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La ricerca storica su Gesù

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Un altro interessante libro sul problema del rapporto tra il Gesù storico e il Cristo della fede. Frutto di un convegno organizzato dalla Pontificia Università Lateranense nel 2016, il volume raccoglie 9 voci di specialisti in materia e di diversa provenienza.

Con competenza e coraggio essi tentano un largo ragguaglio su quanto è stato prodotto al riguardo dalla svolta illuministica a oggi e ripropongono ancora quel problema, focalizzandosi in particolare sulla necessità imprescindibile di tenere collegati i due poli: quello della ricerca scientifica razionale e quello della tradizione cristologica sviluppatasi nella/e Chiesa/e e già presente nei testi sacri del NT. Ottima intenzione. La risposta è ancora, per vari aspetti, sconcertante. Fin quando lo sarà?

L’intervento dell’ormai famoso ricercatore americano John Paul Meier, autore tra l’altro di già 5 grossi volumi su Gesù un ebreo marginale, ne è una prova. Pur con tutte le sue precisazioni e motivazioni, non potrà non sconcertare molti lettori la sua tesi che «solo 4 parabole evangeliche» possono risalire a Gesù (pp. 70-73), e così per altri aspetti della vita del Nazareno.

Analoga impressione di fronte alle tesi di Giorgio Jossa sui cambiamenti avvenuti nella mentalità e nella predicazione di Gesù in particolare sul Regno dei cieli: nessuna preclusione all’idea di uno sviluppo in Gesù (se è vero che anch’egli «crebbe in sapienza, età e grazia»), ma le ipotesi e le conclusione che l’illustre e stimato biblista espone non lasceranno tranquillo il lettore. È questa, del resto, la reazione che si prova da parte di molti, specialmente se inesperti, di fronte a tanti libri sulla ricerca del Gesù storico e del suo rapporto con quello cosiddetto della fede.

Benché anch’io ne abbia trattato varie volte a livello di studi insieme con la citata «scuola milanese preoccupata della singolarità di Cristo» (p. 182), tuttavia mi preme sempre anche la preoccupazione di orientare clero e laici di fronte a quelle ricerche e alla creazione continua di ipotesi e contro ipotesi (segno della debolezza di tanti studi biblici moderni, bisogna riconoscerlo).

Ebbene, mi piace suggerire a tutti di prestare molta attenzione agli interventi, riportati nel volume, di Romano Penna, Daniel Marguerat, Antonio Pitta e Nicola Ciola: dopo lo sconcerto per tanti dettagli, essi aiutano a recuperare una visione più completa e globale del Gesù storico e creduto dai primi cristiani: un Gesù cioè non solo “marginale” nel giudaismo, ma anche più unico che raro: per esempio per il suo specifico rapporto col Padre, per quello con la Toràh, per il suo stile e comportamento con ogni tipo di gente, per la sua ignominiosa e “maledetta” crocifissione seguita subito da sorprendenti atti di fede e di amore (Giuseppe d’Arimatea, Nicodemo, alcune donne e forse, almeno in parte, di Pilato stesso, che si decise a lasciare quel cartello sulla croce e a concedere onorata sepoltura a quel misterioso e intrigante personaggio).

Questo è il Gesù dei Vangeli e della Chiesa primitiva, un Gesù in particolare che appariva come uno alla pari se non addirittura al di sopra della divina Toràh (cf. il ben noto libro di Neusner e di altri ebrei moderni): aspetto, questo, un po’ troppo in ombra anche nel presente volume (oltre che nella tradizione cristologica ecclesiale e nella catechesi!).

Sul presente volume esprimo anche una sorpresa: si ha l’impressione che i singoli interventi si siano quasi ignorati l’un l’altro; comunque, il complesso merita senz’altro plauso e conforto, per un cammino tutt’altro che concluso, come gli stessi curatori riconoscono.

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Con competenza e coraggio essi tentano un largo ragguaglio su quanto è stato prodotto al riguardo dalla svolta illuministica a oggi e ripropongono ancora quel problema, focalizzandosi in particolare sulla necessità imprescindibile di tenere collegati i due poli: quello della ricerca scientifica razionale e quello della tradizione cristologica sviluppatasi nella/e Chiesa/e e già presente nei testi sacri del NT. Ottima intenzione. La risposta è ancora, per vari aspetti, sconcertante. Fin quando lo sarà?

L’intervento dell’ormai famoso ricercatore americano John Paul Meier, autore tra l’altro di già 5 grossi volumi su Gesù un ebreo marginale, ne è una prova. Pur con tutte le sue precisazioni e motivazioni, non potrà non sconcertare molti lettori la sua tesi che «solo 4 parabole evangeliche» possono risalire a Gesù (pp. 70-73), e così per altri aspetti della vita del Nazareno.

Analoga impressione di fronte alle tesi di Giorgio Jossa sui cambiamenti avvenuti nella mentalità e nella predicazione di Gesù in particolare sul Regno dei cieli: nessuna preclusione all’idea di uno sviluppo in Gesù (se è vero che anch’egli «crebbe in sapienza, età e grazia»), ma le ipotesi e le conclusione che l’illustre e stimato biblista espone non lasceranno tranquillo il lettore. È questa, del resto, la reazione che si prova da parte di molti, specialmente se inesperti, di fronte a tanti libri sulla ricerca del Gesù storico e del suo rapporto con quello cosiddetto della fede.

Benché anch’io ne abbia trattato varie volte a livello di studi insieme con la citata «scuola milanese preoccupata della singolarità di Cristo» (p. 182), tuttavia mi preme sempre anche la preoccupazione di orientare clero e laici di fronte a quelle ricerche e alla creazione continua di ipotesi e contro ipotesi (segno della debolezza di tanti studi biblici moderni, bisogna riconoscerlo).

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Questo è il Gesù dei Vangeli e della Chiesa primitiva, un Gesù in particolare che appariva come uno alla pari se non addirittura al di sopra della divina Toràh (cf. il ben noto libro di Neusner e di altri ebrei moderni): aspetto, questo, un po’ troppo in ombra anche nel presente volume (oltre che nella tradizione cristologica ecclesiale e nella catechesi!).

Sul presente volume esprimo anche una sorpresa: si ha l’impressione che i singoli interventi si siano quasi ignorati l’un l’altro; comunque, il complesso merita senz’altro plauso e conforto, per un cammino tutt’altro che concluso, come gli stessi curatori riconoscono.

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