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“La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti”

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Appello di Francesco per la fine delle violenze in Congo: «Ogni cuore indurito dall’odio si converta alla pace». Un pensiero per il Pakistan e l’Iraq «colpiti da crudeli atti terroristici»

GIACOMO GALEAZZI
CITTÁ DEL VATICANO

«Solo con il bene si spezza la catena del male: la misericordia è la realizzazione superiore della giustizia». Ecco la “rivoluzione cristiana” secondo Francesco: «Anche il nemico è una persona umana, creata come tale a immagine di Dio, sebbene al presente questa immagine sia offuscata da una condotta indegna», dice il Pontefice ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus. Commentando il Vangelo, ne trae spunti per interpretare i conflitti che insanguinano il mondo odierno. Meditazioni che racchiudono la “geopolitica della misericordia” che caratterizza l’azione della Santa Sede sullo scacchiere internazionale.  

 

 

«La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti, ogni cuore indurito dall’odio si converta alla pace, secondo la volontà di Dio», afferma Francesco dopo la preghiera mariana richiamando l’attenzione della comunità internazionale sulla Repubblica Democratica del Congo, nazione africana dilaniata dalla violenza a causa di una impasse politica che ha provocato una diffusa agitazione in tutto il Paese, tra i più poveri e instabili del mondo.  

 

«Continuano purtroppo a giungere notizie di scontri violenti e brutali nella regione del Kasai Centrale della Repubblica Democratica del Congo – dice il Papa -. Sento forte il dolore per le vittime, specialmente per tanti bambini strappati alle famiglie e alla scuola per essere usati come soldati. Questa è una tragedia: i bambini soldati…». Il Pontefice assicura la sua vicinanza e preghiera «anche per il personale religioso e umanitario che opera in quella difficile regione»; e rinnova «un accorato appello alla coscienza e alla responsabilità delle autorità nazionali e della comunità internazionale, affinché si prendano decisioni adeguate e tempestive per soccorrere questi nostri fratelli e sorelle». Lo sguardo si amplia anche alle altre popolazioni, in Africa e nel mondo, «che soffrono a causa della violenza e della guerra». In particolare, Bergoglio rivolge un pensiero «per le care popolazioni di Pakistan e Iraq, colpite da crudeli atti terroristici nei giorni scorsi: preghiamo per le vittime, per i feriti e i familiari», dice. 

 

Prendendo le mosse dal Vangelo di questa domenica (Mt 5,38-48) – «una di quelle pagine che meglio esprimono la “rivoluzione” cristiana» – afferma poi che: «La rivoluzione cristiana è dire no alla violenza e reagire con il bene invece di fare rappresaglie», perché «il nostro dovere è cercare giustizia, non vendicarci». «Quello che Gesù ci vuole insegnare è la netta distinzione che dobbiamo fare tra la giustizia e la vendetta: ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia». Invece, «ci è proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto espressione dell’odio e della violenza».
 

 

Gesù, aggiunge Papa Francesco, «mostra la via della vera giustizia mediante la legge dell’amore che supera quella del taglione, cioè occhio per occhio e dente per dente». «Questa antica regola – spiega – imponeva di infliggere ai trasgressori pene equivalenti ai danni arrecati: la morte a chi aveva ucciso, l’amputazione a chi aveva ferito qualcuno, e così via». Gesù «non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene». Solo così, rimarca il Vescovo di Roma, «si spezza la catena del male, e cambiano veramente le cose. Il male infatti è un vuoto di bene, e non si può riempire con un altro vuoto, ma solo con un “pieno”, cioè con il bene. La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti: “Tu me l’hai fatto io te la farò”. Questo mai risolve un conflitto e neppure è cristiano…». 

 

Per Gesù, prosegue Francesco, «il rifiuto della violenza può comportare anche la rinuncia ad un legittimo diritto, e ne dà alcuni esempi: porgere l’altra guancia, cedere il proprio vestito o il proprio denaro, accettare altri sacrifici». Ma questa rinuncia, chiarisce, «non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano ignorate o contraddette; al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione superiore della giustizia».  

 

Infatti, «Gesù non vuole proporre un nuovo ordinamento civile, ma piuttosto il comandamento dell’amore del prossimo, che comprende anche l’amore per i nemici: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». Questa parola, mette in chiaro il Papa, «non va intesa come approvazione del male compiuto dal nemico, ma come invito a una prospettiva superiore, magnanima, simile a quella del Padre celeste, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Dunque «quando parliamo di nemici non dobbiamo pensare a chissà quali persone diverse e lontane da noi; parliamo anche di noi stessi, che possiamo entrare in conflitto con il nostro prossimo, a volte con i nostri familiari. Quante inimicizie nelle famiglie. Quante!», esclama a braccio.  

 

Nemici sono coloro che «parlano male di noi, che ci calunniano e ci fanno dei torti. E non è facile digerire questo… A tutti costoro siamo chiamati a rispondere con il bene, che ha anch’esso le sue strategie, ispirate dall’amore». Il Pontefice invoca quindi la Vergine Maria affinché «ci aiuti a seguire Gesù su questa strada esigente, che davvero esalta la dignità umana e ci fa vivere da figli del nostro Padre che è nei cieli, ci aiuti a praticare la pazienza, il dialogo, il perdono, e ad essere così artigiani di comunione e di fraternità nella nostra vita quotidiana».

