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La nascita di Cristo: l’estremo che definisce la coerenza della storia della salvezza.

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Natale del Signore  – Anno A – 25 dicembre 2013

Is 52, 7-10; Eb 1, 1-6; Gv, 1, 1-18 (Messa del giorno)

Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio.

 

Il Natale è certamente la festa più cara ai cristiani, essa è la festa della nascita di Gesù, del Figlio di Dio che si è fatto bambino per nostro amore. Nella kenosi del Figlio è tutta la trinità che si umilia.

Mentre si compivano per Maria i giorni del parto, venne indetto da Cesare Augusto un censimento: tutti dovevano recarsi nel loro luogo d’origine e registrare il proprio nome presso le autorità romane. Questo, inevitabilmente, procurò alla famiglia di Nazareth un grande disagio: la famiglia di Giuseppe era di Betlemme, a 140 chilometri di distanza da Nazareth. Un viaggio molto faticoso, a piedi o sul dorso di un asino; inoltre, come già detto, Maria era in procinto di partorire. Luca racconta: «Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2). Così nacque Gesù, povero tra i poveri e per giunta emigrante, senza casa. Ma fu proprio in quella notte che si realizzò un evento straordinario: «Vi annuncio una grande gioia – disse l’angelo del Signore ai pastori – è nato per voi un salvatore! Gloria a Dio, e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2). Parole forti, decisive e dal peso inequivocabile, tanto che quegli uomini semplici sicuramente ripetevano tra loro recandosi presso la stalla, tabernacolo del Dio visibile.

Il Natale allora, non solo un ricordo di un evento piacevole, ma si inscrive nelle tele di un “avvenimento” grande e che di volta in volta si realizza per noi. Per il cristiano il Natale è ogni giorno. Natale è una persona: Gesù che “rivive” la sua nascita per noi, che entra ancora nella vita per iniziare nuovamente con noi il cammino verso la Pasqua. Non si deduce il seme dalla quercia – considera Raimon Panikkar – pertanto, a Natale viene impiantato il seme che farà fruttare le radici portanti dell’albero fiorito di Pasqua. Cristo è il simbolo dell’universalità cristiana, è l’estremo che definisce la coerenza della storia della salvezza, dove per coerenza non si intende solo la razionalità di una logica, ma l’affidare alla vita un punto di riferimento che guida il pellegrino verso la meta. La morte e risurrezione di Cristo ci offriranno la salvezza, la possibilità di diventare figli di Dio. Per questo Gesù nasce: per portare il dono della salvezza, il dono di poter diventare figli di Dio.

Salvare qualcuno vuol dire liberarlo da qualcosa che lo minaccia molto seriamente: dalla disperazione, dalla morte, dal peccato e dal male (cfr. Is 62, 1). L’uomo sovente vagheggia nelle tenebre, rimane attanagliato alla tentazione della concupiscenza, esso non comprende il perché della sofferenza, della fatica e della morte. Tutto ciò lo avvolge in un’atmosfera di tristezza, di sfinimento e depressione. L’uomo senza Dio, finisce per chiudersi nell’egoismo, nel male, nella ribellione a una vita senza senso e timorosa della morte. Gesù tuttavia, irradia questa stanza buia attraverso quella lucerna da mettere sopra il moggio; ci insegna che non bisogna desiderare la consolazione di Dio, ma il Dio della consolazione.

Come i pastori dunque, anche noi siamo chiamati ad agire: «Andarono senza indugio, trovarono Maria e Giuseppe e il bambino… e dopo averlo visto, riferirono» (Lc 2). Andare, trovare, vedere, riferire sono i verbi dell’accoglienza e della testimonianza del dono. Se questo avverrà, sarà per noi un “buon” Natale, una Santa Natività che risveglia nel cuore dell’uomo il senso della sua esistenza: diventare santi come Lui che è santo.

«Padre veramente santo,

fin dall’origine del mondo

tu ci fai partecipi del tuo disegno di amore,

per renderci santi come tu sei santo.

Eravamo morti a causa del peccato

e incapaci di accostarci a te,

ma tu ci hai dato

la prova suprema della tua misericordia,

quando il tuo Figlio, il solo giusto,

si è consegnato nelle nostre mani

e si è lasciato inchiodare sulla croce».

