«La paura del futuro non ci paralizzi»


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Famiglia, lavoro, immigrati. Sono stati questi i temi ricorrenti della mattinata torinese di Papa Francesco, che ha invitato i fedeli della città e tutti i piemontesi a mettersi sulla scia dei “santi liberi e testardi” di queste terre. Nel suodiscorso al mondo del lavoro in Piazzetta Reale il Pontefice ha ribadito il “no” della Chiesa “all’idolatria del denaro”, “alla corruzione” e “alle collusioni mafiose, alle truffe, alle tangenti”, il “no” “all’inequità che genera violenza”. E ha osservato che nell’attuale crisi “globale e complessa” non ci si può limitare a dire “aspettiamo la ripresa…”, perché “il lavoro è fondamentale”, come dichiara “fin dall’inizio la Costituzione Italiana”. E il lavoro “non è necessario solo per l’economia”, ha insistito il Papa, ma anche “per la persona umana, per la sua dignità, per la sua cittadinanza e anche per l’inclusione sociale”. E se “l’immigrazione aumenta la competizione”, i migranti, ha ammonito, “non vanno colpevolizzati, perché essi sono vittime dell’inequità, di questa economia che scarta e delle guerre”. E “fa piangere vedere lo spettacolo di questi giorni, in cui esseri umani vengono trattati come merce!”.

Prendendo spunto dalle testimonianze ascoltate, Papa Francesco, aggiungendo a braccio rispetto al discorso preparato, ha detto: “Mi è piaciuto tanto che voi tre abbiate parlato della famiglia, dei figli e dei nonni”. “Non dimenticare questa ricchezza!”, ha aggiunto, perché “i figli sono la promessa da portare avanti” e “gli anziani sono la ricchezza della memoria”. E “noi non possiamo uscire dalla crisi senza i giovani, i ragazzi, i figli e i nonni”.

Nell’omelia della messa celebrata davanti a migliaia e migliaia di fedeli raccolti in piazza Vittorio, Papa Francesco è tornato a parlare delle famiglie, alludendo anche ai migranti. Invitando la Chiesa a “vivere la gioia del Vangelo praticando la misericordia”, ha consegnato il compito di “condividere le difficoltà di tanta gente, delle famiglie, specialmente quelle più fragili e segnate dalla crisi economica”.

Allo stesso tempo ha esortato ad evitare “il rischio” di lasciarsi “paralizzare dalle paure del futuro e cercare sicurezze in cose che passano, o in un modello di società chiusa che tende ad escludere più che a includere”. E nel fornire queste indicazioni il Papa ha indicato l’esempio dei “tanti e santi e beati” cresciuti “in questa terra”. “Santi liberi e testardi”, ha aggiunto evocando la “razza nostrana libera e testarda” dei versi del poeta piemontese Nino Costa precedentemente citato nel corpo dell’omelia.

E nell’introdurre la preghiera mariana dell’Angelus, ultimo atto della sua mattinata torinese, Papa Francesco, dichiarandosi “nipote” di “questa terra benedetta”, ha ricordato esplicitamente due grandi santi piemontesi: don Bosco, di cui ricorre il bicentenario dalla nascita, e san Giuseppo Cottolengo.

Ma la mattinata di Papa Francesco nella capitale subalpina è stata segnata anche dal momento di raccoglimento e preghiera davanti alla Sindone, “icona”, ha detto sempre prima dell’Angelus, che “attira verso il volto e il corpo martoriato di Gesù e, allo stesso tempo, spinge verso il volto di ogni persona sofferente e ingiustamente perseguitata”.

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