ancora una lezione attuale di qualsiasi catechesi tradizionale sulla Messa. Quello che generalmente viene trascurato, però, è il rapporto di questi fini con le nostre vite concrete come esseri umani. In che modo queste quattro cose si relazionano al nostro benessere psicologico, emotivo e spirituale?

Un modo per affrontare la questione è tenere a mente le quattro cose più importanti che impariamo a dire quando siamo bambini: “Ti voglio bene”, “Grazie”, “Per favore” e “Scusa”. Queste quattro semplici espressioni non solo sono in grado di collocare giovani e adulti sulla via della felicità umana, ma offrono anche un’utile analogia per ciò che accade in ogni sacrificio della Messa.

Lezioni per la vita

La tragedia del linguaggio dopo l’Eden è che uno strumento originariamente progettato per indicare la realtà in modo corretto (come vediamo in Adamo nel caso degli animali) è diventato spesso un mezzo per manipolarla o offuscarla. Dire “Ti voglio bene”, “Grazie”, “Per favore” e “Scusa” può essere un atto di tremenda dissimulazione e perfino di sfruttamento, ma mi sembra evidente che quando un buon padre trasmette queste parole al figlio non è per dotarlo di strumenti di manipolazione.

Leggi anche: Papa Francesco: la Messa è rifare il calvario

Per quanto possiamo parlare dell’importanza di insegnare ai nostri figli a “dire” “Per favore” e “Grazie”, il nostro obiettivo finale è far provare davvero queste cose. Quando una madre fa scusare il figlio con la sorella per averle tirato i capelli, in genere non le basta uno “Scusa” freddo e con uno sguardo di sfida e ostinato. Ovviamente il suo obiettivo è far capire al bambino che ciò che ha fatto è sbagliato, perché possa provare un vero pentimento per quanto ha commesso e cerchi di correggere l’ingiustizia, non limitandosi a pronunciare una sequenza specifica di suoni verbali. Lo stesso vale per le altre tre cose che istruiamo i nostri figli a “dire”.

Implicito, quindi, nell’obiettivo di educare bambini che dicano “Ti voglio bene”, “Grazie”, “Per favore” e “Scusa” è qualcosa di più grande di una semplice abitudine di buone maniere, o di una conformità e sottomissione senza senso alle convenzioni sociali. In qualche modo, l’idea è quella di trasformare una mente giovane nel tipo di persona amorevole, grata, deferente e, quando necessario, contritamente determinata a riparare. Forse perché queste qualità non sono solo scelte degne in sé, ma portano all’acquisizione di altre virtù.

Chi conosce l’importanza del pentimento, ad esempio, conosce anche l’importanza di perdonare (il che non è poco), e una persona veramente grata è più facilmente generosa con gli altri. Sicuramente una delle ragioni per le quali credenti e non credenti ritengono il servo spietato della parabola (cfr. Mt 18, 23-34) tanto riprovevole è il fatto di aver violato in modo grossolano entrambi questi principi di buonsenso.

Dietro queste semplici espressioni, quindi, risiede un’antropologia morale sana, un ampio abbozzo di quello che significa vivere bene. Parlando a livello ideale,

  • una persona in grado di dire sinceramente “Ti voglio bene” è capace di impegno, devozione e sacrificio;
  • una persona in grado di dire sinceramente “Grazie” riconosce, come vedremo, il dono immeritato della propria esistenza e il suo debito nei confronti di un mondo più ampio che non ha creato;
  • una persona in grado di dire sinceramente “Per favore” confessa la sua dipendenza da una realtà al di fuori di sé e respinge il principio per cui “la verità è relativa”, trascendendo l’egoismo debilitante che ne farebbe, per usare l’espressione di Walter Scott, un vile “disgraziato, tutto concentrato su se stesso”;
  • una persona in grado di dire sinceramente “Scusa” (o “Perdono”, per offese maggiori) sta facendo il difficile ma fondamentale ingresso nel mondo della conoscenza di sé, senza scuse né camuffamenti, mostrando il coraggio di riconoscere i propri errori e la volontà di correggerli.

Al contrario, una persona che non è stata educata in questi quattro ambiti e nelle disposizioni sottostanti è stata oggetto di una grave ingiustizia, perché non è stata stimolata a superare il proprio egoismo o, il che finisce per essere la stessa cosa, a comprendere la realtà della condizione umana.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Poter dire a Dio “Perdono”, “Ti voglio bene”, “Per favore” e “Grazie” nella Santa Messa non è solo un privilegio unico per una semplice creatura. È un atto che trasforma costantemente

Una delle domande del vecchio Catechismo di San Pio X era: “Per quali fini si offre il Santo Sacrificio della Messa?” La risposta veniva data in quattro parti:

1. “per onorarlo (Dio) come si conviene, e per questo si chiama latreutico;
2. per ringraziarlo dei suoi benefici, e per questo si chiama eucaristico;
3. per placarlo, per dargli la dovuta soddisfazione dei nostri peccati e per suffragare le anime del purgatorio; e per questo si chiama propiziatorio;
4. per ottenere tutte le grazie che ci sono necessarie, e per questo si chiama impetratorio” (n. 657).