(dalla Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I)

A Natale si consuma il mistero di colui che nasce a posta per morire: il Figlio di Dio, Gesù Cristo che è luce da luce, Dio vero da Dio vero.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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Is 52, 7-10; Eb 1, 1-6; Gv, 1, 1-18 (Messa del giorno)

Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio.

 

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Il Natale è certamente la festa più cara ai cristiani, essa è la festa della nascita di Gesù, del Figlio di Dio che si è fatto bambino per nostro amore. Nella kenosi del Figlio è tutta la trinità che si umilia.

Mentre si compivano per Maria i giorni del parto, venne indetto da Cesare Augusto un censimento: tutti dovevano recarsi nel loro luogo d’origine e registrare il proprio nome presso le autorità romane. Questo, inevitabilmente, procurò alla famiglia di Nazareth un grande disagio: la famiglia di Giuseppe era di Betlemme, a 140 chilometri di distanza da Nazareth. Un viaggio molto faticoso, a piedi o sul dorso di un asino; inoltre, come già detto, Maria era in procinto di partorire. Luca racconta: «Lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2). Così nacque Gesù, povero tra i poveri e per giunta emigrante, senza casa. Ma fu proprio in quella notte che si realizzò un evento straordinario: «Vi annuncio una grande gioia – disse l’angelo del Signore ai pastori – è nato per voi un salvatore! Gloria a Dio, e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2). Parole forti, decisive e dal peso inequivocabile, tanto che quegli uomini semplici sicuramente ripetevano tra loro recandosi presso la stalla, tabernacolo del Dio visibile.

Il Natale allora, non solo un ricordo di un evento piacevole, ma si inscrive nelle tele di un “avvenimento” grande e che di volta in volta si realizza per noi. Per il cristiano il Natale è ogni giorno. Natale è una persona: Gesù che “rivive” la sua nascita per noi, che entra ancora nella vita per iniziare nuovamente con noi il cammino verso la Pasqua. Non si deduce il seme dalla quercia – considera Raimon Panikkar – pertanto, a Natale viene impiantato il seme che farà fruttare le radici portanti dell’albero fiorito di Pasqua. Cristo è il simbolo dell’universalità cristiana, è l’estremo che definisce la coerenza della storia della salvezza, dove per coerenza non si intende solo la razionalità di una logica, ma l’affidare alla vita un punto di riferimento che guida il pellegrino verso la meta. La morte e risurrezione di Cristo ci offriranno la salvezza, la possibilità di diventare figli di Dio. Per questo Gesù nasce: per portare il dono della salvezza, il dono di poter diventare figli di Dio.

Salvare qualcuno vuol dire liberarlo da qualcosa che lo minaccia molto seriamente: dalla disperazione, dalla morte, dal peccato e dal male (cfr. Is 62, 1). L’uomo sovente vagheggia nelle tenebre, rimane attanagliato alla tentazione della concupiscenza, esso non comprende il perché della sofferenza, della fatica e della morte. Tutto ciò lo avvolge in un’atmosfera di tristezza, di sfinimento e depressione. L’uomo senza Dio, finisce per chiudersi nell’egoismo, nel male, nella ribellione a una vita senza senso e timorosa della morte. Gesù tuttavia, irradia questa stanza buia attraverso quella lucerna da mettere sopra il moggio; ci insegna che non bisogna desiderare la consolazione di Dio, ma il Dio della consolazione.

Come i pastori dunque, anche noi siamo chiamati ad agire: «Andarono senza indugio, trovarono Maria e Giuseppe e il bambino… e dopo averlo visto, riferirono» (Lc 2). Andare, trovare, vedere, riferire sono i verbi dell’accoglienza e della testimonianza del dono. Se questo avverrà, sarà per noi un “buon” Natale, una Santa Natività che risveglia nel cuore dell’uomo il senso della sua esistenza: diventare santi come Lui che è santo.

«Padre veramente santo,

fin dall’origine del mondo

tu ci fai partecipi del tuo disegno di amore,

per renderci santi come tu sei santo.

Eravamo morti a causa del peccato

e incapaci di accostarci a te,

ma tu ci hai dato

la prova suprema della tua misericordia,

quando il tuo Figlio, il solo giusto,

si è consegnato nelle nostre mani

e si è lasciato inchiodare sulla croce».

(dalla Preghiera Eucaristica della Riconciliazione I)

A Natale si consuma il mistero di colui che nasce a posta per morire: il Figlio di Dio, Gesù Cristo che è luce da luce, Dio vero da Dio vero.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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