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Appello di Francesco per la fine delle violenze in Congo: «Ogni cuore indurito dall’odio si converta alla pace». Un pensiero per il Pakistan e l’Iraq «colpiti da crudeli atti terroristici»

GIACOMO GALEAZZI
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«Solo con il bene si spezza la catena del male: la misericordia è la realizzazione superiore della giustizia». Ecco la “rivoluzione cristiana” secondo Francesco: «Anche il nemico è una persona umana, creata come tale a immagine di Dio, sebbene al presente questa immagine sia offuscata da una condotta indegna», dice il Pontefice ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus. Commentando il Vangelo, ne trae spunti per interpretare i conflitti che insanguinano il mondo odierno. Meditazioni che racchiudono la “geopolitica della misericordia” che caratterizza l’azione della Santa Sede sullo scacchiere internazionale.  

 

 

«La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti, ogni cuore indurito dall’odio si converta alla pace, secondo la volontà di Dio», afferma Francesco dopo la preghiera mariana richiamando l’attenzione della comunità internazionale sulla Repubblica Democratica del Congo, nazione africana dilaniata dalla violenza a causa di una impasse politica che ha provocato una diffusa agitazione in tutto il Paese, tra i più poveri e instabili del mondo.  

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«Continuano purtroppo a giungere notizie di scontri violenti e brutali nella regione del Kasai Centrale della Repubblica Democratica del Congo – dice il Papa -. Sento forte il dolore per le vittime, specialmente per tanti bambini strappati alle famiglie e alla scuola per essere usati come soldati. Questa è una tragedia: i bambini soldati…». Il Pontefice assicura la sua vicinanza e preghiera «anche per il personale religioso e umanitario che opera in quella difficile regione»; e rinnova «un accorato appello alla coscienza e alla responsabilità delle autorità nazionali e della comunità internazionale, affinché si prendano decisioni adeguate e tempestive per soccorrere questi nostri fratelli e sorelle». Lo sguardo si amplia anche alle altre popolazioni, in Africa e nel mondo, «che soffrono a causa della violenza e della guerra». In particolare, Bergoglio rivolge un pensiero «per le care popolazioni di Pakistan e Iraq, colpite da crudeli atti terroristici nei giorni scorsi: preghiamo per le vittime, per i feriti e i familiari», dice. 

 

Prendendo le mosse dal Vangelo di questa domenica (Mt 5,38-48) – «una di quelle pagine che meglio esprimono la “rivoluzione” cristiana» – afferma poi che: «La rivoluzione cristiana è dire no alla violenza e reagire con il bene invece di fare rappresaglie», perché «il nostro dovere è cercare giustizia, non vendicarci». «Quello che Gesù ci vuole insegnare è la netta distinzione che dobbiamo fare tra la giustizia e la vendetta: ci è consentito di chiedere giustizia; è nostro dovere praticare la giustizia». Invece, «ci è proibito vendicarci o fomentare in qualunque modo la vendetta, in quanto espressione dell’odio e della violenza».
 

 

Gesù, aggiunge Papa Francesco, «mostra la via della vera giustizia mediante la legge dell’amore che supera quella del taglione, cioè occhio per occhio e dente per dente». «Questa antica regola – spiega – imponeva di infliggere ai trasgressori pene equivalenti ai danni arrecati: la morte a chi aveva ucciso, l’amputazione a chi aveva ferito qualcuno, e così via». Gesù «non chiede ai suoi discepoli di subire il male, anzi, chiede di reagire, però non con un altro male, ma con il bene». Solo così, rimarca il Vescovo di Roma, «si spezza la catena del male, e cambiano veramente le cose. Il male infatti è un vuoto di bene, e non si può riempire con un altro vuoto, ma solo con un “pieno”, cioè con il bene. La rappresaglia non porta mai alla risoluzione dei conflitti: “Tu me l’hai fatto io te la farò”. Questo mai risolve un conflitto e neppure è cristiano…». 

 

Per Gesù, prosegue Francesco, «il rifiuto della violenza può comportare anche la rinuncia ad un legittimo diritto, e ne dà alcuni esempi: porgere l’altra guancia, cedere il proprio vestito o il proprio denaro, accettare altri sacrifici». Ma questa rinuncia, chiarisce, «non vuol dire che le esigenze della giustizia vengano ignorate o contraddette; al contrario, l’amore cristiano, che si manifesta in modo speciale nella misericordia, rappresenta una realizzazione superiore della giustizia».  

 

Infatti, «Gesù non vuole proporre un nuovo ordinamento civile, ma piuttosto il comandamento dell’amore del prossimo, che comprende anche l’amore per i nemici: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano». Questa parola, mette in chiaro il Papa, «non va intesa come approvazione del male compiuto dal nemico, ma come invito a una prospettiva superiore, magnanima, simile a quella del Padre celeste, il quale fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti». Dunque «quando parliamo di nemici non dobbiamo pensare a chissà quali persone diverse e lontane da noi; parliamo anche di noi stessi, che possiamo entrare in conflitto con il nostro prossimo, a volte con i nostri familiari. Quante inimicizie nelle famiglie. Quante!», esclama a braccio.  

 

Nemici sono coloro che «parlano male di noi, che ci calunniano e ci fanno dei torti. E non è facile digerire questo… A tutti costoro siamo chiamati a rispondere con il bene, che ha anch’esso le sue strategie, ispirate dall’amore». Il Pontefice invoca quindi la Vergine Maria affinché «ci aiuti a seguire Gesù su questa strada esigente, che davvero esalta la dignità umana e ci fa vivere da figli del nostro Padre che è nei cieli, ci aiuti a praticare la pazienza, il dialogo, il perdono, e ad essere così artigiani di comunione e di fraternità nella nostra vita quotidiana».

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