Adorazione, azione di grazie, richiesta e soddisfazione: la menzione di questi quattro obiettivi è presente in molti messali antichi, ed è ancora una lezione attuale di qualsiasi catechesi tradizionale sulla Messa. Quello che generalmente viene trascurato, però, è il rapporto di questi fini con le nostre vite concrete come esseri umani. In che modo queste quattro cose si relazionano al nostro benessere psicologico, emotivo e spirituale?

Un modo per affrontare la questione è tenere a mente le quattro cose più importanti che impariamo a dire quando siamo bambini: “Ti voglio bene”, “Grazie”, “Per favore” e “Scusa”. Queste quattro semplici espressioni non solo sono in grado di collocare giovani e adulti sulla via della felicità umana, ma offrono anche un’utile analogia per ciò che accade in ogni sacrificio della Messa.

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Lezioni per la vita

La tragedia del linguaggio dopo l’Eden è che uno strumento originariamente progettato per indicare la realtà in modo corretto (come vediamo in Adamo nel caso degli animali) è diventato spesso un mezzo per manipolarla o offuscarla. Dire “Ti voglio bene”, “Grazie”, “Per favore” e “Scusa” può essere un atto di tremenda dissimulazione e perfino di sfruttamento, ma mi sembra evidente che quando un buon padre trasmette queste parole al figlio non è per dotarlo di strumenti di manipolazione.

Leggi anche: Papa Francesco: la Messa è rifare il calvario

Per quanto possiamo parlare dell’importanza di insegnare ai nostri figli a “dire” “Per favore” e “Grazie”, il nostro obiettivo finale è far provare davvero queste cose. Quando una madre fa scusare il figlio con la sorella per averle tirato i capelli, in genere non le basta uno “Scusa” freddo e con uno sguardo di sfida e ostinato. Ovviamente il suo obiettivo è far capire al bambino che ciò che ha fatto è sbagliato, perché possa provare un vero pentimento per quanto ha commesso e cerchi di correggere l’ingiustizia, non limitandosi a pronunciare una sequenza specifica di suoni verbali. Lo stesso vale per le altre tre cose che istruiamo i nostri figli a “dire”.

Implicito, quindi, nell’obiettivo di educare bambini che dicano “Ti voglio bene”, “Grazie”, “Per favore” e “Scusa” è qualcosa di più grande di una semplice abitudine di buone maniere, o di una conformità e sottomissione senza senso alle convenzioni sociali. In qualche modo, l’idea è quella di trasformare una mente giovane nel tipo di persona amorevole, grata, deferente e, quando necessario, contritamente determinata a riparare. Forse perché queste qualità non sono solo scelte degne in sé, ma portano all’acquisizione di altre virtù.

Chi conosce l’importanza del pentimento, ad esempio, conosce anche l’importanza di perdonare (il che non è poco), e una persona veramente grata è più facilmente generosa con gli altri. Sicuramente una delle ragioni per le quali credenti e non credenti ritengono il servo spietato della parabola (cfr. Mt 18, 23-34) tanto riprovevole è il fatto di aver violato in modo grossolano entrambi questi principi di buonsenso.

Dietro queste semplici espressioni, quindi, risiede un’antropologia morale sana, un ampio abbozzo di quello che significa vivere bene. Parlando a livello ideale,

  • una persona in grado di dire sinceramente “Ti voglio bene” è capace di impegno, devozione e sacrificio;
  • una persona in grado di dire sinceramente “Grazie” riconosce, come vedremo, il dono immeritato della propria esistenza e il suo debito nei confronti di un mondo più ampio che non ha creato;
  • una persona in grado di dire sinceramente “Per favore” confessa la sua dipendenza da una realtà al di fuori di sé e respinge il principio per cui “la verità è relativa”, trascendendo l’egoismo debilitante che ne farebbe, per usare l’espressione di Walter Scott, un vile “disgraziato, tutto concentrato su se stesso”;
  • una persona in grado di dire sinceramente “Scusa” (o “Perdono”, per offese maggiori) sta facendo il difficile ma fondamentale ingresso nel mondo della conoscenza di sé, senza scuse né camuffamenti, mostrando il coraggio di riconoscere i propri errori e la volontà di correggerli.

Al contrario, una persona che non è stata educata in questi quattro ambiti e nelle disposizioni sottostanti è stata oggetto di una grave ingiustizia, perché non è stata stimolata a superare il proprio egoismo o, il che finisce per essere la stessa cosa, a comprendere la realtà della condizione umana.

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